Secondo l’Ong Global witness, in Brasile nel corso del 2023 sono stati uccisi 25 attivisti per i diritti umani. Secondo Paese al mondo per numero di morti (dopo i 79 registrati in Colombia), tra il 2012 e il 2023, il Brasile ha registrato oltre 400 omicidi e 1.100 aggressioni nei confronti di difensori e difensore dei diritti umani.
A essere colpiti sono soprattutto attivisti indigeni e quilombola (discendenti degli schiavi africani, giunti in Sud America durante il periodo della tratta in epoca coloniale). Ma non solo. La violenza nei confronti di difensori e difensore dei diritti umani sta diventando sempre più un problema strutturale. E la presidenza di Jair Bolsonaro – che ha fatto del rifiuto dei diritti umani uno dei suoi principi fondamentali – ha contribuito ancora di più a disegnare uno scenario dove la tutela e la sicurezza di coloro che difendono ambiente, terre e diritti sono sempre più minacciate.
Per parlare di tutto questo, a Belo Horizonte (capitale del Minas Gerais, stato nel sud-est del Brasile) abbiamo incontrato Paulo César Carbonari, filosofo e attivista per i diritti umani. Carbonari insegna nel programma di post-laurea in Diritti Umani all’Università Federale della Frontiera Sud (Uffs, nello stato del Rio Grande do Sul). Al contempo, è membro del coordinamento nazionale del Movimento Nacional de Direitos Humanos (Mndh), rete di oltre 300 organizzazioni per la tutela dei diritti umani nata nel 1982.
Nel 2024, ha anche fatto parte del Gruppo di lavoro istituito dal presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva per la scrittura di un Piano per la protezione dei difensori dei diritti umani. Attualmente, è il coordinatore del Projeto Sementes, cofinanziato dall’Unione europea, per la protezione popolare dei difensori dei diritti umani.
Il Brasile è caratterizzato da alti livelli di violenza: aggressioni, omicidi e intimidazioni avvengono in tutto il Paese, per motivi differenti e toccano diversi settori della società. Tuttavia, ci sono delle aree in cui conflittualità e violenza sono più frequenti?
La diffusione della violenza è un problema di tutto il Brasile, anche se ci sono differenze nei vari biomi. Ad esempio, in Amazzonia, il conflitto si lega soprattutto all’estrazione mineraria e allo sfruttamento di legname. Anche qui, nel Minas Gerais, e in alcune regioni del nord-est (ad esempio il Maranhão, ndr) ci sono conflitti legati all’estrazione mineraria.
Ma la maggior parte delle tensioni riguardano l’ambito rurale: sono lotte per la terra e il territorio. Nel centro-ovest, nel nord-est e, più in generale, in tutto il resto del Paese, ci sono conflitti legati all’agricoltura. Nel mio stato, ad esempio, il Rio Grande do Sul, c’è violenza soprattutto a causa della diffusione delle piantagioni di soia.
La maggior parte delle dispute per la terra e il territorio riguardano aree indigene. Perché le popolazioni indigene vogliono che siano demarcate determinate aree (cioè che il loro uso sia attribuito alla comunità che le abita da sempre, ndr), mentre i settori dell’agronegócio (la lobby agroindustriale, molto forte nel Congresso brasiliano, ndr) si oppongono.
Negli ultimi anni poi, è emerso un altro fattore di conflittualità: il narcotraffico, legato soprattutto alle lotte territoriali nelle terre indigene. È un problema difficile da gestire e che provoca destabilizzazione interna con corruzione dei giovani, traffico di droga, esseri umani e altre pratiche illegali.
E poi abbiamo il caso dei garimpeiros (cercatori illegali di oro e pietre preziose, ndr), attivi in diversi territori, ma soprattutto nell’area degli Yanomami (popolazione indigena che abita nello stato settentrionale di Roraima, ndr). Queste persone arrivano, occupano un’area e si disputano con gli abitanti locali il controllo di essa per fini di esplorazione mineraria. Ma quelle sono già terre indigene, demarcate, dove i garimpeiros contaminano i fiumi con il mercurio e causano impatti sociali e ambientali che colpiscono le comunità.
