Salute e potere: genere e origine plasmano la medicina

salute-potere, genere e medicina
Fonte: Depositphotos

Può esistere un sapere davvero imparziale? La medicina è comunemente percepita come un ambito neutro e oggettivo, orientato al benessere dell’individuo. Eppure, una società sempre più multiculturale ci mostra che nemmeno la medicina è esente da discriminazioni. Anzi, l’accesso e la qualità delle cure sono ampiamente influenzati dalla categoria sociale di appartenenza, con divari soprattutto per donne, stranieri e minoranze in condizioni di vulnerabilità.

L’analisi delle barriere di accesso alle cure permette quindi di distinguere tra una società multiculturale e un approccio transculturale. Il primo indica la coesistenza di gruppi culturali diversi nello stesso contesto. Il secondo invece riguarda la capacità delle istituzioni – inclusa la medicina – di attraversare queste differenze e metterle in dialogo. Una medicina transculturale non si limita quindi a riconoscere la diversità, ma la integra concretamente nei processi di cura.

Come il gender health gap influisce sulla salute delle donne

La medicina di genere attesta questa condizione da tempo: il dibattito transfemminista, sempre più centrale, mette in luce come il corpo femminile sia stato storicamente marginalizzato nella ricerca medica dominante e come il suo dolore resti tuttora ampiamente incompreso, minimizzato o ignorato.

È ben noto che gran parte della ricerca medica è stata condotta principalmente su uomini o campioni non bilanciati per genere. La sottorappresentazione di alcune categorie o minoranze rientra in quell’insieme di fattori che concorre a creare un bias culturale di lungo termine, alimentando una società divisiva e pregiudizievole. In altre parole, non solo la ricerca medica e le differenze biologiche, ma anche le rappresentazioni sociali del maschile e del femminile modellano le valutazioni cliniche.

Questa dinamica si è tradotta in un divario sempre più pesante a carico delle donne. Si pensi al settore cardiovascolare: un rapporto, pubblicato nel lontano 2010 dalla casa editrice tedesca VS Verlag e facente parte del libro Gender Change in Academia, ha evidenziato come, a parità di caso clinico, una donna con sintomi riconducibili a un infarto abbia una probabilità tre volte maggiore rispetto a un uomo di vedersi prescrivere degli ansiolitici.

A distanza di 15 anni, un rapporto dell’Accademia nazionale francese di medicina ha sottolineato come le malattie cardiovascolari restino la prima causa di morte per le donne francesi: con ritardi di presa in carico ospedaliera di 30 minuti rispetto agli uomini, il tasso di mortalità in ospedale è del 9,6% per le donne, contro il 3,9% per gli uomini.

Inoltre, lo stesso rapporto mostra come le donne accedano in maniera significativamente minore ai trattamenti post-infarto raccomandati dalle direttive europee e americane. Questo dato è conforme a quello di un’altra ricerca, condotta in Scozia nello stesso anno (2025) e pubblicata dall’European Heart Journal, secondo cui la popolazione femminile riceve meno prescrizioni per trattamenti secondari adeguati che potrebbero prevenire complicazioni evitabili nel lungo termine.

Il definanziamento della ricerca e la minimizzazione del dolore

Paradossalmente, la situazione sembra peggiorare proprio nell’ambito dei disturbi ginecologici. Ci si aspetterebbe che, nel campo più direttamente legato alla salute femminile, l’esperienza delle donne sia centrale. Eppure, molti dolori restano non solo poco studiati, ma ancora largamente minimizzati.

Si pensi all’endometriosi o alla vulvodinia, disturbi che negli ultimi anni stanno ricevendo un’attenzione mediatica sempre più rilevante grazie al lavoro di associazioni, ma anche divulgatrici e influencer che ne hanno fatto la loro mission sui social.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) afferma che l’endometriosi colpisce circa il 10% delle donne in età riproduttiva nel mondo, l’equivalente di circa 190 milioni di persone, con sintomi invalidanti come dolore cronico acuto e con conseguenze possibili sulla salute riproduttiva, tra cui difficoltà di concepimento o infertilità. Sulla vulvodinia, i dati continuano a essere volatili, con stime che attestano un’incidenza che va dal 10 al 28% nel mondo.

Eppure, il ritardo diagnostico è abissale tanto quanto questi grandi numeri. Studi epidemiologici e clinici internazionali attestano che tra il primo sintomo e la diagnosi di endometriosi si va dai 4 ai 12 anni, con una media italiana stimata intorno ai 6-7 anni.

La situazione ha radici in un insieme di cause, anche ideali, stratificate nella cultura collettiva. Stereotipi e minimizzazione del dolore vulvare, spesso considerato psicologico o addirittura normale, portano a una diffusa sottovalutazione dei sintomi. Allo stesso modo, la percezione sociale del dolore come conseguenza naturale delle mestruazioni è influenzata da stigma e pregiudizi culturali, complici dell’assenza di un approccio sistematico alla ricerca sul corpo femminile, che compromette inevitabilmente la valutazione del dolore.

E proprio l’assenza strutturale di ricerca rappresenta un altro fattore chiave alla base dei ritardi diagnostici. Questo deficit, meno ideale e più concreto, provoca una formazione insufficiente in ginecologia, sia sui disturbi del pavimento pelvico sia sulle sindromi dolorose croniche. Non si tratta di disinteresse generale, ma di un definanziamento reiterato nel tempo: i fondi destinati alla ricerca sull’endometriosi nel mondo sono 200 volte inferiori a quelli destinati ad altre malattie croniche a parità di incidenza, come l’alzheimer o il diabete.

Oltre il genere: l’accesso alle cure per la popolazione migrante

La popolazione femminile non è l’unica a sperimentare disuguaglianze nella qualità delle cure. Un approccio sempre più transculturale invita a guardare alle disuguaglianze in modo intersezionale, considerando come diverse forme di svantaggio possano sommarsi.

Quando fattori come genere, origine, condizione economica o status migratorio si combinano, il rischio di incontrare ostacoli nell’accesso ai servizi sanitari aumenta progressivamente. In questo senso, ogni ulteriore elemento di marginalità può tradursi in una lenta e graduale erosione dei diritti fondamentali, tra cui anche quello alla salute.

In Italia, il diritto alla salute è costituzionale: l’articolo 32 fa riferimento all’“individuo” come destinatario di questo diritto e non al “cittadino”, svincolando formalmente l’accesso alle cure dal concetto di cittadinanza. Tuttavia, questa formulazione non si è tradotta in un sistema strutturato di servizi in grado di prendersi cura adeguatamente anche delle persone straniere. La regionalizzazione della sanità pubblica e una complessa burocrazia a carico della popolazione straniera hanno reso l’accesso alla sanità disomogeneo sul territorio, con significative differenze regionali e persistenti barriere all’assistenza.

In Italia, l’accesso alle cure per gli stranieri senza copertura sanitaria passa attraverso due strumenti principali: il codice Stp per i cittadini extra-Ue irregolari e il codice Eni per i cittadini comunitari privi di assistenza sanitaria.

Il codice Stp, rilasciato dalle Asl e valido su tutto il territorio nazionale, consente di ricevere cure urgenti ed essenziali, spesso senza costi, tramite dichiarazione di indigenza. Nella pratica, però, l’assistenza resta limitata: niente medico di base o pediatra, accesso solo a determinate strutture, a orari specifici e spesso costrittivi, rinnovi burocratici che costringono i pazienti Stp a scontrarsi con barriere linguistiche, amministrative e logistiche ogni sei mesi (durata di validità del codice). Questo rende difficile garantire continuità di cura proprio a persone che vivono spesso in condizioni di forte precarietà economica e abitativa.

