Una transizione giusta non nasce dalla fame: il costo umano della crisi energetica a Cuba

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Fonte: Pedro Szekely / Wikimedia Commons - CC BY-SA 2.0

Da inizio 2026, Cuba sta affrontando una grave crisi energetica, economica e umanitaria, probabilmente la più profonda degli ultimi decenni. La vicenda mostra con particolare chiarezza quanto queste tre dimensioni siano profondamente interconnesse, mettendo in luce tanto la vulnerabilità del modello energetico cubano quanto le difficoltà di una transizione verso le fonti rinnovabili in un contesto di grave instabilità.

Una “carestia energetica indotta”

L’innesco di questa crisi consiste nella combinazione di due fattori, entrambi legati alla dimensione energetica.

Da una parte, gli Stati Uniti, nell’ambito di una campagna di pressione in corso dall’inizio del 2026, hanno imposto ulteriori sanzioni sull’isola, bloccando il rifornimento di carburante. Questa misura prende di mira specificamente il Grupo de administracion empresarial Sa (Gaesa), conglomerato imprenditoriale controllato dai militari cubani e legato a quasi tutti i settori dell’economia locale.

Dall’altra parte, la situazione si è aggravata ulteriormente dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi il 3 gennaio 2026, nell’ambito di un’operazione militare che ha portato alla riorganizzazione del settore petrolifero venezuelano sotto l’influenza di Washington. In seguito a questi eventi, le esportazioni di greggio venezuelano verso Cuba sono crollate drasticamente.

La perdita è stata particolarmente pesante perché il Venezuela rappresentava il principale fornitore energetico dell’isola. Nel 2025, inviava a Cuba circa 26.500 barili di petrolio al giorno, pari a circa un terzo del fabbisogno energetico cubano. Mentre alcune stime indicano che negli anni precedenti i volumi avevano raggiunto anche i 50.000-70.000 barili giornalieri.

Infine, ad inasprire ulteriormente il bloqueo che da oltre sessant’anni soffoca l’isola, si è aggiunto un ordine esecutivo del presidente statunitense Donald Trump che prevede sanzioni contro qualsiasi Paese che rifornisca Cuba di carburante, imponendo di fatto un embargo energetico sull’isola.

L’impatto sull’economia locale

In un Paese dove quasi l’80% dell’elettricità viene prodotta a partire dal petrolio importato, il blocco petrolifero si è trasformato in una vera e propria crisi diffusa a tutti i settori dell’economia. I blackout sempre più frequenti e prolungati hanno costretto alla chiusura delle attività commerciali e, soprattutto, degli ospedali. 

La situazione del comparto sanitario restituisce forse l’immagine più chiara degli effetti devastanti di questa crisi. Il sistema sanitario cubano è da sempre considerato un’eccellenza a livello globale. In Italia, ricordiamo perfettamente l’aiuto fornitoci nella primavera del 2020, durante la pandemia da Covid-19, da medici ed infermieri provenienti da Cuba.  Attualmente, però, a causa della scarsità di carburante, la sanità cubana è al collasso con oltre 96.000 interventi chirurgici arretrati.

Emergenza umanitaria e ambientale

La crisi del settore sanitario non rappresenta solamente una considerevole perdita di reddito nazionale. Contribuisce anche alla trasformazione della crisi energetica ed economica in una vera e propria emergenza umanitaria.

A Cuba, infatti, non solo è diventato impossibile curarsi, ma l’assenza di elettricità sta causando la chiusura delle scuole. Anche i beni alimentari hanno risentito della crisi innescata dal bloqueo, sia perché il settore dei trasporti è stato seriamente danneggiato dalla scarsità di carburante, sia perché la crisi ha portato a un picco dell’inflazione anche dei generi alimentari.

Inoltre, poiché le pompe idrauliche sono alimentate a diesel, anche l’approvvigionamento idrico è stato fortemente compromesso, lasciando intere zone senza acqua e limitando consistentemente il trattamento delle acque reflue.

Infine, i rifiuti si stanno accumulando nelle città perché non funzionano i mezzi per raccoglierli e, con l’arrivo della stagione calda e umida, sta aumentando il rischio di infezioni e contaminazione. Rischio che l’isola non può permettersi con un sistema sanitario al collasso e una scarsa disponibilità di acqua. 

«Il fotovoltaico, una delle vie più sicure»

Di recente, il presidente cubano Miguel Dìaz-Canel ha riaffermato l’impegno del governo verso una sovranità energetica che passi attraverso l’impiego massiccio di energie rinnovabili, definendo il fotovoltaico «una delle vie più sicure» per uscire il più velocemente possibile dalla crisi energetica.

