Il razzismo della polizia in Europa

Manifestazione Black Lives Matter a Stoccoma
Manifestazione Black Lives Matter a Stoccoma (fonte: Wikimedia Commons)

La morte di George Floyd a Minneapolis, per mano di un agente di polizia, ha dato vita a una lunga serie di manifestazioni che hanno raggiunto anche le principali piazze delle città europee. Le persone scese in piazza unite sotto lo slogan ‘Black Lives Matter’ manifestavano principalmente per dimostrare solidarietà alla popolazione afroamericana statunitense, vittima della sistematica violenza della polizia. Queste proteste hanno però iniziato a far riflettere anche sulla situazione in Europa, dove il problema del razzismo della polizia, tutt’altro che assente, viene quasi del tutto ignorato dai media e dalle istituzioni.

Belgio, Paesi Bassi e Francia: anche in Europa la polizia uccide i neri

Tenendo in considerazione anche solo gli ultimi anni, sono molti i casi di giovani ragazzi di origine africana uccisi, in modo più o meno accidentale, dalla polizia. L’ultimo in termini di tempo è quello di Adil (il suo cognome non è stato reso noto), diciannovenne di origini marocchine, travolto da un’auto della polizia dopo aver tentato di sfuggire a un controllo di routine durante il lockdown, ad Anderlecht. In seguito all’incidente mortale è stata aperta un’inchiesta per omicidio colposo. Sempre in Belgio, nell’agosto del 2019, un diciassettenne di origini marocchine, Mehdi Bouda, venne investito da una volante dopo essere fuggito da un posto di blocco. Nel 2018 fece molto scalpore, invece, la morte di una bambina di due anni di origini curdo-irachene. La bambina si trovava su un van di un iracheno che la polizia stava inseguendo e venne colpita da una pallottola sparata dalla pistola di uno degli agenti.

Casi di questo genere non accadono solo in Belgio. Nel 2015, Mitch Henriquez, un turista proveniente da Aruba, durante una rissa nata a un concerto a L’Aia, Paesi Bassi, venne immobilizzato a terra da un poliziotto. Henriquez perse i sensi e morì qualche giorno dopo in ospedale. L’autopsia dichiarò la morte per asfissia. Dei cinque poliziotti coinvolti nell’arresto, due vennero inizialmente condannati: uno fu scagionato in appello e l’altro venne sospeso dal servizio per sei mesi.

La morte di Adama Traoré ha, invece, provocato un’ondata di manifestazioni e indignazione in Francia, nel 2016. Adama morì mentre era sotto custodia della polizia, dopo aver tentato di sfuggire a un controllo d’identità. Dopo che la polizia aveva informato la famiglia della morte avvenuta per arresto cardiaco e dopo aver cercato di far rimpatriare frettolosamente la salma del giovane in Mali, la famiglia Traoré riuscì a ottenere il permesso per una seconda autopsia che constatò la morte avvenuta per asfissia. Dopo quattro anni di indagini, i responsabili ancora non sono stati condannati.

Il fenomeno del racial profiling

Se, invece, si prendono in considerazione tutti quei casi in cui la polizia, senza ragioni oggettive, svolge attività di controllo, sorveglianza o investigazione in base all’aspetto di una persona o per il luogo in cui questa vive, il problema diventa ancor più importante. Si parla di racial profiling quando le forze dell’ordine usano le categorie della razza, la religione, l’etnia o la nazionalità di origine per valutare chi potrebbe essere coinvolto in attività criminali (e non quelle che dovrebbero essere usate, come sospetti ragionevoli, evidenze oggettive o comportamenti individuali).

Diversi studi condotti negli ultimi dieci anni dimostrano che il fenomeno del racial profiling è particolarmente radicato nel modus operandi delle forze dell’ordine europee. Uno studio del 2009 del Centre National de la Recherche Scientifique e Open Society Justice Initiative, osservando le operazioni di controllo della polizia nei pressi di diverse stazioni di Parigi, ha evidenziato che le persone di origine africana venivano fermate per controlli sei volte più spesso rispetto al resto dei passanti. Gli arabi, invece, otto volte di più. In Belgio, i giovani di origine marocchina fermati dalla polizia sono tre volte di più del resto della popolazione della stessa fascia di età. Sono numeri molto alti, soprattutto se si pensa che le comunità di origini africane sono minoranze sia in Francia che in Belgio.

La situazione non sembra andare molto meglio nel resto di Europa. Secondo il report del 2018 “Being Black in the EU” dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, il 24% degli intervistati (persone di origine africana residenti nei Paesi UE) ha dichiarato di essere stato sottoposto a un controllo della polizia nell’anno precedente al sondaggio. Il dato ancor più preoccupante è che il 44% di essi ha percepito il controllo come dettato esclusivamente da motivi razziali.

