Lo Spiegone Internazionale: intervista a Grammenos Mastrojeni

In occasione del festival di Internazionale a Ferrara, tenutosi il 4, 5 e 6 ottobre scorso, abbiamo incontrato Grammenos Mastrojeni, ospite del festival, con il quale abbiamo parlato di “migranti climatici”, del loro status giuridico e del perché non dovrebbero essere chiamati come tali.

Grammenos Mastrojeni, come riportato sul sito di Internazionale, “è un diplomatico italiano. È vicesegretario generale dell’Unione per il Mediterraneo, responsabile per l’energia e il clima. Il suo ultimo libro è Effetto serra. effetto guerra. Clima, conflitti, migrazioni: L’Italia in prima linea (Chiarelettere 2017)”.

Qual è la differenza tra un migrante per ragioni economiche e chi è costretto a fuggire dal proprio Paese d’origine per ragioni climatiche?

In italiano abbiamo naturalizzato il termine “migrante climatico” ma è sbagliato, perché con il termine “migrante” si indica chi, in misura maggiore o minore, ha scelto di volersi spostare per cambiare la propria vita. Abbiamo la percezione che tanto più si migri quanto più si è poveri, ma questo non è vero. Sotto a un certo livello di reddito non si concepisce l’idea di spostarsi perché è al di sopra delle proprie possibilità economiche. Chi ha come obiettivo quotidiano quello di riuscire ad avere una ciotola di riso non può contemplare di andare, neanche in Europa, ma nel villaggio vicino per cercare una situazione migliore di vita.

Il migrante è qualcuno che fa del bene a se stesso, alla comunità di origine e a quella di destinazione. Fa del bene a se stesso perché migliora la propria condizione economica, alla comunità di destinazione in quanto porta un abbassamento delle tasse perché sottrae l’esigenza di fare un certo volume di cooperazione allo sviluppo visto che ci pensa lui con le sue rimesse e lo fa in maniera molto più efficiente della cooperazione stessa. La cooperazione allo sviluppo ha dei costi intrinseci che fanno sì che se si stanzia un milione poi sul territorio che ne ha bisogno ne arriva solo una parte, mentre i migranti fanno arrivare dollaro per dollaro lì dove ce n’è più bisogno. Chi si muove per il clima non può essere migrante. Perché il migrante ha già un livello di reddito che gli permette di assorbire, ad esempio, un anno di siccità.

E chi si muove per cause climatiche?

Chi si muove per cause climatiche è perché non ha più nulla. Diventa una questione di vita o di morte: se il terreno, fonte di reddito, diventa arido, bisogna spostarsi. E queste persone sono pericolosissime sia per sé stesse che per le comunità di provenienza e di destinazione. Sono pericolose in quanto fragili e, come tali, sono più propense a entrare nell’illegalità. Questa può essere un’illegalità privata (come il trafficante di droga) o quella “pubblica”, come i gruppi di terroristi dell’ISIS o di Boko Haram. Nessuno entra in Boko Haram perché sente di condividerne tutte le istanze, ma perché spesso gruppi come questo danno prospettive a chi non ne ha più, fornendo un’alternativa. Quindi, per concludere, potremmo dire che il migrante climatico, sotto questo aspetto, è molto più simile a un rifugiato che a un migrante per ragioni economiche.

Riguardo allo status giuridico, sia a livello nazionale che internazionale, esiste un’identificazione dei “migranti climatici”?

No, non esiste ma per una buona e triste ragione. Lo status di rifugiato è stata una conquista difficile da raggiungere. Gli stessi che gestiscono le convenzioni sui rifugiati hanno paura che, a riaprire il discorso, si possa annacquare tutto e, invece di guadagnare qualcosa in più, si perda quello che già si ha. Ed è per questo che le discussioni si sono arenate. Però, visto che io di formazione sono proprio un giurista, nella legge non ci credo troppo. Quel che deve cambiare non è tanto la legge ma è la percezione delle società su questo fenomeno. Bisogna rendersi conto che a intervenire per questa gente non ci si perde ma ci si guadagna: si creano delle occasioni di sviluppo economico, si creano delle occasioni di pace, di circolazione culturale e via dicendo. Quando capiamo questo non abbiamo nemmeno troppo bisogno di arrovellarci su una nuova definizione.

Molto spesso una certa politica fa passare l’idea che le migrazioni, per i Paesi che accolgono questi flussi, tendono a peggiorare le condizioni salariali delle società che ospitano, abbassando la qualità del lavoro. Come e in che modo si può rispondere a queste domande e quali politiche dovrebbe portare avanti uno Stato?

Le politiche sono quelle della razionalità che dimostrano come un migrante può essere un motivo di progresso. L’ha scelto la Germania che ha deciso di integrare un numero importante di migranti che hanno sopperito, ad esempio, alla mancanza di medici, molti dei quali provenienti dalla Siria e con un’ottima preparazione. Però bisogna riflettere sul perché. Il perché è lo stesso per cui, nonostante tutto, ancora ci fa piacere andare da Mc Donald’s. Questo avviene perché è innato dentro di noi il desiderio di continuare a mangiare quel “hamburgerone” che tanto ci piaceva da bambini ma dal quale, con l’età, ci siamo affrancati per un bisogno di maggiore raffinatezza. Insomma, la politica è un po’ marketing e se si va a puntare sulla propensione naturale si ha la certezza di avere una buona base di risposta. Anche se la propensione naturale è di avere paura del “nuovo”, così come dimostrano le nostre radici ancestrali in cui le tribù tendevano a difendersi l’una dall’altra. In politica, invece, è una scelta utile perché, comunque, ha un consenso. Lo stesso consenso che ci sarà sempre per Mc Donald’s, perché è basato sull’istinto. Secondo me la politica basata sull’istinto è disfunzionale. Noi possiamo tenere a bada quegli istinti che erano validi alle nostre origini, ma che oggi ci portano dei risultati disfunzionali, e lo possiamo fare soltanto migliorandoci attraverso la cultura. Quindi, qual è la soluzione? È basica: si chiama cultura, si chiama scuola, formazione.

Quindi la politica del muro è una perdita.

La politica del muro, esaminata razionalmente, ci potrebbe portare a un isolamento dalle economie avanzate e alla perdita della nostra maggiore area di espansione economica e di sviluppo costruttivo: l’Africa.

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