Accennavi al fatto che il riconoscimento delle terre indigene è fonte cruciale di conflittualità, con il coinvolgimento di diversi settori economici, come l’agronegócio e le imprese estrattive, interessati a espandere le proprie attività. A che punto è questa tensione all’interno delle istituzioni e della società brasiliane?
C’è un dibattito promosso da settori del cosiddetto agronegócio e della destra più conservatrice sul fatto che non c’è motivo per cui i popoli indigeni abbiano così tanta terra.
In Brasile, le terre indigene sono demarcate. Ovvero la popolazione non ha titoli di proprietà privata su di esse: sono terre pubbliche, sotto il controllo del governo federale, e gli indigeni le possono usare a tempo indeterminato. Però, diversi settori dell’agricoltura imprenditoriale e dell’estrazione mineraria desiderano entrare in queste aree, perché sono relativamente grandi e fertili. Ma in questi territori l’esplorazione per fini economici, da parte di coloro che non sono indigeni, è proibita per legge.
Il risultato è un conflitto con l’agronegócio che è tanto forte da fare pressione sugli enti federali perché non demarchino le terre delle comunità. Ad esempio, quando durante la Cop30, Lula ha dichiarato la delimitazione di una dozzina di nuove aree indigene, la reazione immediata delle lobby è stata la richiesta di impeachment del presidente della Repubblica. Dall’altro lato, però, la forza del movimento indigeno è cresciuta e gli attivisti fanno pressione per demarcare le terre delle comunità.
Questa tensione ha generato un dibattito nelle istituzioni politiche e una proposta legislativa che ha preso il nome di Marco temporal. È una disposizione che stabilisce che possono essere demarcate solo le terre che erano occupate da indigeni nel giorno della promulgazione della Costituzione, il 5 ottobre 1988. Ovviamente, questo è incostituzionale perché non può essere previsto un termine temporale, come detto dal Supremo Tribunal Federal (Stf).
Proprio per questo, i settori dell’agronegócio sono stati sconfitti di fronte all’Stf. Poco dopo hanno approvato una legge simile, che però è stata a sua volta sottoposta a giudizio e nuovamente rifiutata.
Quindi, c’è una tensione molto forte, sia nella politica che nella società civile, e la pressione sulle terre indigene è considerevole. Soprattutto a causa dell’esplorazione agricola – principalmente per la coltivazione di soia -, mineraria e per la produzione di legname con l’abbattimento di ampie porzioni di foresta.
Tra le popolazioni indigene, ma non solo, cresce sempre di più il numero di difensori e difensore dei diritti umani, i cui diritti però sono costantemente minacciati. Recentemente, hai fatto parte di un gruppo di lavoro per la creazione di un Piano per la loro protezione. Perché proprio ora si è giunti alla stesura di questo testo?
Il governo brasiliano si era impegnato a creare un Plano nacional de proteção aos defensores già nel 2007, quando aveva creato la Política nacional de proteção aos defensores. Nel frattempo però, nessuno aveva scritto il Piano. Ed è incredibile che al potere ci fosse lo stesso governo di oggi (Lula è stato presidente anche tra il 2003 e il 2011, ndr).
Il Piano doveva essere realizzato entro novanta giorni. Ma, siccome non è stato fatto, è stata avviata un’azione giuridica da parte della società civile e del Pubblico ministero. L’Unione federale – ovvero lo Stato brasiliano – è stata condannata a introdurre il Piano, che quindi è il risultato di una decisione giudiziaria.
