Le radici della Repubblica delle banane: dalla strategia della tensione a Palazzo Madama

Repubblica delle banane in Italia
© Lo Spiegone

Questo articolo è stato pubblicato nello speciale della newsletter Estera dedicato al 2 giugno. Per leggere il numero, clicca qui. Per iscriverti alla newsletter, clicca qui.

 

Ignazio La Russa è la seconda carica dello Stato. Dopo avere tergiversato per un po’ sulla tastiera, ho ritenuto che la cosa migliore fosse iniziare dalla considerazione più ovvia.

A ottant’anni dal referendum del 2 giugno 1946, basta spulciare i nomi che siedono in cima alle nostre istituzioni per capire che le cose non vanno molto bene. Ormai nella lista dei Palazzi da spuntare per gli eredi del Movimento sociale italiano (Msi) manca solo il Quirinale, e che il fratello dell’attuale presidente della Repubblica sia stato ucciso da due fascisti non fa che aggiungere l’ennesimo tocco di crudeltà a una storia intimamente meschina, fatta perlopiù di propaganda, depistaggi e bombe. 

Una storia che racconta di un lunghissimo progetto di svuotamento della nostra Costituzione, in nome di un principio reazionario ed eversivo: le classi subalterne è bene che rimangano subalterne. Repubblica delle banane, a qualunque costo.   

La metafora delle banane

Un paragone azzardato? Forse. “Repubblica delle banane” è un’espressione che si riferisce a quei regimi centro e sudamericani del secolo scorso in cui il potere veniva gestito dalla United Fruit Company, impresa multinazionale che grazie alla complicità operativa degli Stati Uniti faceva valere i propri interessi nella regione: sfruttando i lavoratori delle piantagioni e opponendosi, con ogni mezzo, alle loro rivendicazioni. In questo scenario, l’industria non controlla solo l’attività economica primaria, ma spesso anche ciò che permette di far funzionare tutta la “macchina” in base ai propri obiettivi. 

Le banane, con una piccola licenza creativa, possono quindi rappresentare la metafora di un sistema in cui l’accoppiata autoritarismo e interessi privati, grazie alle reti che il regime tiene in piedi, ha la meglio su quella formata da democrazia e bene comune (e condiviso). Due sogni che restano ben sigillati in un cassetto. 

Ora facciamo un salto lungo quanto l’oceano, verso Est. Quando le culture politiche uscite vittoriose dalla guerra civile si incontrano per buttare giù la Costituzione, l’Italia è un Paese dilaniato e uno Stato da ripensare. 

Nel contesto della Guerra fredda e della contrapposizione tra impero statunitense e sovietico, la nostra penisola ricade in una posizione pericolosissima: nella sfera di Washington, ma al confine tra i diversi punti cardinali. Perdipiù, visto il ruolo giocato dai rossi nella Resistenza e il consenso di cui godono nell’opinione pubblica, è altamente probabile che in mancanza di una “spinta” nella direzione giusta la Casa Bianca si trovi con il nemico nel cortile di casa. La spinta, anzi le spinte, non tardano ad arrivare. E danno vita a un paradosso difficile da digerire, di cui continuiamo a pagare lo scotto.  

Il piano per la Repubblica delle banane 

La Costituzione italiana presenta dei picchi di consapevolezza che spesso emergono nella scelta di un’espressione, nell’accostamento di due concetti; a volte, anche nella semplice quanto necessaria aggiunta di un paio di vocaboli. 

È merito di Teresa Mattei, per esempio, se le nostre istituzioni si assumono la responsabilità di rimuovere (rimuovere!) gli ostacoli che limitano, di fatto, la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Donna combattente e comunista, Mattei in due parole rivela che cosa spaventa la Casa Bianca. E cioè che al potere ci possano seriamente arrivare persone che incarnano un’idea di emancipazione che non rimane sospesa, nel mondo astratto, ma scende con forza al piano terra della realtà materiale. Non s’ha da fare. E infatti non si farà.

Esistono chiaramente delle differenze di merito tra cosa impone la Cia, cosa suggerisce la Nato, cosa prevedono le amministrazioni repubblicane e quelle democratiche e così via. 

Ciò che conta in questo frangente, per restituire un quadro di insieme, è che in Italia, su mandato di Washington, si creano dei blocchi di potere che con la democrazia c’entrano ben poco e che sono incaricati di prevenire e reprimere ogni tentativo di allargare i diritti alle fasce subalterne. Dietro la maschera della continuità dello Stato e in precisa funzione anti-rossa, per esempio, figure che hanno ricoperto ruoli chiave nel defunto regime fascista si riciclano nella magistratura, nelle forze di polizia, nell’esercito. Per i lavoratori che organizzano uno sciopero, significa affrontare apparati dello Stato che, di quello che c’è scritto sulla Costituzione, non sono proprio convintissimi. Ma questo è solo l’inizio. 

