Dagli uliveti sradicati alla fame diffusa, come il controllo della terra e delle risorse ha trasformato il cibo in un campo di battaglia. Quando colpire la terra significa affamare la popolazione, l’agricoltura diventa un’arma e l’ulivo un bersaglio politico.
Questo articolo analizza il modo in cui le violenze operate dai coloni israeliani abbiano compromesso il sistema agricolo palestinese, con particolare attenzione a quello che è successo dopo l’ottobre 2023. L’analisi si colloca all’interno di una prospettiva storica di lungo periodo e mostra come l’attuale crisi alimentare non rappresenti una rottura improvvisa, bensì l’accelerazione di dinamiche radicate nel controllo territoriale, nella distruzione dei mezzi di sussistenza e nella trasformazione del paesaggio agricolo.
La distruzione dei campi di ulivi non è un danno collaterale
«L’ulivo è parte della Terra Santa. È nel Corano, è nella nostra storia. I nostri antenati lo hanno protetto per secoli. Noi facciamo lo stesso». Questa affermazione di un abitante di Betlemme non è una metafora, ma una dichiarazione di appartenenza. Perchè in Palestina gli ulivi non sono soltanto alberi da frutto. Sono mappe, archivi, confini non scritti. Raccontano la storia di chi c’era prima, di chi è rimasto e di chi da decenni rivendica la terra.
Per tutte queste ragioni colpire gli uliveti non è mai stato un gesto neutro. Bombardare i campi, impedire la raccolta dei frutti e limitare l’accesso all’acqua significa intervenire direttamente sulle condizioni materiali della vita palestinese.
Non si tratta di danni collaterali, ma di una strategia che ha inciso nel tempo sulla sicurezza alimentare, sull’economia rurale e sulla continuità culturale di intere comunità. La distruzione degli ulivi è fin da subito un atto politico.
L’ulivo nella vita quotidiana e nella cultura palestinese
Sedersi a una tavola palestinese significa imbattersi inevitabilmente nelle olive e nel loro principale derivato, l’olio. Presenti a colazione, pranzo e cena, le olive rappresentano un pilastro dell’alimentazione quotidiana.
In grado di crescere in condizioni climatiche difficili e di mettere radici profonde e durature, gli ulivi sono diventati un simbolo di resilienza. Questa centralità si riflette anche nelle espressioni culturali. Infatti l’ulivo ricorre nei ricami tradizionali, nei dipinti e nelle arti visive, mentre l’olio d’oliva viene utilizzato in pratiche rituali. Illumina le lampade delle chiese e le lanterne delle moschee, benedice i matrimoni, i neonati e i defunti, incarna il legame tra cielo e terra.
Nelle città storiche dell’area di Betlemme, come Beit Jala e Beit Sahour, l’ulivo è anche al centro di un’antica tradizione artigianale, quella della lavorazione del legno, praticata da secoli. Ogni anno a ottobre, durante la raccolta delle olive, le famiglie si riuniscono nei campi per lavorare. Dopo la raccolta, il legno viene lasciato invecchiare per anni e poi trasformato da artigiani locali in utensili e sculture, tutti oggetti che racchiudono e trasmettono il patrimonio culturale palestinese.
Continuità storica della coltivazione dell’ulivo
La coltivazione dell’ulivo affonda le sue radici nei primi insediamenti umani della regione mediterranea, tra l’XI e il VII secolo a.C. Secondo alcune ricostruzioni, l’ulivo più antico del mondo si troverebbe proprio nel villaggio di al-Walaji, nel distretto di Betlemme. Questa profondità temporale rende evidente come l’ulivo non sia semplicemente una coltura, ma una testimonianza della storia di una comunità. Non a caso la distruzione degli ulivi è stata interpretata fin da subito come un atto politico e non solo strategico.
Infatti lo sterminio dei campi di ulivi in Cisgiordania non è un fenomeno recente né episodico. Già nel 1974, intervenendo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Yasser Arafat denunciò come l’odio del conflitto si fosse rivolto persino contro queste piante, simbolo della presenza indigena palestinese su questa terra.
Agricoltura e sicurezza alimentare prima del 2023
Prima dell’ultima fase della guerra di occupazione, l’agricoltura costituiva un pilastro dell’economia palestinese. Il settore contribuiva per circa il 7% del Pil palestinese e garantiva quasi la metà del fabbisogno alimentare interno. In linea generale, la produzione locale soddisfaceva interamente il consumo di ortaggi freschi e uova, mentre i latticini raggiungevano una quota prossima al 90%.
Oltre al valore economico, l’agricoltura svolgeva una funzione sociale essenziale, soprattutto nelle aree rurali e nei campi profughi, dove rappresentava una delle principali fonti di reddito e di autosufficienza.
Il ruolo strategico del settore olivicolo
In un anno di buona rendita, il valore della produzione oscillava tra i 160 e i 191 milioni di dollari. A titolo di confronto, la produzione agricola totale palestinese nel 2018 ammontava a 2,4 miliardi di dollari.
Questi dati mostrano come l’olio d’oliva rappresenti un elemento chiave della sovranità alimentare palestinese. Per questo la sua distruzione non incide solo sul reddito immediato, ma compromette la capacità di autosostentamento nel lungo periodo.
