Volevo solo essere libero: intervista al partigiano Alfa

«Noi volevamo un mondo migliore. Tutti quelli che sono morti, non sono morti senza sapere perché. Quando morivi in guerra perché qualcuno voleva un impero, tu morivi senza sapere: a te non interessava l’impero. Quando andavi in montagna, lo facevi per cercare la tua libertà. Sei andato a morire per la tua libertà e la libertà di tutti». La libertà riecheggia spesso nelle parole di Giovanni Marzona, classe 1928, partigiano della Brigata Osoppo, attiva nella zona della Carnia. Per tante persone a Novate Milanese, dove attualmente vive, è ancora Alfa, nome di battaglia che gli venne attribuito perché «se ti fermano i fascisti non puoi più dire che ti chiami Giovanni». Proveniente da una famiglia di antifascisti, Alfa non era nemmeno bambino quando scelse le montagne per combattere. «In casa mia i fascisti facevano cose che a me non piacevano. Quando, dopo l’8 settembre, questi soldati, questi sbandati hanno detto basta alla guerra e si sono ritirati in montagna io ho cercato di tenere i collegamenti tra le famiglie e loro che erano in montagna. Poi si sono organizzati e sono diventati partigiani perché volevano la libertà, dicevano basta fascismo, basta soprusi, basta andare in guerra a morire per niente». 

Come è diventato partigiano?

Sono diventato partigiano perché un giorno il comandante partigiano mi ha detto: «Guarda noi avremmo bisogno di uno come te, che conosce tutte le montagne e ci conosce tutti. Ci fidiamo di te». Ci conoscevamo tutti ed era già un paio di mesi che io andavo avanti e indietro: una volta portavo magari un vestito, un altro giorno magari una medicina. Ecco, quel giorno lì il comandante partigiano mi ha detto: «Ci fa piacere se tu resti». Ero talmente emozionato che gli ho detto: «Stasera quando vado a casa lo chiedo a mia mamma». Lui mi ha risposto che era una cosa su cui dovevo decidere io: «Se devo decidere io…va bene accetto», gli ho risposto. Il comandante della Brigata Osoppo mi diede il nome di battaglia “Alfa”, che era stato di un partigiano morto pochi giorni prima. Oltre al nome di battaglia, il comandante mi ha regalato una piccola pistola. Mi ha detto: «Guarda, se ti prendono i tedeschi tu sai che ti torturano, ti tolgono le unghie ti fanno tutte queste cose qua e poi parlerai, perché sei un ragazzo, parlerai. Io ti do questa pistola qui, tu sai a cosa ti serve, piuttosto che farti torturare, che poi parlerai e loro ti ammazzano lo stesso…capito questa pistola ti serve ad ammazzarti prima di parlare, di subire le torture soprattutto». È stato un momento molto forte per me: da bambino sono diventato uomo, cosciente che diventavo una persona importante, non solo per me, ma anche per i partigiani. Una persona che doveva essere responsabile per forza. Se mi avessero preso i tedeschi e avessi parlato, avrei messo in discussione tutto quello che era l’organizzazione della Resistenza in quella zona. 

Che compiti svolgeva nella Brigata Osoppo?

Facevo la staffetta, il collegamento fra tutti i gruppi e fra battaglione e battaglione. Andava a finire che io non solo prendevo gli ordini, ma assistevo quando facevano le riunioni per decidere che cosa fare. Assistevo e poi andavo a dirlo agli altri. Andavo solo a dire «domani sera ci vediamo in quel posto lì» ma non gli dicevo per far cosa, perché avevamo paura delle spie. In montagna i partigiani erano divisi in gruppi di 15-20-30. Non è che eravamo in tanti, io tenevo i collegamenti tra questi gruppi.

Mi è capitato di partecipare a qualche battaglia. Quando abbiamo liberato la Carnia, quando abbiamo fatto la zona libera…non è che ce l’hanno regalata. Abbiamo dovuto liberare le caserme dei carabinieri, degli alpini, della finanza. Dovevamo prendere le armi. I partigiani non è che si sono trovati in montagna armati, con i fucili, hanno dovuto armarsi e per farlo andavano nelle caserme degli alpini o della finanza. In qualche caserma non facevano resistenza, in altre abbiamo combattuto per poter liberare la Carnia.  Prima della zona libera, la Carnia era annessa alla Germania, era l’Adriatisches Küstenland che partiva da Bolzano. Era stata annessa tutta la fascia dei confini dell’Austria fino alla Dalmazia. Cioè noi è come se eravamo tedeschi. Capito? Lì la Repubblica Sociale Italiana non comandava, comandavano i tedeschi. Quelli della RSI non erano altro che spie, comandava di più un SS che un loro capitano.

Dopo aver liberato la Carnia, la guerra non è finita..

No, nel governo libero della Carnia noi eravamo comunque sulle montagne. Noi dovevamo presidiare il posto. La zona era libera, ma noi continuavamo a fare la Resistenza. A ottobre del ‘44, i tedeschi hanno fatto una grande retata, un grande rastrellamento. Sono venute più di 1000 SS con i carri armati e hanno “liberato” la Carnia e man mano che la liberavano, mettevano dentro i cosacchi. I cosacchi erano quelli che avevano aderito alla Germania nazista. I russi, la vecchia armata dello Zar, erano quelli che erano contro il Partito comunista. Man mano che i tedeschi occupavano la Russia, questi erano diventati loro collaboratori. Però, quando la Russia ha ricominciato a occupare il suo terreno, questi qui sono stati obbligati a scappare. I tedeschi non sapevano dove mandarli e li hanno mandati nella Carnia. Addirittura i tedeschi hanno detto loro: «Quando vinceremo la guerra, questo sarà il vostro territorio, la vostra nazione». 

La Carnia era circondata. Non ci davano da mangiare. Per prendere da mangiare dovevamo scavalcare le montagne andando nel Friuli basso. C’era una rete che organizzava per poter prendere la roba da mangiare. Una volta c’erano anche gli zingari. Io avevo i collegamenti con loro. Mi è capitato che mentre rientravo da un posto dove c’erano i tedeschi e attraversavo il Tagliamento per tornare dove c’erano i partigiani mi hanno sparato, mi hanno ferito. Quella volta lì ho rischiato la pelle. Ma sono riuscito a rimanere fermo tutto il pomeriggio. Mi sono salvato. I momenti di pericolo sono stati tanti. Momenti non di paura, ma in cui ti mancava il coraggio di agire. 

Cosa significa Resistenza oggi?

Ogni tanto quando ci si trova tra compagni partigiani diciamo che non è quello che si voleva, si voleva un’Italia migliore, un po’ più di fratellanza. Quando si era in montagna nel ‘44 – ‘45 dovevi stare due-tre mesi chiuso in un posto senza mangiare, pieno di pidocchi. Si parlava di che cosa si voleva, cosa stavamo lì a fare. Stavamo resistendo perché si voleva un’Italia migliore, la democrazia, la libertà. Si voleva un po’ di eguaglianza. Non si voleva più il fascismo, non si volevano più le guerre. Io mi ricordo quando è finita la guerra che ci hanno chiamato a versare le armi, i partigiani mettevano dentro le canne dei fucili le grate dell’acqua e spaccavano i fucili. Non dovevano servire più a nessuno. Ne avevano abbastanza delle guerre. Questo era il senso della libertà, di essere liberi, di non morire in guerra. Di non diventare grandi perché il fascismo voleva essere il padrone del mondo, voleva far diventare tutti gli altri schiavi. 

Questo i ragazzi devono sapere, che siamo tutti uguali. Che bisogna combattere i prepotenti. La prepotenza è la mamma del bullismo, del fascismo, della dittatura. Noi dobbiamo combattere quelli che vogliono fare la prepotenza, che vogliono vivere di prepotenza. La democrazia è anche questo.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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