Questa intervista è stata pubblicata nel secondo numero di “Gender.exe”, terza serie della newsletter Estera – TecnoLeviatano. Per leggere il numero clicca qui. Per iscriverti alla newsletter invece clicca qui.
Nel primo episodio di “Gender.exe” abbiamo ripercorso la storia di Internet da una prospettiva femminista, focalizzandoci sulle riproduzioni delle disuguaglianze e delle violenze di genere nel mondo digitale e su come si siano formati i cyberfemminismi. Nel secondo episodio, invece, abbiamo approfondito la tematica con il caso studio del ricercatore e attivista – nonché co-curatore di “Gender.exe” – Rachele Reschiglian: in che modo l’intelligenza artificiale ha impattato il mondo delle app di dating e riprodotto dinamiche di genere?
Oggi, infine, andiamo a toccare diverse tematiche inerenti alle questioni di genere nel cyberspazio con Silvia Semenzin, sociologa e divulgatrice. A partire dal suo ultimo libro “Internet non è un posto per femmine” (Einaudi, 2026) abbiamo intervistato l’autrice sulla storia del cyberfemminismo, dell’attivismo e della manosfera.
Quando si parla di genere e tecnologie è impossibile non pensare a come le disuguaglianze vengano proiettate nello stesso settore produttivo (tutto il lavoro di codifica e produzione) e nello spazio digitale in sé. Nel primo capitolo del suo libro, lei parla di una duplice esclusione delle donne: dalla storia delle innovazioni tecnologiche e dall’uso stesso delle tecnologie digitali. In che modo si è costruita questa doppia marginalizzazione?
L’invisibilizzazione del femminile non è certo un’eccezione tecnologica: si tratta di un fenomeno che tocca pressoché tutti gli ambiti economici, politici e socioculturali. Nel caso del settore tecnologico, tuttavia, la marginalizzazione delle donne si è costruita su due livelli che si sono alimentati a vicenda.
Prima, la rimozione storica. Come spiego nel libro, le donne che hanno contribuito in modo fondamentale allo sviluppo dell’informatica – ad esempio, Ada Lovelace, Grace Hopper e le programmatrici dell’Eniac (Electronic numerical integrator and computer, il primo computer elettronico general-purpose) – sono state sistematicamente cancellate dalla narrazione ufficiale, consegnando all’immaginario collettivo l’idea che l’innovazione tecnologica sia sempre stata una questione puramente maschile. È proprio attraverso quest’operazione narrativa che l’esclusione femminile finisce per apparire come un processo naturale e inevitabile.
E veniamo poi alle conseguenze materiali di questa marginalizzazione. Da una parte, le donne vengono scoraggiate, già in età scolare, dall’avvicinarsi alle discipline Stem attraverso stereotipi di genere interiorizzati e rinforzati socialmente. Dall’altra, le piattaforme e i dispositivi digitali rimangono progettati prevalentemente da uomini, per utenti immaginati come maschili. E per questo, incorporano nei loro algoritmi e nelle loro interfacce pregiudizi di genere che si ripercuotono sull’esperienza concreta delle donne online fino ai giorni nostri.
Conoscere la storia della tecnologia, anche attraverso la lente del genere, è quindi essenziale per orientarci nel presente.
Con il passaggio dal web 1.0 al web 2.0, internet diventa più partecipativo grazie alla nascita di blog e social network. Questo spazio si trasforma però sia in luogo di violenza sia in terreno di resistenza. In che contesto nascono i primi collettivi cyberfemministi e quali erano i loro obiettivi?
Internet va immaginato come uno spazio di costante tensione tra potere e contropotere, che si modellano a vicenda.
Con il passaggio al web 2.0, la rete diventa uno spazio di partecipazione diffusa, generando particolare entusiasmo e un rinnovato immaginario democratico. Allo stesso tempo, però, si vede quasi subito come i nuovi spazi digitali riproducano e spesso amplifichino le disuguaglianze di genere preesistenti.
È in questo contesto che nascono i primi collettivi cyberfemministi, che devono orientarsi tra le promesse emancipatorie della rete e la sua violenza strutturale. All’inizio il cyberfemminismo parte da una visione quasi utopica, immaginando la rete come uno spazio fluido in cui i corpi sessuati possono dissolversi e le gerarchie di genere essere sovvertite.
Questa prima ondata si scontra però presto con la realtà, ovvero lo spazio digitale è intrinsecamente legato alle strutture di potere esistenti e pertanto anche all’oppressione di genere. Per questo, dagli anni Novanta, i collettivi cyberfemministi si fanno man mano più critici e conflittuali, rimettendo al centro del discorso la violenza online e la necessità di combattere l’oppressione patriarcale anche negli spazi digitali.
Negli ultimi anni, abbiamo assistito a una crescente diffusione di linguaggi misogini, omofobi e sessisti negli spazi online. In molti casi, questi ambienti digitali sono entrati in relazione con movimenti e partiti politici della destra radicale. Come si è costruito questo legame tra politica e comunità online radicalizzate?
Si tratta di un legame complesso che si è costruito nel tempo attraverso una convergenza di interessi tra gli immaginari della Big Tech e della Silicon Valley e le comunità di radicalizzazione maschile. Comunità come gli Mra, i pick-up artist o la sfera incel hanno sviluppato negli anni linguaggi, estetiche e un senso identitario fortemente ancorati al maschile egemonico e ferocemente antagonisti al femminismo e ai diritti Lgbtq+.
Queste comunità hanno trovato nella tecnologia una perfetta alleanza per espandersi oltre le proprie nicchie digitali, mentre i grandi nomi della Big Tech hanno visto nelle ondate di estrema destra un’opportunità politica: quella della deregolamentazione e dell’indebolimento delle istituzioni statali al fine di rimpiazzarne i servizi. La destra radicale, a sua volta, ha saputo intercettare questa energia e trasformarla in carburante politico.
Il punto di contatto oggi è soprattutto la narrazione della “perdita”, per cui l’uomo bianco eterosessuale viene rappresentato come vittima di un sistema che lo discrimina in favore di donne, migranti e minoranze. Questa narrazione del risentimento è diventata il collante tra le estetiche della manosfera e i programmi dei partiti reazionari, tracciando un percorso di radicalizzazione progressiva che passa attraverso contenuti apparentemente ironici o innocenti per approdare gradualmente a posizioni apertamente reazionarie.
La misoginia, in questo quadro, diventa un elemento strutturante dell’ideologia reazionaria, il primo gradino di una visione gerarchica del mondo che oggi si riproduce anche e soprattutto attraverso i discorsi online.
Nel terzo capitolo del suo libro, “Donne sotto gli algoritmi”, lei analizza il ruolo degli algoritmi nel modellare la visibilità dei contenuti online. Che impatto hanno avuto queste logiche sulla diffusione di modelli estetici e comportamentali femminili e sulla stessa produzione di contenuti femministi?
Ciò che nel mio libro mostro è soprattutto come gli algoritmi delle piattaforme siano sistemi di selezione che premiano determinate rappresentazioni mentre ne puniscono altre, con effetti profondi sia su come le donne vengono viste che su come imparano esse stesse a vedersi.
Le logiche di engagement tendono a favorire contenuti che corrispondono a standard estetici molto rigidi, spesso iper-sessualizzati o stereotipati al massimo, oppure al contrario contenuti rassicuranti e depoliticizzati. I contenuti femministi, che sfidano invece questi standard o che nominano esplicitamente oppressioni di genere, vengono penalizzati in modo sistematico, sia da scelte algoritmiche (come shadowban e censura), oppure dalle pratiche di violenza digitale operate dagli utenti e amplificate dalle piattaforme.
In questo meccanismo, si crea una pressione costante sulle creator perché per essere visibili bisogna adeguarsi alle richieste dell’algoritmo, oppure arrendersi a una marginalità strutturale. Così, i modelli che sopravvivono e si diffondono non sono necessariamente quelli più ricchi o più critici, ma quelli che meglio si adattano alle regole non scritte degli algoritmi, anche per quanto riguarda il femminismo stesso.
Nel suo libro, lei riflette anche sull’attivismo digitale, a partire dalla sua esperienza personale. Qual è oggi, secondo lei, il modo più efficace per fare attivismo online senza rimanere intrappolati nelle logiche degli algoritmi?
La questione è cruciale e non ho una risposta semplice, perché come dico nel libro le piattaforme su cui l’attivismo si svolge sono le stesse che ne limitano e disciplinano le forme.
Quindi la prima consapevolezza necessaria è proprio questa: non possiamo ignorare come funzionano le piattaforme, perché fingere di agire in uno spazio neutro significa subire inconsapevolmente le loro logiche. Detto questo, non criminalizzerei in toto la rete perché la storia recente è ricca di esempi che ci mostrano come alcune pratiche abbiano beneficiato del digitale.
Tuttavia, questi casi ci spingono a interrogarci sulla natura collettiva dell’attivismo. Da una parte, credo sia importante diversificare i canali: non affidarsi a una sola piattaforma, costruire presenza anche offline e investire in spazi che non dipendono da logiche commerciali (come newsletter, siti, archivi digitali gestiti da collettivi, eccetera). Dall’altra, bisogna tenere in conto che alcune battaglie si combattono meglio attraverso la costruzione di comunità offline che poi usano il digitale come strumento e non come unico terreno – e in questo, sono convinta che il femminismo abbia molto da insegnare.
Infine, la cosa più importante forse rimane anche resistere alla tentazione dell’urgenza permanente che le piattaforme inducono. L’attivismo più efficace non è quello che risponde a ogni provocazione in tempo reale, ma quello che costruisce nel tempo narrazioni alternative e alleanze stabili, dentro e fuori Internet. In questo senso, la rete può essere uno strumento potente per questo, a patto di non diventarne ostaggi.


