L’esercito israeliano (Idf) e la sua evoluzione nel tempo 

esercito israele
Immagine generata con supporto AI © Lo Spiegone CC BY-NC

Le Idf sono tra le forze militari più note al mondo per via dell’esperienza maturata in 75 anni di occupazione della Palestina. Esse sono spesso celebrate nei mezzi di informazione occidentali come ipertecnologiche e tra le più letali al mondo. Ciò nonostante, a Gaza le forze di Hamas sembrano essere tuttora in grado di resistere dopo un anno di guerra ed Hezbollah è lontano dall’essere sconfitto nonostante i quadri del Partito di dio siano stati decimati.

L’evoluzione dell’esercito israeliano da inarrestabile macchina bellica a forza di polizia specializzata nella repressione e nel controllo sistematico di una popolazione assoggettata ha seguito lo sviluppo del decennale conflitto israelo-palestinese. L’esperienza militare delle Idf si è formata in decenni di costante conflitto combattuto contro una miriade di nemici, con l’appoggio immancabile delle potenze occidentali, ben disposte ad armare l’alleato mediorientale con l’obbiettivo di perseguire i propri interessi nella regione.

I conflitti che forgiarono le Idf

Il primo conflitto armato era iniziato sotto forma di guerriglia tra ebrei sionisti, alcuni dei quali avevano accumulato esperienza militare in Europa combattendo per la resistenza al nazifascismo, e palestinesi. Era il 1947, un anno prima della unilaterale dichiarazione di indipendenza dello Stato sionista, che venne subito accolta internazionalmente. Gli Stati Uniti, che in futuro diverà il più indispensabile alleato di Israele, impiegò 11 minuti per farlo.

La prima guerra arabo-israeliana del 1948 ha visto contingenti degli eserciti di Libano, Siria, Iraq, Egitto, Giordania – e in misura minore Yemen del Nord e Arabia Saudita -, fronteggiare le forze del neonato Stato ebraico. La sostanziale vittoria di Tel Aviv non fu riconducibile solo alla superiorità militare israeliana. Molti dei Paesi arabi entravano in questo conflitto con riluttanza e con obiettivi strategici divergenti. Ciononostante, la disparità numerica condusse da subito lo Stato ebraico a decidere di associare potenza militare e sviluppo dell’esercito alla sopravvivenza del Paese.

Nel 1956 durante la crisi di Suez, Israele in collusione con Francia e Gran Bretagna decise di attaccare l’Egitto di Gamal Abdel Nasser. Tel Aviv contò sul supporto degli alleati europei nel combattere un nemico comune, reo di non aver sottoscritto il Patto di Baghdad nel 1955. Le “colpe” del dittatore egiziano andavano oltre. La nazionalizzazione del canale di Suez, l’obbligo del ritiro delle truppe inglesi dall’area e il supporto alla resistenza anticoloniale algerina. Ma soprattutto l’esser divenuto leader del panarabismo e l’aver preso le redini dell’antagonismo al progetto sionista di colonizzazione della Palestina. Il tutto condito da un continuo cambio di fronte tra Stati Uniti e Russia  nel contesto della Guerra tra i due blocchi. 

Le Idf sul campo 

Nonostante la coalizione occidentale abbia ottenuto un successo militare sul campo, la guerra si rivelò una disfatta politica. Le pressioni degli Stati Uniti, timorosi di un intervento sovietico, costrinsero questa alleanza tra ex super potenze coloniali e Israele alla ritirata. L’equilibrio di forze, che vedeva Usa e Urss impegnati nella Guerra fredda, portò gli statunitensi a costringere le Idf a ritirarsi da Gaza e dal Sinai egiziano nel 1957.

Nel 1967 Israele ha coronato il sogno di qualsiasi esercito, sbaragliando la coalizione araba di Siria, Egitto e Giordania – che godeva del supporto di Libano, Arabia Saudita e Iraq – in soli 6 giorni.  Le Idf occuparono militarmente Gaza, la Cisgiordania e la stessa Gerusalemme, il deserto del Sinai in Egitto e le alture del Golan in Siria. 