Il controllo delle risorse idriche
Alla distruzione diretta delle infrastrutture si somma una limitazione strutturale di lungo periodo che riguarda il controllo delle risorse idriche. Israele controlla l’accesso all’acqua e ne limita l’uso agricolo da parte palestinese. Il consumo medio giornaliero di acqua di un palestinese è infatti molto inferiore a quello di un cittadino israeliano.
Bisogna considerare anche che nella Striscia di Gaza gran parte delle falde acquifere è contaminata o non accessibile e questo riduce la capacità produttiva agricola, indebolendo l’intero sistema alimentare.
Le radici coloniali della distruzione agricola
Il controllo della terra e delle risorse idriche affonda le sue radici nel progetto coloniale sionista avviato nel corso del XX secolo. Fin dall’inizio del programma di Israele, l’ulivo è stato preso di mira come fonte di sostentamento e come simbolo della presenza palestinese.
Dopo la Nakba del 1948 e l’espulsione di circa 800.000 palestinesi, lo Stato di Israele adottò una serie di leggi volte a legalizzare l’espropriazione delle terre. Oltre 530 villaggi palestinesi furono distrutti e milioni di ulivi sradicati, spesso sostituiti da pinete.
Sradicamento degli ulivi dal 1967 a oggi
Dall’inizio dell’occupazione israeliana nel 1967, si stima che siano stati sradicati o distrutti oltre 800.000 ulivi, con cifre aggiornate che superano il milione. Una perdita paragonabile all’abbattimento di tutti gli alberi di Central Park per 33 volte.
Gli abbattimenti hanno avuto conseguenze sulla riduzione della capacità produttiva con effetti immediati su reddito, occupazione e disponibilità di cibo, aggravando una vulnerabilità già strutturale. Questo processo non può essere interpretato come un effetto accidentale del conflitto, ma dovrebbe essere letto come il risultato di politiche e pratiche portate avanti con continuità nel tempo e soprattutto dotate di un obiettivo ben chiaro.
Legislazione fondiaria ed espropriazione
Fu il Regolamento sulle terre incolte del 1948 a permettere allo Stato di confiscare le terre palestinesi dichiarandole “zone chiuse”. Ai proprietari ne venne interdetto l’accesso, consentendo la loro classificazione come terre incolte. La Legge sulla proprietà degli assenti – una nuova versione dei Regolamenti di emergenza che riguardavano le proprietà dei profughi fuggiti dal conflitto – consentiva allo Stato di sequestrare tutte le proprietà che appartenessero a una persona che rispondeva alla definizione di “assente”.
Centinaia di migliaia di donum (unità di misura che equivale circa a 919 metri quadri) di terra palestinese furono così trasferiti ai coloni ebrei, riducendo drasticamente lo spazio agricolo disponibile per la popolazione palestinese. Le Aree C della Cisgiordania, che rappresentano il 60% della zona e sono sotto pieno controllo israeliano, comprendono la maggior parte delle terre coltivabili.
Fame e crisi umanitaria
La distruzione dell’agricoltura, unita alle restrizioni sull’importazione di beni essenziali, ha generato la crisi alimentare diffusa di cui oggi conosciamo gli effetti. La popolazione di Gaza vive livelli estremi di insicurezza alimentare, con bambini, donne e anziani tra i gruppi più colpiti. Una fame che non è il risultato di eventi naturali, ma di decisioni politiche e militari precise e mirate.
Quindi, la crisi attuale si inserisce in un processo storico di lunga durata. Dalla guerra del 1948 agli Accordi di Oslo, il controllo palestinese sulla terra agricola si è progressivamente ridotto.
Dall’ottobre 2023, le infrastrutture agricole della Striscia di Gaza hanno subito danni su vasta scala. Le analisi satellitari indicano che circa il 40% delle terre coltivate è stato distrutto o gravemente danneggiato. Nel nord della Striscia, in alcune aree, oltre il 90% delle serre risulta inutilizzabile.
I danni riguardano campi aperti, frutteti, sistemi di irrigazione, magazzini e macchinari agricoli. Molte zone sono diventate inaccessibili a causa degli sfollamenti forzati o della loro trasformazione in aree militari, rendendo estremamente difficile la ripresa della produzione.
Cosa dice il diritto internazionale
Il diritto internazionale umanitario vieta l’uso della fame come metodo di guerra e considera crimine di guerra la distruzione intenzionale dei mezzi di sussistenza civili. Nel 2024, la Corte Penale Internazionale ha incluso queste pratiche tra le accuse contro i responsabili delle operazioni militari nella Striscia di Gaza.
Questo riconoscimento rafforza l’interpretazione della crisi alimentare palestinese come il risultato di politiche sistematiche di controllo territoriale e distruzione dei mezzi di produzione. Oggi, senza un cambiamento strutturale delle condizioni politiche e dell’accesso alle risorse, qualsiasi intervento umanitario resterà insufficiente.
Quindi la ricostruzione dell’agricoltura e la tutela del diritto al cibo non rappresentano solo una risposta emergenziale, ma una condizione imprescindibile se si vuole immaginare una pace duratura in quella travagliata, e non lontana, regione.
Fonti
Koh P., “Destruction of Olive Trees in West Bank Is an Attack on Palestinian Sovereignty, Activists Say”, Olive Oil Times, 12/08/2020
Kumar A., “The Destruction of Agriculture and Mass Starvation in Palestine”, Review of Agrarian Studies, vol. 14(2), 2024
Nazzal R., “Reflections: The Olive Tree and the Palestinian Struggle against Settler-Colonialism”, Canada and Beyond, vol. 8, 2019