La sentenza ha stabilito che doveva essere creato un gruppo di lavoro, formato per metà da rappresentanti dello Stato e per metà da esponenti della società civile. Quando Lula è ritornato al potere nel 2023, ha emesso un decreto, dando vita al gruppo. È stato chiamato Grupo de Trabalho Técnico e prende il nome di Gabriel Sales Pimenta, un difensore dei diritti umani del Pará (la cui uccisione ha spinto la Corte Interamericana dei Diritti Umani a imporre al Brasile l’introduzione di misure più efficaci per la tutela dei diritti umani e la protezione dei difensori, ndr).
Abbiamo lavorato per tutto il 2024 e il 12 dicembre 2024 abbiamo inviato il testo del Piano al governo. A quel punto, l’esecutivo ha impiegato un anno per pubblicarlo, a dicembre 2025. Il documento è stato accettato quasi integralmente dallo Stato. Sono state introdotte quattro-cinque alterazioni, ma non sostanziali. E questo è fondamentale perché mostra come la società civile abbia avuto un ruolo centrale, producendo una proposta concreta.
In sintesi, si tratta di uno strumento importante perché dà al governo e anche alla società civile – ma soprattutto al governo – un quadro programmatico di quello che è necessario fare per affrontare situazioni di violenza e attacchi ai difensori dei diritti umani.
Non credo che risolva la questione perché ovviamente le minacce principali che mettono a rischio la vita dei difensori sono problemi strutturali, come le controversie legate alla terra. Se lo Stato non risolve ciò che causa questi conflitti, quello che si può fare è mitigare le difficoltà. Il Piano mostra l’impegno delle istituzioni, ma non penso che possa risolvere tutti i problemi.
Nel Piano, avete anche evidenziato l’importanza delle forme di “protezione popolare”. Cosa sono e come si integrano con il resto del testo?
Con questa definizione, abbiamo tentato di far sì che lo Stato, attraverso il Piano, facesse due cose. La prima, riconoscere queste forme di protezione. La seconda, fare – nel rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza di movimenti, organizzazioni e difensori dei diritti umani – delle azioni di appoggio ai difensori.
La protezione popolare è fatta dalle organizzazioni, non dallo Stato. Possiamo partire da questa osservazione. Che cosa ha fatto sì che le popolazioni indigene continuassero a resistere, nonostante 500 anni di attacchi? Sono sopravvissute perché nei secoli hanno creato delle loro strategie di autoprotezione contro qualsiasi aggressione.
Un secondo esempio può essere questo. Che cosa ha scatenato la resistenza nera? Deriva da 350 anni di schiavitù. Oggi, possiamo dire che i quilombola hanno sviluppato una delle strategie storicamente più consistenti: si rifugiavano in uno specifico territorio e creavano una struttura di protezione contro lo Stato e i padroni degli schiavi.
C’è poi un altro esempio, che è più universale, cioè quello delle donne: storicamente hanno avuto un ruolo nella protezione, sia intesa come cura e protezione domestica, che in senso più ampio. Tant’è che Silvia Federici (filosofa e attivista italo-statunitense, ndr) dice che le donne producono un’economia incalcolabile grazie al lavoro di cura e protezione: non sono mai state remunerate per un servizio fondamentale e che hanno sempre prestato nel corso dei secoli.
Questi sono tre esempi di come il popolo ha costruito i propri modelli di protezione. Ma ce ne sono tanti altri. Quindi, quello che noi abbiamo scritto nel Piano è che la popolazione ha le sue strategie. E per questo, coloro che dovrebbero decidere e dire che cosa deve essere protetto sono le organizzazioni e i difensori dei diritti umani perché conoscono la realtà. Lo Stato, dal canto suo, deve fare di tutto per collaborare con loro.
Da qui, lo sviluppo di una politica pubblica di protezione, complementare, non sostitutiva: lo Stato deve adattarsi alla società e alle organizzazioni, non viceversa. Non deve colonizzare e imporre le proprie politiche. Questa è una costruzione un po’ polemica perché, in altre aree del mondo, quando si parla di protezione dei difensori, si dice sempre che lo Stato deve fare azioni di protezione. Ma lo Stato fornisce scorte di polizia, auto di pattuglia e sistemi di monitoraggio, confondendo la protezione con la sicurezza e imponendo il ritiro delle persone dalla vita per evitare qualsiasi rischio.
