Fuoricampo, ma soprattutto controcorrente. L’abbiamo immaginata così, la prossima edizione del nostro festival Fuoricampo – il festival del giornalismo lento: un piccolo seme di informazione marginale, indipendente e collettiva, nella teoria e nella pratica. Proprio come la nostra testata giornalistica: sempre in direzione ostinata e contraria.
Nella teoria, perché intellettualmente ostile alla maschera dell’equidistanza, dietro la quale media mainstream sempre meno credibili celano la propria indifferenza per le comunità più fragili. Pensiamo solo al genocidio e all’ecocidio in Palestina, che tanta stampa italiana, da sinistra a destra, non solo non riconosce, ma nei propri dis-servizi continua a negare spudoratamente.
Nella pratica, perché vivamente interessata a farsi raccoglitore di esperienze, megafono di testimonianze, turbina di democrazia. In un orizzonte che, invece di relegare gli errori al passato, sembra inverosimilmente condannato all’eterno ritorno della barbarie, pure una sola goccia di condivisione in più è tutto sommato un’impresa per cui vale la pena spendersi. Anche se, senza volerci girare attorno, non è affatto facile.
Non è affatto facile, perché nel frattempo gli ostacoli si alzano, si estendono, si moltiplicano.
Informarsi oggi richiede una quantità di risorse la cui mera coscienza genera stanchezza, se non un vero e proprio disarmo cognitivo.
L’ormai stra-citata metafora di Noam Chomsky sulla rana bollita, adottata tra gli altri dal Collettivo dei lavoratori Gkn, vale anche in questo caso. Riassumendo alla perfezione quanto sta accadendo anche sui vettori informativi globali, dalle piattaforme social ai “classici” motori di ricerca. Immersi in una pentola sotto cui il fuoco della propaganda sale un poco alla volta, quanti riusciranno a mantenere una salda distinzione fra palco e realtà, e a schierarsi in tempo utile dalla parte giusta?
Una domanda esistenziale, per Lo Spiegone e per tutte le altre redazioni che, come noi, continuano a navigare a vista, in attesa di toccare terre nuove. Con alcune di esse abbiamo cercato in questi anni di dare vita a una riflessione comune e generativa. Di sostenibilità e dove trovarla abbiamo discusso in particolare alla seconda edizione del nostro Festival. Ma più in generale, si tratta di un innesco che ci siamo portati dietro a ogni incontro, privato e pubblico, al quale abbiamo avuto l’opportunità di partecipare. E a metà del guado ancora no, non ci siamo arrivati.
Gli ultimi tempi ci hanno richiesto un’accelerata in questo senso. Nella complessità di un’organizzazione attiva e abituata a concepirsi all’opera su più campi, abbiamo dovuto tirare un po’ il fiato, selezionando quelli per noi più potenzialmente arricchenti, non solo di significato.
Ci sono stati – ci sono – momenti in cui ci chiediamo quali siano i nostri reali obiettivi, se i mezzi che stiamo utilizzando per avvicinarli siano quelli più indicati. Se scorri (sì, mi rivolgo a te, caro utente) rapidamente il nostro sito, troverai soprattutto articoli di approfondimento. Giunti fin qui, che tu ci conosca da tempo oppure no, ti confonderà un po’ le idee sapere che le ultime settimane non le abbiamo trascorse a descrivere “Cosa sono le città santuario” bensì a immaginare un confronto pubblico, volto a edificarne una dal basso.
Insomma, siamo nati come blog, siamo cresciuti come testata giornalistica e ora stiamo diventando anche un’altra cosa.
Qualcosa di più complicato, a tratti intricato pure per noi, in perenne via di definizione. Sono passati quasi 10 anni dal nostro primo sbarco sul digitale e qualche trasformazione del resto era scontato che avvenisse. Da allora, sono cambiati i volti delle autrici e degli autori, la taglia e il taglio degli articoli, il tono di voce dei nostri contenuti. Qualcosa di molto importante, però, rimane sempre fedele a sé stesso.
È quella fondamentale linea di continuità che, lungo tutta questa evoluzione, esiste, resiste e non (si) muta. Strutturandosi vieppiù come una necessità inderogabile, per un’opinione pubblica schiacciata da un potere equamente sospeso tra il grottesco – come le false verità che pronuncia – e il soffocante – come le disuguaglianze che protegge. Un potere che, come in ogni principio di deriva, diventa esso stesso bersaglio delle proprie scelte.
Basta consultare una qualsiasi rilevazione demoscopica per rendersi conto delle nostre lacune e asimmetrie nazionali. Le istituzioni socio-politiche vedono inesorabilmente diminuire i propri consensi tra la popolazione. Cito i dati di Eurispes. I partiti politici precipitano dal 29,8% del 2024 al 21,1%. Nel medesimo arco temporale, le aule parlamentari subiscono un rovinoso calo di fiducia, che passa dal 33,6% al 25,4%; il governo, dal 36,2% al 30,2%.
Nell’Italia di oggi, disaffezione e propaganda vanno pertanto a braccetto.
La stampa dovrebbe essere tra gli attori in primo piano per ribaltare la situazione, per seminare potere diffuso e alimentare energie democratiche. Ma nel nostro Paese, che Reporters sans Frontières qualifica come il meno libero in Europa occidentale per quanto riguarda il giornalismo, tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare-moto.
Così, tra un’onda e l’altra, i confini tra informazione e militanza, impegno civico e politico, vengono naturalmente a sfumare. Se nel nostro DNA la componente “attivista” non è mai mancata, questo è il momento più opportuno per investire le risorse materiali e immateriali di cui disponiamo in uno sforzo creativo e innovativo, di conflitto e insieme di cura. Sul fronte editoriale, ma ancor più su quello della prassi comunitaria.
Farsi racconto significa allo stesso tempo farsi collettività.
Per questo motivo, quando il potere politico e/o economico bersaglia uno dei due, prende parallelamente di mira anche l’altro. Il nostro “contrattacco” non viene a configurarsi quindi come uno degli sbocchi ipotetici, ma come l’unico che apre a sua volta concreti spazi di agentività. Rendendo possibili tutti gli altri.
Non dobbiamo mai dimenticarci, infatti, come sosteneva Marko Pajovic qualche tempo fa sulla nostra newsletter, parlando delle poderose proteste in Serbia, che “people can make decisions for themselves”. Le persone possono prendere le decisioni che le riguardano da sole.
È in questo spirito che, a fronte di tutte le avversità del momento storico, degli assalti al dissenso e alla libera stampa che lo nutre, il nostro farci racconto e insieme collettività speriamo rappresenti una piccola occasione di riscatto. Non per la nostra testata, ma per la comunità umanamente precarizzata che ci auguriamo, anche con il nostro piccolo contributo, metta a punto strumenti sempre più potenti per rientrare nell’inquadratura.
E scrivere il proprio futuro da attore pienamente protagonista.


