Il 17 aprile è il giorno del voto per le Isole Salomone, che si apprestano a eleggere i 50 futuri membri del Parlamento nazionale. Spetterà a loro, poi, individuare il Primo ministro.
Manasseh Sogavare spera in una riconferma, che si rivelerebbe storica. Da quando l’arcipelago ha ottenuto l’indipendenza nel 1978, infatti, nessuno è mai riuscito a ottenere due mandati consecutivi. Un’eventualità che solleva più di una preoccupazione, in particolare agli occhi occidentali. Nell’ultimo mandato, infatti, Sogavare ha spostato sempre di più il baricentro del Paese verso Pechino.
L’ultimo mandato di Sogavare
L’ultimo mandato di Sogavare è stato segnato da enormi tensioni. Il Primo ministro ha impresso molto più che in passato (questo per lui era il quarto mandato) la sua linea sul Paese, cui ha risposto una crescente ondata di dissenso.
Nel novembre 2021, le proteste raggiunsero il picco nella capitale Honiara, dove diversi edifici di Chinatown furono dati alle fiamme. I corpi carbonizzati di tre persone furono ritrovati in quello che rimaneva di un negozio. Nonostante l’elevato numero di arresti, le rivolte non si fermarono: il governo decise allora di rivolgersi ad attori esterni. Australia, Papua Nuova Guinea, Figi e Nuova Zelanda risposero alla richiesta di aiuto, inviando le proprie forze di polizia.
La corruzione delle istituzioni e le gravi disuguaglianze che vessavano un’ampia fetta della popolazione, in particolare quella giovanile, erano tra le principali ragioni del malcontento. A peggiorare ulteriormente la situazione, però, si aggiungeva l’ostilità nei confronti di una delle più decisive e divisive scelte di Sogavare: l’avvicinamento alla Cina.
La politica estera di Sogavare
Il 2019 fu uno spartiacque nella storia delle Isole Salomone. Il Primo ministro decise di interrompere dopo 36 anni le relazioni diplomatiche con Taiwan per abbracciare la one-China policy, riconoscendo ufficialmente la Repubblica popolare. Il patto era chiaro. In cambio della possibilità di allargare la propria sfera di influenza nel Pacifico, Pechino aveva promesso a Honiara maggiori investimenti. Un avamposto strategico per una miniera d’oro, in sostanza.
Tuttavia, non tutti hanno accolto con entusiasmo la novità. Tra i più ferventi oppositori dell’accordo, Daniel Suidani, ha fortemente criticato il governo per la mancanza di trasparenza. Il premier della provincia di Malaita tra il 2019 e il 2023 arrivò addirittura a rifiutare gli investimenti cinesi nell’area. Suidani faceva eco a una preoccupazione molto diffusa tra l’opinione pubblica. Gli isolani, infatti, temevano che una crescente influenza del gigante asiatico si sarebbe tradotta in una perdita di potere e in un modello di sviluppo capace di avvantaggiare solamente le élite.
Gli investimenti cinesi sono poi arrivati. Ma con loro, è aumentato effettivamente anche il risentimento della popolazione. Nonostante l’avvio di tanti progetti infrastrutturali, le condizioni dei lavoratori non sono migliorate. E a ritrovarsi le tasche più gonfie, spesso, sono stati i politici nazionali. Per esempio, nel 2021 molti parlamentari hanno ricevuto dei finanziamenti direttamente dalla Cina, a pochi mesi da un importante accordo. Una recente inchiesta ha sollevato ulteriori dubbi sul Primo ministro Sogavare, che avrebbe investito una somma superiore alle sue disponibilità in una serie di proprietà immobiliari.
La mano delle potenze
Un’altra tappa fondamentale nel percorso condiviso con Pechino è stata la firma del patto di sicurezza nel 2022. Il patto prevede il dispiegamento di personale militare per mantenere la stabilità e proteggere gli interessi cinesi in loco. La sicurezza sarebbe stata al centro anche di un accordo successivo, con cui la collaborazione tra i due Paesi ha fatto un ulteriore salto di qualità.
La risposta degli Stati Uniti non si è fatta attendere. L’amministrazione Biden ha prima annunciato un massiccio piano di investimenti da destinare alle isole del Pacifico – che includono le Isole Salomone – e poi un maggiore impegno diplomatico e militare a livello regionale. Il rinnovato impegno statunitense intende scongiurare l’espansione cinese per tante ragioni, ma in particolare perché la Casa Bianca punta a mantenere il controllo delle rotte marittime. Controllo che una presenza militare stabile della Rpc potrebbe invece mettere in seria discussione.
Il futuro delle isole
Contese tra le grandi potenze, le Isole Salomone negli ultimi anni sono state come non mai al centro della politica internazionale. Eppure, questa centralità non ha portato a una svolta radicale per i loro abitanti.
Come sostiene Ruth Liloqula della ONG Transparency Solomon Islands, il cattivo governo e la corruzione sono tra i primi indiziati di questo fallimento, che sarà chiamato a superare il prossimo Primo ministro. La sensazione, però, è che per sradicare le criticità dell’arcipelago occorra ben altro che una svolta diplomatica.
Fonti e approfondimenti
Liloqula, R., “Pacific conflict ahead for China and the United States?”, Devpolicy, 29/01/2024
O’Brien, P., “The Deep Roots of the Solomon Islands’ Ongoing Political Crisis”, CSIS, 10/12/2019
Tirziu, A., “Pacific conflict ahead for China and the United States?”, GIS, 31/01/2024


