Il peso della memoria: cosa resta delle scuole italiane in Eritrea

scuole italiane in Eritrea
Fonte: Greca Wright / Wikimedia Commons - CC BY-SA 2.0

Le scuole italiane non si trovano tutte sul territorio nazionale. Secondo i dati del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Maeci), all’estero contiamo 47 scuole paritarie e 92 sezioni presso scuole straniere, bilingui o internazionali, insieme a 7 Istituti italiani statali omnicomprensivi (Iiso): ad Addis Abeba, Atene, Barcellona, Madrid, Istanbul, Parigi e Zurigo.

Fino al 2020, di Iiso all’estero se ne elencavano ancora 8. Nel frattempo, è stato chiuso l’istituto più grande e longevo, quello di Asmara, che ancora nel 2018 contava oltre 1.200 studenti e 85 docenti. Alla chiusura della Scuola italiana di Asmara, avvenuta per decisione unilaterale del governo eritreo, ha probabilmente contribuito l’inerzia e l’indifferenza dell’Italia verso il suo mantenimento. Oggi sono in diversi a sperare in una sua riapertura, a cominciare da chi l’ha frequentata.

Il sistema della formazione italiana nel mondo

Il Sistema della formazione italiana nel mondo (Sfim), secondo il Ministero dell’istruzione e del merito (Mim), «rappresenta una risorsa per la promozione della lingua e della cultura italiana all’estero». Le istituzioni che lo compongono «costituiscono supporto per idee, progetti e iniziative che vengono realizzati in raccordo con le rappresentanze diplomatico-consolari, nel quadro degli obiettivi di politica estera perseguiti dall’Italia».

A metà strada tra le sfere di competenza del Maeci e del Mim, lo Sfim opera sotto la supervisione delle ambasciate e dei consolati, che ne regolano gli aspetti amministrativi e istituzionali. Il Maeci è anche responsabile della selezione del personale docente, mentre il Mim si occupa dell’accreditamento degli enti di formazione, dell’attestazione dei titoli e si assicura che i programmi scolastici rispettino le linee guida ministeriali. 

La Scuola italiana di Asmara

Sopravvivendo alla fine dell’esperienza coloniale, la Scuola italiana ad Asmara, fondata nel 1903, è passata attraverso varie fasi della storia recente eritrea: l’occupazione britannica, l’annessione all’Impero etiope (1952), la presa di potere del regime del Derg (1974), fino alla conquista dell’indipendenza eritrea (1993). Dopo la guerra tra Etiopia ed Eritrea del 1998-2000, la Scuola italiana – il solo istituto straniero di questo tipo in Eritrea – ha perdurato in un Paese cui è stato attribuito il triste soprannome della “Corea del Nord africana” per il suo isolamento diplomatico e fisico.

L’Iiso di Asmara era articolato in tre ordini. La Scuola primaria Michelangelo Buonarroti; la Scuola secondaria di I grado Alessandro Volta; la Scuola secondaria di II grado Guglielmo Marconi. Quest’ultima era ripartita in tre indirizzi: l’Istituto tecnico per costruzioni, ambiente e territorio (chiamato “corso per geometri”); l’Istituto tecnico per azienda, finanza e marketing (il “corso per ragionieri”) e il Liceo scientifico delle scienze applicate, che prevedeva un quadriennio, anziché il quinquennio applicato per gli altri due curriculum.

La chiusura durante il Covid

La decisione di chiudere la Scuola è giunta all’inizio della pandemia da Covid-19, il 25 marzo 2020. In un’interrogazione parlamentare, l’allora vice-ministra italiana degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Marina Sereni, ha dichiarato che la chiusura è da imputarsi a una decisione unilaterale da parte eritrea, nel quadro di un più ampio piano di nazionalizzazione delle scuole. In quel giorno, il Direttore dell’Ufficio di presidenza dello Stato eritreo avrebbe comunicato la revoca immediata della licenza a operare. Questo, apparentemente, in risposta alla “chiusura” di fatto della Scuola, disposta dall’ambasciatore italiano in accordo con le restrizioni da lockdown che venivano applicate in Italia.  

L’ex vice-ministra ha taciuto però sul progressivo taglio dei fondi al sistema delle scuole italiane all’estero, nonché sulle croniche carenze organizzative e di personale di cui ha sofferto la Scuola di Asmara. A queste, si aggiunga la mancata applicazione dell’accordo tecnico, stipulato nel 2012 con il governo eritreo, che doveva regolamentare lo status giuridico dell’istituto in rapporto al sistema educativo locale. 

Non sono quindi mai stati nominati i componenti italiani del comitato congiunto che doveva dare attuazione all’accordo tecnico, né è mai stata data giustificazione della loro mancata nomina. Al termine della scadenza quinquennale dell’accordo, nel 2017, l’Italia non ne ha richiesto il rinnovo o la rinegoziazione. Negli ultimi anni della sua attività, la Scuola ha operato solo in forza di un rinnovo annuale della licenza, unilateralmente disposto dal governo eritreo.

«Nel libro c’era solo una pagina che parlava di Eritrea ed Etiopia»

In un bar del centro di Bologna, ho avuto la fortuna di incontrare Saba (nome di fantasia), una ragazza eritrea che vive e lavora in città da qualche anno. Prima delle elementari, Saba aveva già frequentato la Scuola dell’infanzia Montessori, mentre la sua classe del liceo è stata tra le ultime a diplomarsi prima della chiusura dell’Iiso di Asmara. 

Quando le ho chiesto, nel complesso, come si fosse trovata, Saba ha risposto entusiasta: «Per me è stato bellissimo! Secondo me, per tutti quelli che hanno fatto la scuola italiana, averla frequentata è un qualcosa che ci rende un po’ diversi dagli eritrei, quelli che fanno le scuole statali». Non si ricordava di casi in cui qualcuno proveniente dalla scuola italiana venisse bocciato all’esame di maturità eritreo: «La preparazione era molto buona». 

Per me è stato bellissimo, la preprazione era molto buona.

«C’era però anche una cosa negativa: ovviamente il curriculum era italiano, della storia dell’arte e dell’Eritrea non ne sappiamo tanto». Come nelle altre scuole italiane all’estero, qui si studiavano Dante, Manzoni, Pascoli e Ungaretti. Ma anche i confini dell’Italia, le sue regioni. E ancora, la storia italiana: l’Impero Romano, il Rinascimento e il Risorgimento. In tutto questo, nei libri di testo editi da Zanichelli, lo spazio dedicato a Paesi come Eritrea, Somalia ed Etiopia rimaneva relegato a qualche scarno paragrafo sull’esperienza coloniale italiana. Il primo e unico approccio alla storia del loro Paese avveniva quindi attraverso la storiografia dell’ex-potenza colonizzatrice.

L’insegnamento, inoltre, avveniva naturalmente in italiano. Parlare tigrino in classe, la lingua più comune in Eritrea, poteva valere una nota sul registro. L’insegnamento del tigrino eppure era previsto nei tre anni delle medie e veniva tenuto in lingua inglese. 

Il Servizio nazionale

Tenuto comunque conto dell’ottimo grado di preparazione, testimoniato da Saba, rimaneva un inconveniente non da poco, ovvero sostenere la maturità due volte. Poiché la maturità italiana non era riconosciuta dallo Stato eritreo e dunque non era sufficiente per accedere agli studi universitari, gli studenti della Scuola italiana erano tenuti a conseguire anche il diploma eritreo. Capitava quindi che studenti dell’ultimo anno delle superiori italiane, come Saba, frequentassero corsi serali per mettersi in pari con il programma dei loro coetanei. 

L’esame di maturità eritreo non è come quello italiano. Se chi ottiene un buon risultato può sperare di accedere all’istruzione universitaria, un risultato insufficiente a questo esame significa, di norma, l’inizio del Servizio nazionale (Hagerawi Agelglot). 

Il Servizio nazionale è obbligatorio per chiunque abbia compiuto 18 anni. Ufficialmente, prevede 6 mesi di addestramento militare e 6 di servizio civile o militare. Ma nella pratica non ha una vera scadenza, configurandosi quindi come uno strumento nelle mani dello Stato per mobilitare manodopera a basso costo e una forma strutturale di schiavismo moderno.

Nel corso del loro ultimo anno di superiori, gli studenti eritrei sono quindi chiamati alla caserma di Sawa, nella regione desertica del Gash-Barka, a oltre 280 chilometri dalla capitale, per il primo addestramento militare di 6 mesi.

E gli studenti delle scuole italiane? Per loro, l’addestramento militare a Sawa si riduceva a 3 mesi, che potevano essere svolti anche in seguito all’iscrizione all’università. Questa differenza aveva un’importanza vitale, in quanto coloro che avevano frequentato le scuole italiane non si trovavano necessariamente a Sawa, al momento della pubblicazione dei risultati del test di maturità, cioè in mezzo al deserto e sottoposti a vigilanza armata. 

Per gli studenti delle scuole italiane era quindi certamente più facile evitare il servizio militare e fuggire dal Paese, a seconda dell’andamento dell’esame. Questa, secondo Saba, rientrava tra le ragioni per cui al tempo molti giovani eritrei sceglievano la Scuola italiana, a patto che i genitori potessero permettersi la retta.

Secondo dati del 2018, infatti, l’iscrizione a un anno di scuola elementare costava al tempo 3.800 nakfa (214 euro), mentre un anno di medie e superiori all’incirca 4.800 nakfa (270 euro). Sicuramente non cifre trascurabili, considerato che la Banca mondiale stima – in assenza di dati ufficiali – che lo stipendio medio annuo per un cittadino eritreo si aggiri attorno ai 6.000 nafka.

La fuga di cervelli

Ogni anno, migliaia di studenti eritrei lasciano il Paese prima di arrivare alla maturità e all’addestramento nella scuola-caserma di Sawa. Nel solo 2023, oltre 71.000 eritrei hanno presentato richiesta di asilo internazionale. Per questi, la scelta è spesso stata tra il lavoro forzato, a tempo indefinito, e la speranza di un futuro più tranquillo in Europa, in Medio Oriente o in altri luoghi dell’Africa.

Approfittando della distensione dei rapporti con la vicina Etiopia nel 2018, Saba ha colto l’occasione. Anche lei, prima di dare la maturità eritrea, ha attraversato il confine per raggiungere Macallè, in Etiopia, da dove ha preso un volo per Addis Abeba. Dopo un paio d’anni, grazie all’Università di Bologna – che organizza i suoi test di ingresso in vari angoli del mondo – Saba ha potuto immatricolarsi a una delle sue facoltà e ottenere un visto per arrivare in Italia. 

Se altri amici di Saba sono rimasti in Eritrea, molti altri ancora sono partiti e, come lei, adesso si trovano a migliaia di chilometri dalla casa dei propri genitori. Hanno un gruppo WhatsApp con una nutrita schiera di ex-studenti ed ex-docenti della Scuola italiana. La nostalgia per quegli anni è tanta e non sono in pochi a desiderare che le scuole italiane vengano riaperte.

Un difficile bilancio

Tralasciati i programmi ministeriali e la seconda maturità, l’esperienza è stata per Saba, come per molti suoi compagni di classe, indubbiamente positiva. Chi è passato per questo mondo, che oggi sembra così anacronistico per la rimozione pubblica della memoria coloniale, dice di averne tratto un approccio indipendente e anticorpi contro la propaganda del regime eritreo. D’altra parte, capitava che gli stessi studenti delle scuole italiane fossero accusati dai loro coetanei delle scuole statali di aver subito un lavaggio del cervello da parte dei vecchi colonialisti.

C’era però anche una cosa negativa: ovviamente il curriculum era italiano, della storia dell’arte e dell’Eritrea non ne sappiamo tanto.

Nel 2025, a cinque anni dalla chiusura della Scuola, il Maeci ha annunciato la riattivazione di alcuni corsi in lingua italiana. Si tratta di una fase sperimentale, in forma gratuita, che vede il coinvolgimento dell’ex-personale dell’Iiso, presso la Casa degli Italiani, luogo di riferimento della comunità italo-eritrea, con una storia legata a doppio filo con il colonialismo (negli anni Venti era centro di addestramento delle camicie nere).

All’inaugurazione, con tanto di cerimonia di taglio del nastro, hanno partecipato il ministro degli Affari Esteri eritreo Osman Saleh, il ministro dell’Informazione Yemane Gebremeskel,  Emilio Luzi della Società Dante Alighieri, e l’ambasciatore italiano Marco Mancini. Quest’ultimo ha rimarcato la funzione di “diplomazia morbida” associata alla propagazione della lingua e della cultura italiana all’estero.

Rimane ancora da spiegare a chi debba servire questo investimento, dal momento che, ai sensi della legge Bossi-Fini (189/2002), in Italia il permesso di soggiorno è vincolato alla presenza di un lavoro regolare, che si suppone debba instaurarsi prima dell’ottenimento di un documento d’identità. Se aver frequentato le scuole italiane ad Asmara non è di per sé sufficiente per il rilascio di un visto, non si capisce a questo punto a cosa debba servire, in Eritrea, studiare l’italiano, Manzoni e le province del Piemonte.

 

Fonti 

Ambasciata D’Italia Asmara. “Avvio dei corsi di lingua italiana alla Casa degli italiani di Asmara”. 3 dicembre 2024. 

Italofonia. “La lingua italiana torna ad essere insegnata in Eritrea, al via i nuovi corsi”. 6 dicembre 2024.

Longo Maurizio. 2018. “L’insegnamento dell’italiano presso la scuola statale di Asmara: efficacia e criticità“. Éducation et sociétés plurilingues 45: 3-14. 

Masi Alessandro. “Non si chiuda così la storia di una gran scuola italiana”. Avvenire. 13 novembre 2021.

Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Accordo tecnico sullo status delle scuole italiane in Asmara e del loro personale

Ministero dell’Istruzione e del Merito. Sistema della formazione italiana nel mondo.

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