Per i cittadini europei senza copertura sanitaria, la situazione è ancora più complessa. Il codice Eni è una misura concepita a partire dal 2007: quando Bulgaria e Romania sono diventate parte dell’Unione europea, ci si è resi conto che non tutti i cittadini bulgari e rumeni erano in possesso della Tessera europea di assicurazione malattia (Team), magari perché ritenuti non idonei o a causa delle carenze dei sistemi sanitari nei Paesi d’origine. 

Dunque, questi cittadini neocomunitari, se disoccupati, con familiari a carico o, ancora, lavoratori nell’ambito dell’economia informale, si trovavano sprovvisti di copertura sanitaria.

In Italia, il codice Eni vale solo nella regione in cui viene rilasciato e, nella maggior parte dei casi, non prevede esenzioni dal ticket. Inoltre, non è anonimo: le prestazioni a pazienti Eni sono oggetto di contabilizzazione separata per consentire azioni di recupero verso i Paesi di provenienza.

Un po’ di dati: il caso dei minori e la prevenzione a rischio

Quando si parla di salute dei cittadini stranieri in Italia, pesa molto la frammentazione territoriale: alcune regioni hanno introdotto misure più inclusive, come il Veneto che ha esteso la validità di entrambi i codici a un anno. Altre, invece, restano tardive nell’implementare politiche di inclusione. 

Le disuguaglianze emergono con particolare forza nel caso dei minori. Se quelli extra-Ue hanno diritto all’iscrizione al Servizio sanitario, nel caso dei minori Eni c’è una base giuridica più debole, a tal punto che possono restarne esclusi, essendo dunque impossibilitati ad avere un pediatra. In un rapporto del 2022, la Società italiana di medicina delle migrazioni informa che la possibilità di iscrizione al Servizio sanitario è stata estesa a minori Eni solo in cinque regioni italiane: Liguria, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte, Sicilia e Lombardia.

Quando l’accesso al sistema sanitario è incerto o frammentato, le prime prestazioni a essere sacrificate sono spesso quelle preventive. Diversi studi italiani mostrano livelli di adesione più bassi ai programmi di screening oncologico tra la popolazione straniera rispetto a quella italiana, in particolare per mammografia, Pap test e screening del colon-retto. Le differenze risultano più marcate tra le donne provenienti da Paesi a basso reddito e tra le persone con difficoltà linguistiche o condizioni socioeconomiche fragili. 

Le barriere amministrative, la scarsa informazione sui servizi disponibili, la mobilità abitativa e la mancanza di un medico di riferimento contribuiscono a ridurre la partecipazione di questa parte della popolazione, aumentando il rischio di diagnosi tardive.

Disuguaglianze nella conoscenza medica: il caso della dermatologia

Accanto agli ostacoli di accesso esiste un secondo livello di disuguaglianza, meno visibile ma altrettanto rilevante: quello legato alla produzione del sapere medico. In dermatologia, ad esempio, numerose analisi internazionali hanno evidenziato una scarsa rappresentazione delle patologie su pelli scure nei manuali di riferimento e nei materiali didattici. 

Uno studio del 2018 ha analizzato circa 4.416 immagini provenienti da manuali accademici di medicina, attestando una percentuale di fotografie raffiguranti corpi neri pari al 4,5%. Un ulteriore studio del 2019 ha rilevato che circa il 47% dei dermatologi riteneva la propria formazione insufficiente per riconoscere correttamente le malattie cutanee nei pazienti con la pelle nera.

La questione non riguarda solo la pratica clinica, ma anche la composizione dei dataset utilizzati nella ricerca e nello sviluppo di strumenti diagnostici, inclusi quelli basati su intelligenza artificiale. 

Negli ultimi anni non sono mancati tentativi di affrontare queste criticità attraverso interventi mirati. Ad esempio, il progetto Aequitas, coordinato dall’Università di Bologna e finanziato dall’Unione europea, ambiva a sviluppare un generatore di immagini di malattie cutanee su diverse tonalità di pelle, con lo scopo di ridurre i bias diagnostici nell’intelligenza artificiale e rendere i modelli diagnostici più equi su fototipi scuri.