Noi lavoriamo con un’altra dinamica, che viene chiamata “protezione popolare” perché è una protezione comunitaria: è la comunità che si protegge. I difensori dei diritti umani, in molti casi, sono la comunità intera: soprattutto in quelle indigene e quilombola, è difficile separare l’individuo dalla collettività e quindi tutti sono minacciati.
Dal punto di vista della protezione dei diritti umani e dei difensori dei diritti umani, cosa è cambiato con la fine della presidenza di Bolsonaro e l’inizio di quella di Lula?
Quello di Bolsonaro era un governo di estrema destra e liberale. Non aveva nessun impegno nei confronti delle politiche pubbliche e aveva un atteggiamento aggressivo nei confronti di qualsiasi azione delle organizzazioni per i diritti umani. Bolsonaro, storicamente, ha attaccato i diritti umani. Tant’è che, quando ha preso il potere, siamo rimasti sorpresi dal fatto che avesse mantenuto il ministero dei Diritti Umani, anche se gli ha cambiato nome, collocandolo in quello delle Donne e della Famiglia.
Bolsonaro ha capovolto il concetto di diritti umani. Secondo lui, infatti, il problema dei diritti umani è che storicamente non proteggono tutti, ma solo alcuni. C’è un’espressione specifica sviluppata dall’estrema destra e che mostra questo capovolgimento: “só protegem os bandidos” (dal portoghese, “proteggono solo i banditi”, ndr), a tal punto che i difensori dei diritti umani sono chiamati “defensores de bandidos” (dal portoghese, “difensori dei banditi”, ndr).
Il Brasile, però, con tutte le sue contraddizioni, ha un’organizzazione sociale e politica abbastanza forte. Quindi, siamo riusciti – e quando dico noi, intendo i movimenti – a resistere. Bolsonaro ha tentato di smantellare diverse politiche per i diritti umani, tra le quali le politiche di protezione, ma non ci è riuscito perché non conosceva abbastanza bene la macchina dello Stato e non ha avuto abbastanza tempo.
Oggi, credo che questa dinamica sia stata invertita, anche se le cose non sono tornate al punto in cui dovrebbero essere. Qualche anno fa avevamo 11 programmi statali per la protezione dei difensori (oltre al programma nazionale, messo in pratica con il Piano, ogni stato può sviluppare dei propri programmi in materia, ndr), mentre oggi ne abbiamo 7. Si è registrata una riduzione anche ora, durante il governo di Lula, con la chiusura di 2 programmi. Che, chiaramente, non sono stati chiusi dal governo di Lula, ma dai governi degli stati, che sono in buona parte bolsonaristi.
Infatti, il bolsonarismo – la politica di estrema destra che è iniziata con il governo di Bolsonaro – continua con i suoi sostenitori, che controllano quasi la maggioranza dei governi statali come São Paulo, Rio de Janeiro, Mato Grosso, Goiás, Santa Catarina e Paraná. E anche oltre la metà del Parlamento è contraria a Lula e approva legislazioni totalmente antidemocratiche.
Però, c’è una differenza, ovviamente. Il governo di Lula ha introdotto il Piano e ha fatto suoi questi obiettivi. Ma si trova anche di fronte a un contesto molto duro e affronta difficoltà nel ricomporre uno scenario e delle condizioni favorevoli alla tutela dei diritti umani. Nonostante il governo di Lula, oggi questi diritti non vivono ancora appieno in Brasile. Perché c’è una forza bolsonarista molto grande nelle istituzioni. Ma anche nella società: l’ultima grande indagine, ha mostrato che circa il 35-36% della popolazione ha posture di estrema destra. Ed è un segmento molto grande.