Già dagli inizi del 2025, infatti, le importazioni di pannelli solari nell’isola avevano registrato un valore economico di circa 40 volte superiore a quello del 2023. Il mix energetico (ossia la combinazione di fonti da cui viene prodotta l’elettricità), invece, in un anno, aveva visto aumentare la sua componente di energie rinnovabili dal 3% al 10%. 

Inoltre, solo negli ultimi mesi, il governo cubano ha installato 1 gigawatt di solare, aprendo 50 parchi di diverse dimensioni. L’obiettivo è installare 92 impianti fotovoltaici entro il 2028, grazie a un un accordo con la Cina.

Non è tutto solare quello che luccica

Tuttavia, per raggiungere una reale indipendenza energetica basata sull’impiego di fonti rinnovabili non è sufficiente installare potenza rinnovabile. Per sopperire all’intermittenza strutturale delle fonti rinnovabili – il fotovoltaico, ad esempio, genera solo nelle ore diurne e non copre i picchi serali – è necessario costruire accumuli o batterie su larga scala in grado di contribuire alla continuità di fornitura nelle ore critiche. 

Sempre dal punto di vista tecnico, c’è un altro limite infrastrutturale, legato alla rete elettrica cubana, costruita in epoca sovietica e ormai obsoleta, sottodimensionata e fragile. La diffusione su larga scala dell’elettricità prodotta da fonti rinnovabili richiede una rete in grado di veicolarla. 

Esiste poi un problema di sostenibilità economica. Secondo l’economista Kevin Cashman, gli investimenti per passare a una produzione di elettricità da fonti rinnovabili superiore al 90%, che renderebbero l’isola realmente indipendente dalle importazioni di petrolio, dovrebbero ammontare a circa 8 miliardi di dollari (19 miliardi per raggiungere il 100%).

Questi valori si devono interpretare come una valutazione prudenziale di quanto realmente servirebbe per ottenere l’indipendenza energetica, poiché non comprendono tutti quei consumi che non passano per l’elettricità, come ad esempio la benzina delle auto o delle industrie. 

La transizione energetica non nasce dalla crisi

Alla luce di questi dati, la narrativa secondo cui l’inasprimento del bloqueo avrebbe rappresentato una sorta di esternalità positiva – una leva capace di accelerare la transizione verso la sovranità energetica e l’impiego su larga scala delle fonti rinnovabili – appare sempre più come una forzatura.

È vero che la crisi ha spinto Cuba ad accelerare gli investimenti nel fotovoltaico e a ridurre, almeno in parte, la propria dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili. Tuttavia, confondere questa reazione con un beneficio rischia di ignorare il costo umano, sociale ed economico che l’ha resa necessaria.

La transizione energetica richiede investimenti, pianificazione e sviluppo infrastrutturale. Quando invece prende forma in un contesto di scarsità estrema, collasso dei servizi essenziali e crescente vulnerabilità sociale, il rischio è che venga presentata come una soluzione a una crisi che però non può risolvere. Almeno nel breve periodo.

Davvero possiamo sostenere che fosse necessario mettere in ginocchio l’economia di un’intera nazione, esporre migliaia di persone alla fame, alla malattia e alla mancanza di servizi essenziali, oltre a compromettere la salubrità dell’ambiente, per accelerare la diffusione delle energie rinnovabili? Una transizione energetica può dirsi sostenibile solo quando migliora le condizioni di vita delle persone, non quando nasce dalla loro privazione.

 

Fonti

Cashman, Kevin. “Sunrise After the Blockade”. Transition security project. 14 aprile 2026.

de Luca, Alessia. “Cuba, l’ultima pedina?”. Ispi. 08 maggio 2026.

Il Post. “A Cuba va sempre peggio”. Il Post.  27 maggio 2026.

International Energy Agency. 2026. Energy system of Cuba.

Fouda, Malek. “‘Cuba’s healthcare system is being pushed to the brink by US blockades’, says health minister”. EuroNews. 21 febbraio 2025. 

Frank, Mark. “Cuba opens first of 92 solar parks in a bid to tame energy crisis”. Reuters. 21 febbraio 2025.

Pagani, Andrea. “Cuba e la crisi energetica come leva per una transizione accelerata”. Elettrico Magazine. 27 maggio 2026.

Sherwood, Dave, Parraga, Marianna. 2026. “Clock ticks in Cuba as Trump cuts off Venezuelan oil”, Reuters. 13 gennaio 2026.

Tashi-Steinebach, Ayse, Sass, Maren. “Cuba in crisis amid fuel shortages, ongoing blackouts”. DW Global Media Forum. 02 maggio 2026. 

Tecleme, Lorenzo. “Cuba sta investendo sul solare come nessun altro”. Valori.it. 10 giugno 2026.