Questa esperienza ha rappresentato un esempio significativo di sanità di prossimità e di approccio transculturale. Tuttavia, il progetto si è concluso nel 2025 senza che siano ancora disponibili valutazioni sistematiche pubbliche sugli esiti a livello di salute, sull’impatto organizzativo dell’iniziativa e sulla sua eventuale replicabilità su scala più ampia.

Una medicina transculturale passa per una medicina diversificata e inclusiva

Nel loro insieme, queste evidenze mostrano come le disuguaglianze sanitarie non siano il risultato di singoli episodi, ma l’effetto cumulativo di fattori che operano su più livelli: non solo barriere esterne, organizzative o amministrative, ma anche elementi interni al sistema, legati alle rappresentazioni sociali dominanti e alla composizione della forza lavoro.

Un elemento cruciale è la rappresentanza delle categorie storicamente meno presenti nei ruoli decisionali, in particolare donne e professionisti di origine straniera. Sebbene le donne costituiscano oggi la maggioranza dei medici nelle fasce di età più giovani e oltre il 50% degli iscritti alla professione, la loro presenza nei ruoli apicali resta limitata.

Parallelamente, in Italia operano circa 49.500 medici di origine straniera, pari a oltre il 10% del totale, insieme a più di 120.000 professionisti sanitari stranieri. Circa il 65% però non possiede la cittadinanza italiana, una condizione che può ostacolare l’accesso stabile al Servizio sanitario pubblico tramite concorsi nazionali.

Ne deriva un sistema che, pur dipendendo in misura crescente da queste componenti, continua a riflettere equilibri di potere poco diversificati. La composizione della forza lavoro non è neutrale: una scarsa pluralità nei contesti decisionali può influenzare priorità cliniche, produzione di conoscenza e capacità di intercettare bisogni differenziati.

Quest’ultimo è uno dei tasselli mancanti verso la costruzione di una medicina realmente transculturale e inclusiva: significa intervenire non solo sull’organizzazione dei servizi e sul gap nella ricerca, ma anche sulla rappresentanza professionale. Con l’obiettivo di sviluppare un sistema capace di riconoscere le differenze senza trasformarle in disuguaglianze, organizzandosi capillarmente per rispondere ai bisogni di tutti.

 

Fonti 

Académie Nationale de Médecine. 2025. Rapport: Infarctus du myocarde chez la femme.

Agensalute. “AMSI: medici stranieri rappresentano oltre il 10% del nostro SSN, con 49.500 medici e 123.810 professionisti della sanità”. 12 gennaio 2026.

Cuccarollo Angela, Graziottin Alessandra. 2022. Dismenorrea severa e cicli mestruali abbondanti: sono predittivi di endometriosi e disfunzioni sessuali?. Fondazione Alessandra Graziottin.

Haider Syed Ali, Borna Sahar, Gomez-Cabello Cesar A, et al. 2026. “The Algorithmic Divide: A Systematic Review on AI-Driven Racial Disparities in Healthcare”. Journal of Racial and Ethnic Health Disparities. 13:188–217.

Klinge Ineke. 2010. Innovative changes in biomedicine: integration of sex and gender aspects in research and clinical practice. In Riegraf, B., Aulenbacher, B., Kirsch-Auwärter, E., Müller, U. (eds) GenderChange in Academia. VS Verlag für Sozialwissenschaften.

Louie Patricia, Wilkes Rima. 2018. “Representations of race and skin tone in medical textbook imagery”. Social Science & Medicine. 202:38-42.

Shanti Narla, Heath Candrice R, Alexis Andrew, Silverberg JonathanI. 2023 “Racial disparities in dermatology”. Archives of Dermatological Research. 315 (5):1215-1223.

Scopri di più da Lo Spiegone

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere