Lesvos, Lampedusa, le Canarie. Le isole del Mediterraneo sono al centro delle rotte migratorie da almeno 15 anni, poiché costituiscono un primo punto d’approdo sul continente europeo per molte persone.
Allo stesso tempo, però, per la loro conformazione e per l’isolamento dal resto della terraferma, sono spesso state impiegate come dispositivi di confinamento delle popolazioni migranti. Dal campo di Moira a Lesvos fino a Lampedusa – solo per citare i luoghi più noti – sulle isole è stato possibile costringere e limitare gli spostamenti delle persone considerate “illegali”. Grazie al regolamento di Dublino, che identifica come luogo per la richiesta d’asilo il primo Paese d’arrivo, i flussi vengono bloccati sul nascere, impedendo fisicamente – attraverso l’isolamento geografico – il proseguimento del percorso. E così, il “fenomeno migratorio” è circoscritto a un terreno ben delimitato.
In altri casi, invece, è nelle isole che le persone espulse dai Paesi europei sono state trasferite, allo scopo di contenerne i movimenti. Un esempio recente riguarda l’isola greca di Creta, dove il 6 luglio 2025 è arrivato un gruppo di 442 migranti, poi trasferiti in una località vicino a Chania e infine riportati al punto di sbarco.
Dunque, l’utilizzo delle isole – da cui si può scappare fino a un certo punto – è inserito in una più ampia politica di deterrenza delle migrazioni perseguita dal governo greco e, in generale, riflette la tendenza dell’approccio europeo.
Isole come tecnologia di frontiera
Come hanno testimoniato negli anni diverse organizzazioni per i diritti umani, le isole sono state considerate particolarmente adatte alle politiche di contenimento, diventando il simbolo dei respingimenti, della sofferenza e delle violazioni dei diritti umani. Isolamento fisico, difficoltà di accesso a osservatori esterni, facilità di controllo, sono alcuni elementi che hanno reso nel tempo le isole dei luoghi particolarmente favorevoli alla sperimentazione di politiche di abuso e contrasto all’immigrazione.
Proprio in questi luoghi sono state applicate pratiche e tecnologie di controllo e repressione poi diffuse ad altri confini – come quelli terrestri – e ad altre situazioni di controllo migratorio nell’Unione europea. Check point, tornelli, telecamere, dispiegamento di agenti di sicurezza, militarizzazione. Ogni movimento delle persone è sorvegliato e registrato, allo scopo di esercitare il massimo controllo.
In questo senso, significativo è quanto accade a Ceuta e Melilla, che – pur non essendo isole – occupano una posizione peculiare, in quanto enclavi spagnole ed europee in Marocco. Per questo motivo, rappresentano sia un punto d’ingresso sul territorio europeo che una base per sperimentare infrastrutture di controllo, fisiche e tecnologiche. Tra queste, recinzioni, sorveglianza, respingimenti.
Il ruolo delle isole nelle politiche europee di respingimento
Le isole hanno assunto un ruolo centrale nell’approccio securitario europeo, a partire dall’introduzione dei cosiddetti “hotspot” nel 2015, passando per le nuove forme di esternalizzazione delle frontiere – che spostano procedure d’asilo e controlli nei Paesi extra-Ue -, fino ad arrivare al Patto europeo su migrazione e asilo, in vigore da giugno 2026.
Attraverso tutti questi strumenti, le politiche europee degli ultimi 15 anni si sono evolute verso un approccio sempre più respingente e securitario, adottando come principio quello del contenimento, del respingimento, della sicurezza e dell’esternalizzazione ed eliminando i diritti umani dall’equazione.
Il punto di partenza è stata l’introduzione degli hotspot: un sistema promosso dalla Commissione europea per supportare gli Stati membri maggiormente esposti agli arrivi via mare, come Grecia e Italia. A livello formale, gli hotspot erano pensati come centri destinati all’identificazione, alla registrazione e al rilevamento delle impronte digitali delle persone appena sbarcate. Tutti passi iniziali per avviare le procedure di asilo o rimpatrio. In pratica, però, questi punti sono diventati il simbolo di torture, permanenza prolungata ed eccessive procedure di controllo, trasformandosi in spazi di confinamento. Il più grande hotspot d’Europa si trovava su un’isola greca: Lesvos. Il campo di Moria, ideato per 3.000 persone, nel 2020 – quando è stato distrutto da un incendio – ne ospitava 20.000.
La Grecia, in questo approccio gioca un ruolo importantissimo: l’accordo per il controllo dei flussi migratori, stipulato fra Unione europea e Turchia nel 2016, stabiliva una limitazione geografica: chi sbarcava non poteva trasferirsi sulla terraferma prima di aver completato le procedure di asilo e l’esame della domanda di protezione internazionale (l’alternativa era il rimpatrio). Così facendo, gli hotspot sono di fatto diventati un prolungamento del regolamento di Dublino, restringendo l’arrivo non a un Paese ma a una regione specifica. In questo modo, le isole – soprattutto quelle greche – si sono trasformate non in luoghi di transito, ma in spazi di confinamento. Attesa, permanenza obbligata, stop della mobilità.
Un caso emblematico: le isole della Grecia
Dopo il 2020, il governo greco ha trasformato gli hotspot in Centri chiusi ad accesso controllato (Ccac), costruendone un altro a Lesvos, oltre a quelli di Samos, Kos e Leros.
La gestione delle frontiere europee, da lì in poi, si è orientata sempre di più verso l’esternalizzazione dei controlli, anche attraverso accordi con Paesi terzi, come quelli con Libia, Tunisia e Albania. Nei primi due casi, gli accordi prevedevano principalmente il potenziamento delle guardie costiere locali, il blocco delle partenze irregolari e l’agevolazione di alcuni ingressi considerati regolari.
In questo contesto, le isole hanno comunque continuato a svolgere un ruolo centrale: anche se non erano più solamente degli hotspot, erano ancora un filtro per identificare e classificare le persone in movimento, decretandone l’accesso all’asilo o il rimpatrio.
L’adozione del Patto europeo su migrazione e asilo ha in questo senso accelerato la procedura, rendendo più veloce (e quindi più inaccurato) lo screening, ampliando i casi in cui le domande possono essere esaminate direttamente nelle aree di frontiera come isole di approdo, confini terrestri o aeroporti. Questo rende il movimento dei richiedenti asilo ancora più limitato. Lesvos, Lampedusa e le isole delle Canarie mostrano analogie nelle pratiche di accoglienza, detenzione e gestione delle frontiere.
L’impatto sulle persone e le isole come spazi di accoglienza
In tutti questi anni di politiche migratorie violente da parte dell’Ue, sulle isole è diventato sempre più visibile l’impatto della gestione dei flussi sulle comunità locali, sulle condizioni di vita delle persone migranti e sul rispetto dei diritti fondamentali. Ma si è anche fatta strada la sperimentazione di pratiche di accoglienza diverse.
In alcuni casi, è stato fatto ricorso a un approccio accogliente e non respingente: è questo il caso di Lampedusa. Sull’isola è attiva Maldusa, associazione culturale che promuove la libertà di movimento delle persone migranti, sostenendo le reti di solidarietà già esistenti e svolgendo attività di ricerca e documentazione sulle violenze di confine nel Mediterraneo.
Il progetto, nato dall’impegno di attivisti attivi nel soccorso in mare e nella solidarietà ai migranti, opera con un approccio “collaborativo e orizzontale”. Attraverso le sue sedi di Palermo e Lampedusa, Maldusa favorisce il dialogo tra membri della cittadinanza e persone rifugiate, mettendo in rete competenze, esperienze e comunità per contrastare le politiche di confine e rafforzare pratiche di accoglienza, mutuo aiuto e difesa dei diritti delle persone in movimento.
Alternative ai respingimenti: comunità e solidarietà a Lesvos
A Lesvos sono attive e presenti numerose Ong e associazioni, come Lesvos Yoga and Sport for Refugees, che offre lezioni e allenamenti gratuiti in diversi sport, sia individuali che di squadra. «Non si tratta di un progetto rivolto esclusivamente a migranti», spiega Donal, referente della comunicazione e istruttore di arrampicata per l’organizzazione. «Non vogliamo solo offrire un servizio ai rifugiati, ma creare uno spazio dove le persone possono stare insieme», osserva. «Integrazione e inclusione sono fondamentali e così i membri della comunità greca e le persone con background migratorio possono mescolarsi e imparare a vicenda».
Yoga and Sports opera a Lesvos dal 2017. Nel tempo, si è creata una «comunità sana e vivace», dice Donal, evidenziando la «gioia delle persone» nel partecipare ad attività comuni. «Il senso di comunità è molto forte», conclude.
Il programma di coaching impiega principalmente allenatori con background migratorio, che mettono a disposizione le proprie conoscenze e competenze. «Cerchiamo di offrire un ruolo di leadership», sottolinea Donal «anche per favorire opportunità di sviluppo e di futuro professionale per coloro che lavorano con noi». L’organizzazione quindi agisce «solo da facilitatore».
Questo è molto importante anche per abbattere gli stereotipi, dice Donal: «Molti visitatori, turisti o volontari hanno un’idea stereotipata della persona rifugiata solo come vulnerabile o debole. Come attore passivo che aspetta solo che gli succeda qualcosa». Invece, vederli in veste di coach «dà loro un’autorità e aggiunge complessità: mostra che sono persone competenti».
Al momento a Lesvos vengono offerte tra le 10 e le 15 discipline sportive. Ci sono un allenatore di muay thai dall’Afghanistan, uno dall’Iran per la corsa, e coach afghani per calcio maschile e pallavolo. Per il calcio femminile, c’è un’allenatrice dalla Sierra Leone. C’è stato anche un allenatore di basket dello Yemen, con un passato in una squadra professionistica nazionale. «Abbiamo diversi contesti e luoghi di provenienza», spiega Donal, evidenziando «i talenti eccezionali» presenti a Lesvos.
Sport e accoglienza contro razzismo e respingimenti
Il contesto di Lesvos però, secondo Donal, «pone alcune sfide»: in particolare, l’isola è molto vicina alla Turchia, da cui dista soli 12 chilometri, e questo l’ha resa nel tempo una rotta migratoria estremamente popolare. «Solo che chi arriva qui non ha intenzione di restarci: per loro Lesvos è solo un punto intermedio del viaggio», puntualizza Donald. «Ognuno ha i suoi obiettivi o sogni, come andare verso Germania, Francia o Regno Unito». Le isole greche sono solo il percorso relativamente “più semplice” per arrivare sul suolo europeo. Per questo la comunità migrante dell’isola può essere percepita come “transitoria”. La maggior parte di chi arriva «non ha intenzione di restare molto. In media tre o sei mesi».
Dopo l’incendio del campo di Moria, racconta Donal, il numero di persone rifugiate a Lesvos è rimasto stabile: circa 1.000 nel campo principale, che oggi è quello di Mavrobuni. Oggi, questo numero è ancora più basso: circa 300 persone. Si tratta di una tendenza estiva che in parte ribalta la situazione: «Durante i mesi estivi la popolazione (sull’isola, ndr) diminuisce perché il governo greco sposta le persone quando parte la stagione turistica», spiega Donal. Il riferimento è alla necessità di “preparare l’isola” al turismo allontanando presenze che per il governo sono indesiderate oppure associate all’insicurezza e al “degrado”.
«Qui c’è decisamente tanto razzismo», continua Donal. «Un esempio è che per le nostre lezioni di nuoto, durante i mesi estivi, non avendo una piscina usiamo il mare e dobbiamo trovare degli spazi dove possiamo sentirci accettati: ci sono persone del posto che spesso ci invitano a cambiare spiaggia utilizzando frasi razziste». Per questo motivo, «abbiamo cambiato spiaggia sei o sette volte, nel corso degli anni». Quella del nuoto è anche un’esperienza particolare perché «per molti l’acqua rappresenta un trauma, mentre le lezioni danno l’opportunità di riassociare il mare a qualcosa di positivo, sentendosi al sicuro».
Pur in un contesto dove il razzismo è ben presente, Lesvos rimane un luogo di piccole dimensioni. Per Donald, l’atmosfera sull’isola è quella di una piccola città e si incontrano spesso le stesse persone. «C’è mescolanza tra la popolazione», anche perché molti abitanti lavorano per la guardia costiera o per la polizia portuale. «Praticamente, ti mescoli con le stesse persone il cui lavoro è fermarti per strada e impedirti di essere qui. A volte, questo è difficile», afferma Donal, esplicitando la complessità dell’isola e le diverse dimensioni che può assumere il rapporto tra tutte le persone che la attraversano.
In altri casi, invece, è più facile essere coinvolti nelle stesse attività. «Ad esempio, una volta all’anno organizziamo Lesvathlon, una maratona di oltre 300 chilometri per tutta l’isola, coinvolgendo tutti i residenti, le organizzazioni di Lesvos e anche un club di corsa, connesso al governo locale, che a sua volta ha legami con il governo e il ministero dell’Immigrazione».
Ma, nonostante i singoli episodi positivi, Lesvos e le isole europee restano un simbolo di politiche inadeguate e di abusi sui diritti umani, dove l’umanità presente, la solidarietà dal basso e le denunce sono ancora insufficienti a trasformare l’Europa in un continente che a livello istituzionale accoglie invece di respingere su base razzista.
Fonti
Ansa. “Spagna, soccorsi quasi 250 migranti al largo delle Canarie”. 24 agosto 2025.
Asgi. “Moria: la colpa è della politica Ue, non dei rifugiati”. 17 settembre 2020.
Corriere della sera. “Lesbo, il destino incerto dei profughi che l’Europa non vuole vedere”. 6 agosto 2021.
Deutsche Welle. “Refugees on Lesbos”. 19 dicembre 2017.
European migration network. 2024. EMN inform: Migration diplomacy: An analysis of policy approaches and instruments.
Grant, Peter; Forin, Roberto; Bram Frouws. “Are Crete and the Balearics Revealing Cracks in the EU Migration Deterrence?”. Mixed Migration Centre. 18 luglio 2025.
Istituto affari internazionali. “Did 2016 Mark a New Start for EU External Migration Policy, or Was It Business as Usual?” 25 novembre 2016.
Melting Pot. “A tre anni dall’incendio di Moria, “Mai più Moria” rimane una vuota promessa”. 13 settembre 2023.
Mesay, Velania. “Il processo farsa per l’incendio di Moria nella Grecia laboratorio europeo del confinamento”. Altreconomia. 17 marzo 2024.
Parlamento europeo. “Hotspots at EU External Borders”. Settembre 2023.
The New Humanitarian “Why EU asylum policy must change after the Moria fires”. 17 settembre 2020.
Unicef. “Grecia, allarme per migliaia di bambini nei centri per migranti sulle isole”. 21 settembre 2018.
Unione europea. 2016. EU-Turkey Statement.