L’escalation che portò a questo conflitto fu iniziata e voluta da Israele e ottenuta attraverso ripetuti attacchi in territorio siriano. L’inizio pratico del conflitto fu un attacco a sorpresa. Attacco che le Idf condussero primariamente contro l’aviazione egiziana, ritenuta la più pericolosa, la quale fu distrutta a terra. Quelle di Siria e Giordania seguirono immediatamente dopo.

Il cambio di paradigma  

Questa debacle ha anche prodotto il cambio di paradigma di cui Israele gode ancora oggi. Divenendo da quel momento un alleato molto più credibile per gli USA. L’abbandono della via militare dei Paesi arabi in sostegno del popolo palestinese ha avuto inizio da questa prova pratica della superiorità militare israeliana.

Pochi anni dopo si chiuse definitivamente un fronte. Nel 1973, il conflitto combattuto fuori dalla Palestina tra Egitto, Siria, resistenza palestinese da un lato e Israele dell’altro fu una sorta di pareggio diplomatico. Con la risoluzione ONU 338 – che ribadiva quanto affermato nella 242 – prese il via di una nuova stagione di tentativi diplomatici di risoluzione del conflitto. Che fallirono definitivamente con l’abbandono degli Accordi di Oslo, fortemente voluto da Israele.

L’ultimo conflitto combattuto dalle Idf contro un esercito nazionale risale all’invasione del Libano del 1982, durante la Guerra civile libanese. Nel 2006 il conflitto contro Hezbollah, che nacque per opporsi alla precedente invasione e occupazione del Paese dei Cedri durata per 18 anni, è coinciso con i primi evidenti segnali della graduale trasformazione che le Pdf stavano subendo.

Controllo e sicurezza, una fuorviante ossessione delle Idf

Con il cambiamento dello scenario regionale, l’esercito israeliano, una delle forze militari più operative in battaglia della storia contemporanea, ha gradualmente cominciato a tramutarsi in un apparato di polizia. Una forza totalmente dipendente dai finanziamenti stranieri per mantenere l’enorme costo che un sistema difensivo così altamente tecnologizzato prevede.

La crescita economica israeliana è proceduta di pari passo con lo sviluppo del settore militare, rendendo l’esercito la più grande start up del Paese. La tecnologia legata alla sicurezza ha trovato impieghi civili e la sua esportazione ha garantito la crescita e la proliferazione dell’industria high-tech israeliana, divenendo un enorme fonte di entrate per il Paese. I veterani dell’intelligence, soprattutto quelli legati all’unità di spionaggio 8200, hanno collaborato attivamente per il successo di questo settore.

Le Idf e il laboratorio mediorientale  

Nella pratica la necessità di collaudare i dispositivi di controllo e sorveglianza della popolazione di Gaza e della Cisgiordania si è declinata nella possibilità di testare questi strumenti sul campo. La Palestina è divenuta così un enorme laboratorio per sperimentare l’efficienza di tali prodotti, prima di immetterli sul mercato.

I fondi pubblici, in particolare quelli destinati all’esercito, sono stati sempre più spesso devoluti allo sviluppo di software, palloni spia, e strumenti per intercettazioni telefoniche e riconoscimento facciale. Un relativo periodo di conflitto a bassa intensità ha reso l’ossessione per la sicurezza una priorità nel Paese, individuando nell’asettica tecnologia lo strumento per garantirla. Le aziende private che hanno investito in questo settore si sono moltiplicate e spesso hanno sostituito l’esercito anche nelle postazioni di frontiera con la Striscia di Gaza.

L’impronta capitalista che ha assunto questo settore della difesa ha fatto in modo che la comprensione pratica delle intenzioni del nemico – un aspetto del conflitto che richiede ancora la presenza umana – fosse accantonata a favore di sistemi di controllo sempre più avanzati.

La “soluzione” israeliana

Questo ha creato un falso senso di sicurezza dovuto soprattutto all’implementazione nel 2021 del muro di separazione che isola Gaza dal resto del mondo. Fu costruito dalla semi-privatizzata compagnia di sicurezza tecnologica Magal Security Systems, che si è sempre vantata della sua inviolabilità.

Definita la barriera intelligente, o Muro di Ferro, combina strumenti altamente tecnologizzati a pannelli in cemento alti 6 metri. Il tutto affiancato da telecamere di sorveglianza, mitragliatrici automatiche e sensori. In concerto con il sistema di difesa antimissile Iron Dome, fornito e finanziato dagli Stati Uniti, doveva essere la soluzione finale al problema di Gaza.

Vertici dell’intelligence e burocrati della difesa vantavano la capacità di questa soluzione di minimizzare la minaccia della resistenza armata, allontanare dai cuori e dalle menti le sofferenze del popolo palestinese, sia in patria che all’estero, e garantire il controllo capillare di qualsiasi manovra ostile all’interno della Striscia.

La politica ha poi avuto un ruolo decisivo nel ridimensionare gli investimenti di uomini e mezzi lungo il confine. L’arroganza e il sentimento di superiorità hanno contribuito all’impreparazione mostrata in occasione dell’attacco del 7 ottobre. Tra le cause: la costante politica di deumanizzazione e conseguenti sottovalutazioni della controparte. La goffa e grottesca risposta dell’esercito quel giorno ha dimostrato tutta l’impreparazione delle Idf nel respingere un attacco condotto in territorio israeliano e perpetrato senza l’ausilio di armi pesanti o mezzi corazzati.

L’orgoglio e il pregiudizio delle Idf

Le criticità e l’impreparazione dell’esercito, che il 7 ottobre ha fortemente evidenziato, erano già percepibili durante il conflitto contro Hezbollah del 2006. L’inarrestabile macchina da guerra israeliana, capace di sconfiggere poker di eserciti nemici in pochi giorni, si è trasformato in un gigante dai piedi d’argilla, incapace di raggiungere gli obiettivi prestabiliti in opposizione ad un solo gruppo paramilitare affrontato in un conflitto asimmetrico.

I finanziamenti destinati all’ampliamento e all’addestramento dell’organico nell’esercito sono stati gradualmente destinati alla creazione di un distopico e orwelliano strumento meccanizzato di repressione poliziesca. Asettico e non più capace delle azioni militari non convenzionali che le Forze di difesa israeliane hanno saputo organizzare in passato, grazie alla fantasia e alla adattabilità durante l’azione dei suoi comandanti.

Il fallimento che la guerra del 2006 contro Hezbollah ha rappresentato è testimoniato anche dall’istituzione di una commissione speciale per indagarne le cause. La Winograd Commission emise il suo verdetto conclusivo il 30 gennaio 2008, accertando il fallimento che l’operazione militare condotta contro un nemico inferiore sotto ogni punto di vista rappresentava. L’offensiva è stata definita: “una serie di opportunità sprecate”. Hezbollah resistette e crebbe negli anni a seguire, le IdfD non riuscirono mai a fermare i lanci di razzi dal Libano diretti nel nord di Israele e la popolazione civile di quelle aree fu costretta a sfollare o vivere nei rifugi.

Le cause dei numerosi insuccessi furono individuate nelle falle del processo decisionale della catena di comando a livello sia politico che militare. A causa di tale impreparazione le Idf iniziarono un’offensiva di terra per la quale non erano preparate nonostante fosse Israele ad aver iniziato il conflitto.

Idf allo specchio

Il fallimento del 7 ottobre dimostra che un’analisi profonda sulle cause del degrado di operatività delle Idf non sia ancora avvenuto. Mentre il governo di Benjamin Netanyahu continua la propria campagna di morte, Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano non cedono.

Se l’intento è veramente quello di neutralizzare il nemico o la minaccia per la sicurezza di Israele, l’unica via è quella diplomatica. Essa dovrà ritrattare per intero le conquiste territoriali che Israele ha ottenuto con la forza indiscriminata nei decenni. Ma se l’obiettivo è invece la pulizia etnica della Palestina, opzione che risulta ogni giorno più credibile, gli Stati Uniti devono coerentemente guidare la comunità internazionale per fermare questo genocidio.

Fonti e approfondimenti

Guazzone, L. 2016. Storia contemporanea del mondo arabo. Mondadori 

Lo Spiegone, Quanto spende Israele per difendersi dall’Iran, 4/10/2024

Panzone A., Un corpo, due teste: la soluzione a due Stati e la sua (in)fattibilità, Lo Spiegone, 20/07/2024

Rosen-Birch, J. ,How Changes in the Israeli Military Led to the Failure of October 7, New Lines Magazine, 20/05/2024

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