Questo articolo è stato pubblicato nello speciale della newsletter Estera dedicato a Spin Time. Per leggere il numero, clicca qui. Per iscriverti alla newsletter, clicca qui.
Nella notte tra il 29 e il 30 luglio un principio d’incendio è divampato in un locale tecnico di Spint Time Labs, il palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme, occupato da 13 anni. Le fiamme sono state prontamente spente, nessuno è rimasto ferito e non risultano danni strutturali. Gli inquilini dello stabile si sono dimostrati pronti e rapidi nell’intervento, spegnendo il principio di rogo, avvertendo le autorità ed evacuando l’edificio per permettere ai vigili del fuoco di accedervi per le verifiche.
Sul posto, però, oltre ai vigili del fuoco chiamati dagli inquilini di Spin Time sono arrivati anche polizia locale e polizia di Stato. I primi per chiudere al traffico via di Santa Croce in Gerusalemme, in modo da gestire le operazioni al meglio, i secondi con tanto di blindati e reparto mobile per assicurarsi che le oltre 400 persone che vivono all’interno dello stabile si limitassero ad andare altrove o a parcheggiarsi sui marciapiedi.
A più di due settimane dall’incendio, però, è difficile continuare a raccontare la storia di Spin Time soltanto come una questione di sicurezza dello stabile e dei suoi inquilini. Per capire cosa sta succedendo bisogna tornare indietro di qualche anno, a quando quell’edificio era ancora un immobile pubblico, e chiedersi che cosa succede quando uno spazio della città passa dall’essere patrimonio pubblico a essere un asset finanziario, per poi tornare a essere riempito da una comunità.
Lo storico edificio di via Santa Croce in Gerusalemme è stato utilizzato per anni da Inpdap e poi dall’Inps. Nel 2004, tramite decreto ministeriale, l’edificio viene ceduto al Fondo immobili pubblici (Fip), un fondo gestito da InvestiRE Sgr. L’operazione rientrava nel più ampio quadro delle operazioni di dismissione del patrimonio pubblico che ha caratterizzato Roma e le grandi metropoli del Paese a inizio anni Duemila. Ironicamente, quindi, un edificio originariamente pubblico, destinato a funzioni pubbliche, viene trasformato in un asset immobiliare finanziario.
Lo stabile è stato utilizzato – o almeno parzialmente – in locazione dall’Inps fino al febbraio 2013. La lunga operazione di dismissione dello stabile, che secondo Spin Time è stato progressivamente abbandonato fino a rimanere quasi completamente vuoto tra il 2010 e il 2013, ha rappresentato per anni uno dei cortocircuiti del sistema socio-economico di Roma e del Paese intero: in piena recessione economica, con l’aumento della disoccupazione e della crisi abitativa, un immobile pubblico viene sottratto all’uso pubblico e trasformato in un asset finanziario, mentre rimane sostanzialmente inutilizzato.
Ed è qui che, secondo me, inizia la storia vera di Spin Time. Non soltanto nella domanda su chi abbia il diritto di occupare un edificio, ma in quella su chi possa decidere quale uso debba avere uno spazio urbano e quale valore debba avere per una città: quello determinato dal mercato immobiliare o quello prodotto da una comunità che lo abita.
Nell’ottobre del 2013 ero maggiorenne da qualche mese. Non vi partecipai attivamente perché politicamente immaturo. Non ero neanche al corrente dell’intenzione di occupare lo stabile per dargli nuova vita. Ero però consapevole di quello che succedeva nel mio quartiere: delle famiglie in strada, delle persone che cercavano da mangiare frugando nell’immondizia del Mercato di Piazza Vittorio, della retorica securitaria che avvolgeva mediaticamente il quartiere.
Sentendo la TV sembrava vivessimo nel Far West, che fosse pericoloso uscire di casa e che ci fosse un urgente bisogno di ristabilire ordine e legalità. Niente di più falso. Ai tempi l’Esquilino, storico quartiere romano che per decenni ha rappresentato il cuore pulsante e multiculturale della capitale, affiancando l’italiano allo straniero, il borghese al proletario, era un quartiere vivo e resistente, che affrontava le sfide della crisi come poteva.
Come anni dopo scoprimmo, ci stavamo preparando a qualcosa di diverso: il processo di gentrificazione che avrebbe progressivamente sostituito gli abitanti con i turisti e le nostre case con uffici, hotel e B&B. Spin Time, in questo senso, sarebbe diventato anche un ostacolo a questa trasformazione.
Quando l’edificio fu finalmente occupato nell’ottobre del 2013, a sette mesi dalla fine del contratto di locazione dell’Inps e senza che nel frattempo fosse stata trovata una nuova destinazione per lo stabile, la vita mia e dei miei amici in qualche modo cambiò. L’intero rione trovò un luogo di aggregazione e coesistenza in Spin Time, e Spin Time a sua volta divenne un ostacolo alla trasformazione di un quartiere che di problemi ne aveva a bizzeffe, ma mai legati all’occupazione dello stabile.
Il 2013 è stato l’anno dello Tsunami Tour, la grande stagione di mobilitazione dei movimenti per la casa romani, che in quell’anno portò a decine di occupazioni nella capitale. Un anno in cui il diritto alla casa diventava campo di scontro tra gli inquilini di Spin Time, il quartiere e noi da un lato, e le autorità dall’altro.
