Serve emancipazione per raggiungere il benessere

Remix da Foto di StockSnap da Pixabay

Le donne troppo spesso sono costrette a scegliere tra carriera e famiglia e il solo doversi trovare davanti a questo bivio è sintomo di una disfunzione della società. Tuttavia, anche quando esse optano per la prima, le difficoltà con cui devono fare i conti sono molte. È per questo che, in concomitanza con il secondo Primo maggio dall’inizio della pandemia, vale la pena porre l’attenzione su alcuni dati che non possono lasciarci affatto indifferenti. Numeri e statistiche sono uno strumento per riflettere e, quando si parla di disoccupazione e lavoro, per avvalorare la tesi secondo cui senza uguaglianza è impossibile per uno Stato aspirare al welfare. Solamente con una reale emancipazione economica di tutti gli individui, «senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali», la società potrà avere crescita e benessere.

In Italia, secondo quanto rilevato dall’Istat, a dicembre 2020 101.000 persone, di cui 99.000 donne, hanno perso il lavoro rispetto al mese precedente. La percentuale di lavoratrici che da un mese all’altro si è trovata senza uno stipendio è il 98%, che scende al 70% sui 444.000 occupati in meno registrati nell’intero 2020. Nell’anno della pandemia, in Italia, hanno smesso di lavorare circa 310.000 donne: ancora una volta rientrano tra le principali categorie a subire gravi danni.

A che punto siamo in UE?

La disuguaglianza di genere è una piaga globale che non risparmia neanche l’Unione europea, culla della democrazia. In tutti gli Stati membri dell’UE i tassi di occupazione delle donne sono inferiori a quelli degli uomini, con notevoli variazioni di Paese in Paese. Nessuno e nessuna di noi rimarrà (purtroppo) sorpreso scoprendo che nelle classifiche l’Italia si posiziona quasi all’ultimo posto. Nonostante il massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali, secondo i dati provvisori pubblicati dall’Eurostat, il tasso di occupazione con la pandemia è calato, indistintamente dal genere, in tutto il continente. In media si è registrata a livello europeo una riduzione di donne occupate dal 68,5% del 2019 al 67,7% del 2020. Se ci sono le eccezioni come la Germania, dove la percentuale raggiunge il 73,2%, vi sono anche realtà molto meno virtuose. È il caso della Grecia (47,5%) e dell’Italia, dove il tasso di occupazione femminile rispetto agli altri Paesi non è affatto trascurabile poiché si aggira intorno ai 13,5 punti percentuali sotto la media europea. Nel nostro Paese, anche per i lavoratori italiani il tasso di occupazione è diminuito ma in maniera meno evidente, passando dal 68% al 67,2%, e cioè “solo” 5,7 punti percentuali in meno rispetto al 72,9% della media europea. 

Precarietà e leadership: la condizione di molte lavoratrici

Bisogna tenere a mente che la maggior parte dei posti di lavoro persi durante il 2020 riguarda molti dei settori tradizionalmente occupati più da donne che da uomini (commercio al dettaglio, lavoro di cura e lavoro domestico, solo per citarne alcuni) e che non possono essere svolti a distanza. A ciò si aggiungono tutti i lavoratori a termine, o meglio le lavoratrici, poiché la precarietà del lavoro è un altro gravissimo problema con cui il genere femminile si trova molto spesso a fare i conti.

Alla problematica della precarietà si aggiunge il fatto che, anche qualora vi sia una stabilità lavorativa, le donne in posizioni apicali sono meno numerose rispetto agli uomini. Questo è vero non solo in Italia, ma in tutti i Paesi dell’Unione. Nel 2019, solamente un terzo dei manager nell’Unione europea erano donne: il massimo di donne in posizioni manageriali si raggiunge in Lettonia (53%), mentre all’ultimo posto si trova Cipro con il 19%.

Cosa ci si deve aspettare?

Poco più di un anno fa, a inizio marzo 2020, la Commissione europea ha adottato la strategia per la parità di genere 2020-2025, che mira a un’Europa in cui tutti e tutte siano liberi da violenze e stereotipi e abbiano l’opportunità di realizzarsi e di avere ruoli di responsabilità. In particolare, tra le varie iniziative presentate, la Commissione intende incoraggiare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. La strategia ambisce, in tal senso, a sviluppare il pilastro europeo dei diritti sociali che mette al centro la parità di genere. Alcuni sforzi stanno lentamente prendendo forma, sia in Europa sia in Italia. Tuttavia, il traguardo è ancora troppo lontano: non ci resta che auspicare che su questa problematica anche il tanto atteso Next Generation EU riesca a dare una svolta concreta e quanto più possibile rapida. Il Piano italiano (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), inviato il 30 aprile alla Commissione europea e discusso in precedenza al Parlamento italiano, è stato negli ultimi giorni soggetto a molte critiche per la poca centralità che rivestono le donne. Si fa riferimento tuttavia a vari interventi a favore dell’occupazione femminile, tra i quali merita particolare attenzione la tanto richiesta valutazione d’impatto di genere su ogni progetto, vale a dire che impatto avrà ogni progetto del Recovery sulle donne. Inoltre, di fondamentale importanza sono anche i vincoli di assunzione di donne e giovani e, nell’ambito scolastico, gli investimenti per carriere scientifiche a vantaggio soprattutto delle ragazze.

fonte: PNRR

Seppur ancora lontane dall’obiettivo e, dunque, non del tutto soddisfatte, questi sono primi passi volti a scongiurare che in futuro ci sia ancora chi durante i colloqui chieda «Signorina, lei ha una famiglia? Intende averla?» e che la risposta possa rappresentare una discriminante anche solo per una di noi.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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