Le ripercussioni sociali del racial profiling sulle minoranze

Questi controlli, anche se solo una percentuale minore di essi vengono considerati effettivamente violenti, sono comunque percepiti come molto umilianti da chi li subisce. Il report del 2013 “Equality Betrayed – The impact of ethnic profiling in France” pubblicato dalla Open Society Foundation riporta diverse testimonianze di persone fermate per dei controlli dalla polizia anche più volte nel giro di pochi anni, durante i quali la diffidenza della polizia nei loro confronti è risultata sempre molto marcata.

Inevitabilmente il racial profiling ha delle ripercussioni sul senso di fiducia nei confronti delle forze dell’ordine, e più in generale delle istituzioni, da parte delle minoranze etniche. L’atteggiamento discriminatorio delle forze di polizia verso i giovani di origine africana o araba ha portato a una forma di diffidenza reciproca. Nel report della Open Society Foundation, molti intervistati hanno dichiarato che basta una parola sbagliata o non avere con sé un documento di riconoscimento per finire in centrale di polizia per ulteriori approfondimenti. Questo atteggiamento delle forze dell’ordine impaurisce le persone, soprattutto i più giovani, e ciò in parte giustifica anche i numerosi casi in cui i ragazzi tentano di fuggire dai controlli.

I video delle violenze della polizia

In Europa non mancano, poi, casi di video pubblicati online di violenze fisiche e verbali perpetuate dalla polizia, soprattutto durante le manifestazioni. Nonostante questo, fotografare o registrare agenti di polizia nell’esercizio delle loro funzioni, magari per avere la testimonianza di un comportamento scorretto, è una tematica controversa e che anima ancora il dibattito politico.

Pur non essendoci delle leggi negli Stati europei che vietino alle persone di registrare le forze dell’ordine, molto spesso capita che siano gli stessi agenti di polizia a intimare di non filmare, cancellare filmati fatti o addirittura sequestrare o danneggiare i dispositivi. Nelle ultime settimane ha fatto molto discutere, in Francia, la proposta di legge del deputato repubblicano Eric Ciotti, appoggiato da diversi sindacati di polizia, per impedire la pubblicazione di materiale multimediale raffigurante agenti di polizia durante le ore di servizio, per tutelarli e proteggere la loro privacy.

Si possono filmare gli agenti?

Al contrario, la maggior parte delle associazioni che si occupano di diritti umani in Europa pensano che uno dei passi da fare per trovare una soluzione al problema del racial profiling e in generale alla violenza della polizia sia quello di rendere più riconoscibili gli agenti. In questo contesto è quindi necessario prima di tutto chiarire se sia effettivamente possibile fotografare o filmare le forze dell’ordine.

Nel febbraio del 2019 è stata la Corte di giustizia dell’Unione europea a chiarire che le immagini degli agenti nell’esercizio delle loro funzioni sono dati personali e sarebbero quindi tutelati dalla privacy, ma in alcuni casi la loro diffusione può rientrare nel diritto di cronaca e può quindi essere legittima, anche se a filmare è un semplice cittadino e non un giornalista. Quindi, quando si è davanti a un comportamento potenzialmente violento o discriminatorio della polizia, è possibile filmare e renderlo pubblico.

Un altro modo per rendere la polizia più riconoscibile è l’introduzione dei numeri identificativi sulle divise degli agenti. In questo caso, negli ultimi anni sono stati fatti molti progressi: dei Paesi UE solo Italia, Austria e Paesi Bassi ancora non prevedono alcuna forma di identificazione.

Una soluzione per il racial profiling: riconoscerlo come problema

Una serie di misure per comprendere quanto il racial profiling sia esteso in Europa è stata indicata dalla Commissione per i diritti umani del Consiglio d’Europa. Secondo Dunja Mijatovic, commissaria per i Diritti Umani del Consiglio, per far emergere il problema della profilazione razziale anche a livello istituzionale è necessario che in ogni Stato vengano raccolti e pubblicati i dati riguardanti lingua, razza, religione, etnia di tutti coloro che vengono fermati per un controllo dalla polizia. Al momento, in Europa, l’unico Paese a fare un lavoro del genere è il Regno Unito.

Solo con dati ufficiali alla mano sarà possibile porre il problema del razzismo sistemico della polizia agli Stati, che a quel punto dovranno trovare soluzioni concrete richiedendo maggior trasparenza, vietando ufficialmente ogni forma di profilazione discriminatoria e prevedendo sanzioni per chi agirà contro quelle disposizioni.

 

Fonti e approfondimenti

Boubout Y., “In Europe, we also can’t breathe“, POLITICO, 3/6/2020.

Open Society Justice Initiative, “Equality Betrayed: the impact of ethnic profiling in France“, settembre 2013.

Ghyselings M., “Le pouvoir des images contre les violences policières“, Moustique, giugno 2020.

FranceInfo, “A-t-on le droit de filmeret de diffuser des images des forces de l’ordre pendant une manifestacion?“, 16/01/2020.

Mijatovic D., “Ethnic profiling: a persisting practice in Europe“, Council of Europe, 9/5/2019.

Amrani I. e Chrisafis A., “Adama Traoré’s death in police custody casts long shadow over French society“, The Guardian, 17/2/2017.

 

 

 

 

 

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