Se inizialmente l’obiettivo dell’occupazione era prettamente abitativo, con circa 150 famiglie che entrarono nello stabile e trasformarono gli uffici in appartamenti, creando stanze, cucine e servizi igienici per oltre 400 persone, con il tempo la funzione di Spin Time cambiò. Nessuno di noi ha avuto bisogno di andare a vivere a Spin Time. Tutti noi, però, abbiamo partecipato alla nuova vita del palazzo, contribuendo come potevamo e formandoci, politicamente e civicamente, in quegli ambienti.
Spin Time infatti aveva una priorità, quella abitativa, ma non è mai mancato di rendersi conto di cosa significasse per il quartiere. Cosa fare allora di quegli spazi che “avanzarono” dopo la sistemazione delle famiglie? La soluzione emerse spontaneamente e fu documentata anni dopo anche da una ricerca di Roma Tre: creare un nuovo modo di abitare.
Tra il 2014 e il 2018, Spin Time ha infatti ospitato nei propri locali una vasta costellazione di realtà della società civile, sempre più disparate. Gruppi cattolici, associazioni queer, Ong che si occupavano di migrazione e molto altro. Solo all’interno della nostra cerchia di abitanti del rione vantiamo uno dei barbieri dello stabile, a cui fu offerto uno spazio per svolgere la propria attività in un momento in cui lavorare e investire in un progetto diventava sempre più difficile e proibitivo.
Alcuni di noi, oggi insegnanti in giro per l’Italia, hanno iniziato a esplorare la pedagogia e il mestiere in quei locali che furono adibiti a doposcuola, dove dare ripetizioni ai ragazzi delle medie o occuparsi di quelli addirittura più piccoli. Tra i vari colleghi che sono cresciuti nel rione vi è chi è transitato per Scomodo, che proprio in quelle stanze è stato fondato, ha preso forma ed è divenuto il progetto che conosciamo tutti. Tra di noi, in questi giorni sempre presenti davanti a Spin Time, vi è chi ha mosso i propri primi passi da artista nei vari laboratori artigianali ancora presenti, o nella camera oscura.
Insomma, Spin Time, tra le altre cose, è stata una tappa fondamentale a livello personale, professionale e politico dell’intero quartiere e non solo di chi ci abita.
Ed è proprio questo che rende difficile leggere quello che sta succedendo oggi soltanto attraverso le parole “legalità” e “abusivismo”.
Subito dopo l’incidente, Fratelli d’Italia, da mesi impegnata in un attacco continuo agli spazi occupati della sinistra alternativa e radicale, ha rincarato la dose ponendo l’accento su quelle parole, sottolineando come il problema per la salute degli inquilini provenisse dall’occupazione e non, prima di tutto, dal fatto che oltre 400 persone si sono ritrovate improvvisamente senza casa.
La storia è sempre la stessa: la destra che incalza le alternative sociali per favorire grandi investitori e autoproclamati imprenditori. Ma al di là delle dichiarazioni politiche, la domanda è un’altra: quale idea di città emerge da questa contrapposizione? Una città nella quale gli spazi devono tornare disponibili alla valorizzazione immobiliare, oppure una città nella quale il loro valore può essere misurato anche dalla capacità di produrre comunità?
Non è un caso che, a fronte della rapidità con cui si è intervenuti per occupare l’immobile dopo l’incendio, siano rimaste molto più confuse e lente le soluzioni per le oltre 400 persone che vivevano lì. Gli abitanti di Spin Time hanno visto la polizia occupare l’immobile per poi essere, di fatto, costretti ad accamparsi lì davanti, con 40 gradi all’ombra e l’asfalto incandescente.
Per fortuna Spin Time non è solo un’occupazione, ma una fucina politica per l’intero quartiere. Un quartiere che ha prontamente reagito. Semplicemente seguendo le pagine social di Spin Time è facile notare come artisti, intellettuali, comuni cittadini del quartiere e non si siano messi a disposizione della comunità. C’è chi si è offerto volontario per assistere anziani e malati, insegnanti a fine turno che aiutano nel doposcuola e negli spazi dedicati ai bambini, artisti di ogni genere che performano per tirare su il morale di chi si è sentito abbandonato.
La lotta qui non è solo quella per il diritto all’abitare e per Spin Time. È una lotta che vede le realtà locali, la società civile, il quartiere e, a tratti, anche il Comune – va comunque sottolineato il tentativo di Gualtieri, dal 2023, di regolarizzare l’occupazione o di trovare soluzioni alternative per le oltre 400 persone – contro il Viminale, rappresentante di uno Stato per cui la priorità sembra essere l’esecuzione dello sgombero, senza tenere a mente il passato di Spin Time né il futuro dei suoi abitanti.
Al massimo, rimane l’interesse a proteggere il valore economico di un immobile che per tredici anni ha avuto un altro valore: quello prodotto dalle persone che lo hanno abitato.
Chissà, forse è anche per questo che a qualche centinaio di metri in linea d’aria, a CasaPound, dormono sonni tranquilli. Perché la questione non è soltanto se un edificio sia occupato illegalmente o meno. È anche capire quali occupazioni una città decide di tollerare, quali decide di cancellare e quali, invece, considera un problema.
Spin Time, almeno per il quartiere, non è mai stato soltanto un palazzo occupato.
È stato un luogo dove vivere, lavorare, imparare, fare politica, incontrarsi e crescere.
E forse è proprio questo il motivo per cui oggi la sua storia è diventata molto più grande di un semplice sgombero.


