Sharing economy: la condivisione al tempo di internet

Lo sviluppo tecnologico degli ultimi anni, coadiuvato dalla crescita esponenziale della rete e dallo scoppio della grande recessione, ha favorito la nascita di un nuovo modello economico: la sharing economy (letteralmente, economia della condivisione).

Quando parliamo di economia della condivisione ci riferiamo ad un modello economico ibrido, non basato sullo scambio della proprietà di merci o servizi , ma sulla possibilità per ogni individuo di accedere al bene o servizio. La peculiarità che maggiormente differenzia questo modello economico dalla tipica economia di mercato è che il valore di un oggetto (o di un servizio) è scisso dalla proprietà e valutato solo sulla base dell’accesso allo stesso.

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Fondamentale per lo sviluppo dell’economia della condivisione sono il web e i social media: attraverso delle piattaforme online, utenti da ogni parte del globo possono mettersi in contatto e usufruire dei beni, dei servizi o delle conoscenze dell’altro. Si pensi ad esempio ad Airbnb, piattaforma che mette in contatto persone alla ricerca di alloggi per soggiorni brevi e persone che invece hanno a disposizione una spazio inutilizzato all’interno della propria casa, o che a loro volta partono per un breve soggiorno e mettono a disposizione l’intero immobile: in questo modo chi ricerca può sfruttare un stanza o una casa con tutte le comodità di uno spazio utilizzato quotidianamente; chi offre può sfruttare al massimo il proprio bene immobile riuscendo a conseguire un profitto.

Ma il fenomeno della sharing economy, come detto, riguarda anche le conoscenze e gli interessi degli utenti. “Guide me Right” ad esempio è una piattaforma che  mette in contatto persone che condividono interessi e passioni: chi fa un viaggio in una città straniera e vuole conoscere le usanze o la vita quotidiana del luogo, può mettersi in contatto con un “local friend“, che lo accompagnerà alla scoperta della città e dei luoghi che frequenta quotidianamente.

Sfinz, invece, mette in contatto persone che hanno delle esigenze di varia natura (traslochi, idraulici, dog sitter, assistenza computer, ripetizioni ecc..) con privati professionisti che per arrotondare il proprio stipendio o per semplice volontà si offrono di risolvere il problema formulando un preventivo per la prestazione (i c.d. sfinzer); chi ricerca il servizio deciderà quale dei preventivi sarà più conveniente, considerando anche i giudizi che gli sfinzer hanno ottenuto dalle precedenti prestazioni.

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Rientra nel modello della sharing economy anche il crowdfunding: chi ha un progetto e vuole svilupparlo, ma non possiede sufficiente capitale, espone la propria idea su piattaforme create ad hoc; chi è interessato può liberamente dare il suo contributo monetario senza alcun limite minimo o massimo (molte delle piattaforme sono state finanziate con questo metodo) . E’ stato utilizzato, ad esempio, il crowdfunding per la ricostruzione della Città della Scienza (il polo scientifico di Napoli distrutto da un incendio doloso nel marzo 2013) raccogliendo oltre un milione di euro.

Non è un caso che il fenomeno della sharing economy sia sbocciato e fiorito durante la crisi economica: la possibilità di condividere un passaggio in macchina con BlablaCar, spostarsi da una parte all’altra della città con Uber, prendere in affitto una casa con AirBnb, cenare a casa dei cuochi di Gnammo e tutto questo a prezzi ridotti, ha fatto apprezzare agli utenti questo nuovo modello in cui si condividono esperienze, idee, gusti, interessi e percorsi, ma soprattutto costi. Non solo, le difficoltà che si riscontrano nella ricerca di un posto di lavoro hanno portato sempre più persone a cercare di estrarre reddito da questo tipo di attività.

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I numeri confermano l’espansione di queste piattaforme:

  • AirBnb ha continuato a crescere, ricevendo costantemente nuovi round di finanziamento, arrivando a essere quotata 24 miliardi.
  • Uber ha raggiunto cifre ancora più alte, arrivando a essere valutata 41,2 miliardi di dollari e raccogliendo una disponibilità finanziaria tale da permetterle di proseguire tranquillamente la sua strategia di espansione mondiale, gettando un occhio a servizi paralleli al trasporto delle persone, come il trasporto oggetti.
  • BlaBlaCar ha ottenuto una valutazione di 1,6 miliardi di dollari.

Per quanto riguarda le sharing startup italiane riprendiamo gli esempi citati precedentemente:

  • GuideMeRight, ha cominciato la sua espansione al di là dei confini della Sardegna (è incubata nell’Open Campus di Tiscali, a Cagliari) raggiungendo altre regioni d’Italia, come la Lombardia e la Toscana, superando l’attacco frontale lanciato da Confguide in Toscana a ottobre.
  • Gnammo ha continuato la sua azione di promozione e crescita del social eating su scala nazionale, promuovendo il social restaurant.

Secondo le stime del 2015 la sharing economy ha rappresentato circa l’1% del PIL italiano.

Resta tuttavia il problema della regolamentazione di queste nuove attività: l’Unione Europea ancora non ha preso una posizione a riguardo. Il 12 febbraio 2016, 47 aziende della sharing economy hanno scritto una lettera aperta al primo ministro olandese, Mark Rutte, che detiene la presidenza dell’Unione europea. Uber e Airbnb, in testa, chiedono che sia elaborata una strategia unica per tutto il continente, ritenendo troppo frammentate le norme di settore. Nel testo  si parla di sharing economy riferendosi al valore che si produce condividendo online beni e servizi guadagnandoci. L’obiettivo è, da un lato, non scontrarsi troppo drammaticamente con gli operatori professionisti (le proteste dei tassisti contro Uber in Francia e quelle degli albergatori contro AirBnb e Homeexchange sono gli esempi più noti), dall’altro consentire agli utenti di arrotondare.

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La proposta è divisa in 12 punti e sarà online fino al 19 maggio. Il concetto di partenza è che i beni e i servizi che generano valore appartengono agli utenti che li mettono a disposizione e non ai gestori della piattaforma. Si esclude l’esistenza o la nascita di qualsiasi rapporto di lavoro di tipo subordinato tra gestore e utente: ad esempio, nessun cuoco che si iscrive a Gnammo, piattaforma di home restaurant, potrà mai essere riconosciuto come suo dipendente. Il testo prevede poi l’istituzione di un “registro elettronico nazionale delle piattaforme”: lo istituisce l’Antitrust, che ha anche il compito di vigilare e verificare che sia rispettato l’obbligo di garantire una polizza assicurativa per le attività ospitate.

Per quanto riguarda l’aspetto fiscale, la proposta prevede la tassazione al 10% fino a 10 mila euro di fatturato, con la piattaforma che fa da sostituto d’imposta. Se però si supera questo limite, l’utente è tenuto a rispettare tutti gli obblighi che toccano a un professionista.

Staremo a vedere nei prossimi giorni come sarà accolta tale proposta all’interno della Commissione Europea.

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Nel frattempo, sarà interessante analizzare lo sviluppo di tali piattaforme: in particolare sarà molto curioso osservare se lo scopo di tali attività rimarrà quello della condivisione dei costi, delle esperienze, degli interessi e degli oggetti (quello che letteralmente significherebbe sharing economy) o se prevarrà il processo (già avviato) di sfruttare tali piattaforme per aumentare i profitti individuali, eliminando e snaturando il significato della condivisione con gli altri e per gli altri.

 

Fonti:

http://www.cartesian.com/wp-content/uploads/2016/01/sharing-economy-participation

https://en.wikipedia.org/wiki/Sharing_economy#cite_note-6

http://www.wired.it/economia/start-up/2015/12/09/2016-come-vita-tempi-sharing-economy/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/12/sharing-economy-la-sfida-dellitalia-a-regolamentare-il-caos-della-condivisione/2534143/

http://www.chefuturo.it/tag/sharing-economy/

 

 

 

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