La Corte Suprema Indiana

Lo scorso 27 settembre la Corte Suprema indiana si è pronunciata con una decisione storica sull’abolizione dell’art. 497 del Codice Penale sul delitto di adulterio, vigente sin dall’epoca coloniale inglese. La Corte ha ritenuto, all’unanimità, di dover procedere all’abrogazione di questa disposizione in quanto ormai obsoleta e profondamente discriminatoria, ma avversa specialmente nei confronti delle donne.

La legge prevedeva infatti che se un uomo avesse avuto una relazione sessuale con una donna sposata e senza il consenso del marito, sarebbe potuto essere punito con la reclusione fino a 5 anni. La situazione reale era però ben diversa da quanto prospettato dalla disposizione: in particolare il delitto di adulterio, che doveva colpire l’uomo adultero, veniva utilizzato come strumento di ritorsione e prevaricazione del marito sulla moglie, soprattutto nelle cause di divorzio. È poi agevole notare che la legge in esame riguardava solo ed esclusivamente un genere: inquadrava infatti la fattispecie di adulterio femminile, provocando un evidente divario tra i generi.

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La questione è stata sollevata all’attenzione della Corte Suprema da Joseph Shine, uomo d’affari indiano, che lungi dall’atteggiarsi a paladino del femminismo, ha ritenuto che la norma fosse parimenti lesiva della posizione degli uomini, in quanto erano i soli a poter essere giudicati ed eventualmente condannati, e delle donne, la cui posizione era di troppo mercificata alle dipendenze del marito.

Con questa semplice ma chiara posizione, la Corte Suprema ha emesso una sentenza di abrogazione dell’articolo di legge ritenendo che lo stesso fosse un inutile e dannoso retaggio dell’epoca coloniale e che non si addicesse più alla società indiana, in lento ma evidente ammodernamento. Questa decisione, acclamata da molti come esempio di innovazione e di apertura, è stata anche criticata da alcuni, insospettabili, quale Swati Maliwal, Commissario delle donne di Dehli. La stessa ha criticato la visione unilaterale della decisione, sostenendo che questa potrebbe, al contrario, portare a situazioni di ulteriore e più grave discriminazione nei confronti delle donne, specialmente nelle aree più povere o rurali, dove ancora la dipendenza della moglie dal marito è altissima.

Ad ogni modo, la portata della sentenza non è limitata all’immediata percezione sociale del problema, ma dà la cifra dell’importanza della Corte Suprema dell’India.

COMPOSIZIONE DELLA CORTE SUPREMA

Formatasi il 28 gennaio 1950, la Corte Suprema Indiana (Supreme Court of India, SCI) inizia i suoi lavori all’alba della conquista dell’indipendenza dell’India. La sua composizione originale prevedeva la presenza di soli 7 giudici e del Presidente del collegio. Con il passare degli anni ci si rese conto, data la gran quantità di lavoro, dell’insufficienza del numero di giudici. Quindi, grazie agli interventi parlamentari, il numero dei giudici partecipanti si elevò progressivamente, fino all’attuale composizione di 30 giudici.

La nomina a giudice della Corte Suprema è subordinata alla scelta del Capo dello Stato, il quale individua chi, tra gli aventi i requisiti richiesti, possa effettivamente fare parte della Corte.

I requisiti soggettivi richiesti comprendono: possesso della cittadinanza indiana, un’età non superiore ai 65 anni, l’aver svolto, almeno per 5 anni, il ruolo di giudice presso una High Court federale, essere stato Avvocato presso una High Court per 10 o più anni o essersi distinto nel ruolo di giurista.

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CORTE SUPREMA E COSTITUZIONE

Data la fondamentale importanza e la vasta competenza riconosciuta alla Corte Suprema, la Costituzione dedica alla stessa la sua parte V, capo IV, e ne riconosce, ai sensi dell’art. 50 Cost, l’indipendenza dal potere esecutivo : Lo Stato deve predisporre le misure necessarie per tenere separati il potere esecutivo e il potere giudiziario nell’interesse dello Stato.”

Peraltro la Costituzione si occupa di provvedere al mantenimento dell’indipendenza dei giudici della Corte Suprema, stabilendo che gli stessi non possano essere dimissionati dal loro incarico, se non su richiesta del Presidente, passata al vaglio e con la maggioranza dei componenti delle due camere del Parlamento, e solo per comprovate motivazioni di incapacità o di inidoneità morale al ruolo ricoperto. Al termine della carriera come giudice costituzionale, lo stesso non può praticare la professione in alcuna corte o dinnanzi alle autorità.

I POTERI DELLA CORTE

Partendo dall’assunto che la Corte Suprema rappresenta l’organo giudiziario più alto dell’ordinamento, non stupisce che i poteri di cui dispone siano ampissimi. Alla Corte infatti, in virtù delle disposizioni della lunghissima Costituzione, vengono riconosciuti poteri giudiziari di primo grado (original jurisdiction), di appello (appelate jurisdiction) e infine un potere consultivo (advisory jurisdiction).

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ORIGINAL JURISDICTION

I poteri di cui dispone discendono dalle disposizioni costituzionali della parte V capo IV. In particolare il potere di giudicare in primo grado viene sancito dall’art. 131 Cost. Qui vi è espressamente dichiarata la giurisdizione esclusiva della Corte Suprema in merito alle controversie insorte tra vari soggetti, sbarrando la via ad ogni altro organo statale giudiziario. Le controversie posso insorgere tra governo centrale indiano vs Stato singolo; governo centrale e uno Stato vs uno o più Stati; Stato vs Stato, qualora la controversia concerna la sussistenza o la portata di una determinata disposizione normativa o di un diritto sancito dalla Costituzione. In questo caso emerge con chiarezza la funzione nomofilattica della Corte, che è l’unico organo dotato di un siffatto potere di interpretazione delle disposizioni normative. Allo stesso modo le viene riconosciuto il merito, e il ruolo, di raggiungere il punto di equilibrio tra le posizioni opposte dei soggetti in controversia.

Di particolare rilevanza è il potere conferitole dall’art. 32 Cost, in quanto riconosce il potere di giudicare, in primo grado, le controversie che lambiscono i “Diritti Fondamentali”, ossia di quell’insieme di diritti costituzionali riconosciuti come sostrato giuridico e sociale, nella loro portata e applicazione, attraverso l’emanazione di decreti e direttive.

Tali diritti sono enucleati nella parte III della Costituzione che, traendo spunto dal Bill of Rights statunitense, ne indica la portata e le conseguenze delle eventuali violazioni o deroghe da parte di disposizioni di qualsiasi atto normativo. In particolare la riforma costituzionale del 1976 ha disposto il riconoscimento di 6 diritti fondamentali. Essi sono il diritto all’eguaglianza dinnanzi alla legge, senza discriminazioni di religione, razza, casta, sesso, luogo di nascita (artt. 14, 15 Cost.), diritto di libertà di espressione, riunione, manifestazione di pensiero e di movimento (art. 19), divieto di sfruttamento e di lavoro minorile (artt. 23,24), diritto alla libertà religiosa (art.25) ed infine i diritti all’istruzione e alla cultura, con una particolare protezione delle minoranze e del plurilinguismo indiano (art. 29 ss.).

APPELLATE JURISDICTION

Per quanto riguarda invece il potere di appello, esso è garantito dagli artt. 132 e 133 Cost., per quanto attiene alla giurisdizione civile, e dagli artt. 132 e 134 per la giurisdizione penale, e si estende a tutte le decisioni delle corti e dei tribunali disposti sul territorio indiano. Le High Court infatti possono sottoporre all’attenzione della Corte Suprema un qualsiasi giudizio, civile o penale che sia, qualora ritengano che lo stesso tocchi la materia costituzionale e l’interpretazione delle disposizioni costituzionali. L’unico limite con cui si scontra riguarda l’intangibilità delle decisioni della Corte marziale e dei tribunali militari.

Il deferimento in grado di appello è però limitato. Infatti non tutte le controversie svoltesi davanti alle High Court possono essere presentate alla Corte. Questa si pronuncia infatti in casi di particolare gravità, quali ad esempio in caso di sentenza di condanna a morte, se si tratta della giurisdizione penale, o nei casi in cui l’oggetto della controversia assuma una portata rilevante per la collettività, dovendosi comunque garantire una sorta di certezza del diritto.

ADVISORY POWER

La Corte, inoltre, può essere interpellata su questioni di diritto o di fatto direttamente del Capo di Stato. Ai sensi dell’art. 143 Cost infatti, se il Presidente ritiene che sia emersa, o sia probabile che emergerà, una questione che per natura o per portata sociale sia di interesse della Corte, può chiedere che essa si pronunci dopo aver ascoltato le considerazioni presidenziali. Al termine, si pronuncia con una interpretazione che però non è vincolante per il Presidente, in quanto in questo caso la Corte esercita un potere “consultivo”. È certo che però che ignorare la pronuncia non sarà agevole.

Viene inoltre riconosciuta come unico interlocutore nei casi di delitto di oltraggio alla Corte, i quali possono essere sollevati, oltre che motu proprio, anche dal Procuratore Generale, dal Sostituto Procuratore Generale ed infine da un individuo singolo.

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CUSTODIA DELLA COSTITUZIONE

Da questa analisi risulta evidente che la funzione della Corte Suprema, come organo costituzionale, non può essere intrappolata e limitata al solo controllo della costituzionalità delle disposizioni legislative che provengono dall’organo a ciò predisposto, quale il Parlamento, ma esercita le sue funzioni trasversalmente in ogni aspetto della vita sociale e giuridica dello Stato.

Proprio grazie a ciò, la Corte è creatrice del diritto vivente e agisce da organo apicale anche nei confronti degli altri organi costituzionali. In tal senso è degno di nota il caso Kesavananda Bharati del 1973 cui cui, seppur in strettissima maggioranza, i giudici stabilirono che il potere legislativo del Parlamento, con riferimento agli emendamenti delle norme costituzionali, non potesse essere illimitato ed indiscriminato, bensì sempre rispondente alle norme costituzionali, a pena di incostituzionalità delle disposizioni.

Il caso di specie si basa sulla Basic Structure doctrine, la quale ha a proprio fondamento la presenza nella Costituzione di alcune “basic features” che non possono essere modificate, emendate od eliminate dall’attività del Parlamento, cosicché ogni legge o emendamento che sia ritenuto lesivo della portata dei Diritti Fondamentali è giudicato incostituzionale e, pertanto, invalido.

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Questa pronuncia non solo ha comportato la limitazione del potere invasivo del Parlamento, ma ha anche sottolineato l’importanza strategica e tutelare della Corte. Nell’ordinamento indiano infatti, il procedimento di revisione costituzionale, per quanto farraginoso, consente al Parlamento di avere ampi margini di intervento sulle disposizioni costituzionali, in quanto per la loro modifica è necessaria la maggioranza dei 2/3 dei componenti di entrambe le Camere. Pertanto, la decisione della Corte ha ribadito che gli emendamenti parlamentari non possono snaturare o modificare i diritti fondamentali individuati nella Costituzione.

Così emerge anche il ruolo di “custode” della costituzione. Sebbene questo onere non sia stabilito espressamente in alcuna disposizione, lo si deduce dal fatto che l’India, essendo uno Stato federale, necessita di un organo super partes che protegga la Costituzione e che sia il medium di bilanciamento negli interessi confliggenti.

In questo spettro di tutela dei valori costituzionali, che assurgono a punti cardine non solo dell’ordinamento giuridico ma anche della società, si inserisce la “Public Interest Litigation”, ossia un contenzioso di portata ed importanza pubblica che può essere sollevato da un singolo cittadino, o un gruppo di soggetti, direttamente davanti alla Corte Suprema, al fine di sottoporre alla sua attenzione una situazione di pubblico interesse, sulla quale la Corte esercita una giurisdizione straordinaria, ma concessa dall’ordinamento.

FONTI ED APPROFONDIMENTI

https://www.india.gov.in/my-government/constitution-india/constitution-india-full-text

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https://indiankanoon.org/doc/237570/

https://www.sci.gov.in/

https://www.sci.gov.in/jurisdiction

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