No Way Australia, un modello valido?

“Se arriverete in Australia via mare e senza una visa (permesso di soggiorno) non sarete accolti. Questa regola sarà applicata a chiunque, famiglie e anche bambini accompagnati o meno. Non ci saranno eccezioni.”

Questo è il messaggio che il governo di Canberra sta facendo circolare in diverse lingue per intimorire tutti coloro che cercano di raggiungere il paese illegalmente. Anche nell’emisfero australe la vigorosa lotta contro l’immigrazione sta diventando una lotta contro gli immigrati.

Il videomessaggio è stato trasmesso in molti paesi che si affacciano sull’Oceano Indiano. Le principali ondate migratorie, che l’Australia tenta di bloccare, provengono da scenari di guerra e stati falliti come Somalia, Afghanistan e Siria, ma tra i migranti ci sono anche persone che cercano un futuro migliore partendo dal sud-est asiatico tentando la tratta via mare.

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Migranti somali al momento dell’imbarco

I dati ci fanno comprendere come la questione migranti in Australia sia degenerata. I profughi arrivati nel paese nel 2013 erano più di 20.000, nel 2014 (dopo un anno di governo Abbott) si erano già ridotti a 160, mentre nel 2015 solamente 4. I migranti in attesa di essere accettati o meno non hanno neanche la possibilità di intravedere l’Australia, i centri d’accoglienza principali sono tre: Christmas Island (Australia), Manu Island (Papua Nuova Guinea) e lo stato-isola di Nauru.

La strategia del governo australiano si muove dunque su una rigida linea che prevede il minor numero possibile di migranti in attesa sul proprio territorio. Se da un lato c’è Christmas Island, dall’altro ci sono due centri offshore, affidati a società private e a due stati in cambio di generosi versamenti. Lo stato-isola di Nauru,che accoglie uno dei centri, si assicura un’enorme entrata gravante sulle sorti dei migranti.L’altro centro è in Papua Nuova Guinea, dove recentemente la corte costituzionale ha dichiarato illegale ed inumana la detenzione dei migranti di Manu Island. Le autorità politiche oltre alle promesse non hanno ancora provveduto allo smantellamento del centro.

La legge australiana prevede severissime pene che vanno fino a due anni di reclusione per i dipendenti dei centri che rilascino notizie sul loro operato. Lo scorso 29 aprile un “detenuto”, un giovane iraniano di 23 anni è morto dopo essersi dato fuoco per protesta. Nonostante le minacce di azione legale a oggi sono venuti alla luce diversi casi di violenze, stupri e una situazione igienica al limite. 

 

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La decisa propaganda del governo australiano si basa proprio sul “successo” che la missione migranti ha raggiunto, ovvero una rigida chiusura. Un costante vantarsi delle azioni della guardia costiera contro le imbarcazioni cariche di migranti. In sostanza, quello che succede in Australia è quanto di più freddo e inumano possa accadere: uno Stato dai confini blindati che vende come esempio di efficienza e pragmatismo il proprio agire.

 

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Tony Abbott, dal 2013 capo del governo liberale vincitore delle elezioni

Le parole del primo ministro Abbott riguardo l’applicabilità in altri paesi del modello australiano giocano sul fatto che “nel bloccare le imbarcazioni abbiamo anche salvato delle vite”. Il capo del governo, riferendosi alla crisi europea dei migranti, ha aggiunto che l’operazione “Confini sovrani” è una  lezione che oggettivamente tutti gli stati dovrebbero imparare ad applicare.

Ferma e rapida è stata  la risposta del rappresentante della Commissione Europea Natasha Bertaud:

“L’Unione Europea applica il principio di non-refoulement (ovvero rifiuta il rimpatrio dei migranti). Non abbiamo intenzione di cambiare questo principio, quindi, il modello australiano non sarà mai un modello valido per noi.”

 

Il video “no way australia”: https://www.youtube.com/watch?v=rT12WH4a92w

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