La cricca delle banane e la strategia della tensione

I blocchi nel tempo crescono, instaurano profonde sinergie e collaborano, ognuno per quello che gli compete e in cui crede, affinché la democrazia italiana venga progressivamente svuotata dall’interno. La strategia della tensione è il nome che prende il progetto più oscuro della nostra storia partorito in questa cornice.   

Per coglierne la profondità e la malvagità, basta puntare lo sguardo sulla verità emersa nelle ultime sentenze sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, la più feroce strage avvenuta sul territorio italiano dopo la Seconda guerra mondiale. 85 morti e più di 200 feriti, dovuti all’esplosione di un ordigno nella sala d’aspetto. La piramide stragista, venuta allo scoperto dopo più di 40 anni grazie soprattutto all’instancabile impegno della società civile, mostra chiaramente la suddivisione dei ruoli, che si può prendere come riferimento per capire il disegno nelle sue componenti.    

Ci sono i fascisti con i boots on the ground, la manovalanza che posiziona la bomba, poi troviamo gli uomini delle forze armate e dei servizi segreti, tra cui quelli che sanno e non fanno niente per impedire lo scoppio; quelli che depistano le indagini per coprire i camerati; quelli che contribuiscono a organizzarla con i fascisti in doppiopetto e i capi della loggia massonica P2, che negli anni precedenti sono riusciti a tessere un’alleanza in cui si trovano vertici della politica, delle forze armate, delle industrie… Insomma, la cricca delle banane al gran completo. 

Il lungo piano delle banane

Da ogni nome di cui siamo venuti a conoscenza potrebbe sbocciare un fine trattato sul rapporto tra autoritarismo e interessi privati, tuttavia quello che meglio condensa la stagione è senza dubbio Licio Gelli. Vertice della piramide stragista e anello di congiunzione degli ambienti atlantici, Gelli finanzia le milizie fasciste perché vede nelle loro azioni terroristiche un passo decisivo per il compimento del suo Piano di rinascita democratica. Si tratta in buona sostanza di un golpe “morbido”. Per favorire la loro erosione, lo Stato e le sue istituzioni vengono destabilizzati a colpi di tritolo, in modo da delegittimarli agli occhi dell’opinione pubblica. L’imposizione, netta, di un regime autoritario, diventa così un rischio che si può evitare di correre. 

A decenni di distanza possiamo dire che Gelli non riesce pienamente nel suo intento, oggi sappiamo la verità e ne abbiamo le prove. Ma scorrendo le pagine del piano si possono individuare, senza fatica, diversi punti che sembrano più che mai all’ordine del giorno.

In particolare, emerge con forza l’idea che la democrazia possa “rivitalizzarsi”, secondo il boss piduista, quando vengono a perdere il proprio peso effettivo nelle scelte del Paese tutti gli attori che interpretano istanze collettive, dal basso. Quando il conflitto, cioè, viene depotenziato alla radice. 

Di fatto, un obiettivo molto simile a quello che, con l’elezione di Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti, si afferma in buona parte dei Paesi euroatlantici. Gelli, nel pieno del suo piano, figura tra i presenti alla sua cerimonia di insediamento. Inutile aggiungere che non sono in molti a ricevere un invito del genere, in un momento del genere. 

Le radici che non gelano

Le idee, nel bene e nel male, resistono ai loro artefici. Per questo Gelli non ha vinto, ma il suo piano, portato avanti in maniera più e meno incisiva da diverse forze politiche, in parte sì. Ed eccoci qua: a forza di svuotare la Costituzione ed esautorare le mobilitazioni dal basso, anche un ex(?) missino può ritrovarsi a presiedere Palazzo Madama, mentre i suoi camerati a Palazzo Chigi fanno l’unica cosa che sanno fare: prendersela con gli ultimi della società, riducendoli in una condizione sempre più ricattabile e silenziandoli quando provano ad alzare la voce per uscirne.  

Del resto, come sostenuto in occasione dello scorso anniversario del 2 agosto dall’allora presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime, Paolo Bolognesi, le radici di questo governo sono evidentissime e di certo “non gelano”, visto che i suoi membri continuano a innaffiarle. Sotto il sole, le banane crescono fino a diventare Meloni. E La Russa.

Scopri di più da Lo Spiegone

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere