Ricorda 1962: l’annessione dell’Eritrea all’Etiopia

Riccardo Barelli - Remix Lo Spiegone - Robert Knudsen. White House Photographs/Wikimedia Commons

Nel novembre 1962, l’imperatore etiope Hailé Selassié ordinò l’annessione unilaterale dell’Eritrea e la fine de facto dell’istituto federativo imposto dall’Assemblea generale dell’ONU dopo la decolonizzazione italiana e il periodo di amministrazione fiduciaria britannica (1941-1952). In questo articolo, ripercorriamo le tappe che portarono allo smantellamento della federazione e le vicende che hanno costretto il popolo eritreo a un lungo periodo di abbandono e isolamento internazionale, fino all’ottenimento dell’indipendenza nel 1993.

La nascita della federazione

Dopo la dissoluzione dell’Africa orientale italiana nel 1941, le colonie del Corno d’Africa furono poste temporaneamente sotto l’autorità dell’Amministrazione militare britannica (BMA). Sotto la tutela inglese, l’Eritrea godette di una relativa apertura dello spazio politico, con il primo fiorire di pubblicazioni indipendenti e partiti politici. Inevitabilmente, le prime libere discussioni pubbliche gravitarono attorno al futuro politico dell’ex-colonia. I fautori dell’unione con l’Impero etiope, in prevalenza tigrini cristiani dell’entroterra, si riunirono nel 1944 nel Partito unionista. Cinque anni dopo, i promotori dell’indipendenza eritrea, in maggioranza rappresentanti della borghesia mercantile e musulmana della costa, costituirono il Blocco indipendentista.

Ciononostante, il destino di questa regione non sarebbe stato deciso dal popolo eritreo. Nel 1950, con la risoluzione 390 A (V), fu l’Assemblea generale dell’ONU a stabilire che l’Eritrea sarebbe stata federata all’Etiopia, la quale da secoli vantava importanti legami storici e culturali con le popolazioni tigrine e cristiane al confine. La risoluzione prevedeva però il mantenimento di un governo eritreo, con chiare prerogative in ambito legislativo, giudiziario ed esecutivo; riconosceva implicitamente un’identità nazionale eritrea e i confini ereditati dal colonialismo italiano; assicurava agli eritrei «il pieno rispetto per le loro istituzioni, tradizioni, religioni e lingue»; infine, garantiva loro la tutela delle libertà civili e politiche e dei diritti umani fondamentali.

Nella percezione che questa soluzione di compromesso, a metà strada tra le posizioni degli unionisti e degli indipendentisti, fosse la migliore cui si potesse aspirare, la risoluzione fu accolta positivamente dalla maggioranza della classe dirigente eritrea. Tra i principali sostenitori dell’assetto federalista, almeno inizialmente, vi erano anche due importanti esponenti del Blocco indipendentista, come Ibrahim Sultan e Woldeab Woldemariam – entrambi ricordati oggi come “padri dell’Eritrea” – i quali videro la federazione come il male minore.

Il progressivo deterioramento della Federazione

Fin da subito, però, la decisione delle Nazioni Unite di unire Eritrea ed Etiopia in una federazione presentò numerosi nodi irrisolti. Il problema principale riguardava come conciliare in una cornice federale due strutture di governo estremamente diverse. Da una parte, in Eritrea, vigeva una democrazia parlamentare, introdotta dagli inglesi durante gli anni dell’amministrazione fiduciaria, la quale garantiva ai suoi cittadini i basilari diritti civili e politici, come la libertà di stampa, di associazione e di religione. Dall’altra parte, il potere in Etiopia era detenuto sostanzialmente da una singola persona, l’imperatore, il quale lo esercitava per diritto divino, in quanto, secondo il mito, 225esimo discendente diretto del leggendario re Salomone. Il mantenimento di uno spazio democratico, federato a un Impero ancora dominato dalla monarchia, dall’aristocrazia feudale e dalla Chiesa, rappresentava per Selassié un intollerabile rischio di contagio.

In secondo luogo, nonostante la risoluzione prevedesse la ratifica della nuova Costituzione eritrea e dell’Atto federale da parte di Selassié, avvenuti rispettivamente nell’agosto e nel settembre 1952, non fu istituito alcun governo federale separato da quello etiope. Eppure l’articolo 3 dell’Atto federale stabiliva che «la giurisdizione del governo federale si estende alle seguenti materie: difesa, affari esteri, politica monetaria e finanziaria, commercio estero e interstatale e comunicazioni estere e interstatali, compresi i porti». Nonostante, quindi, l’Atto federale sancisse la natura indipendente e sovraordinata del governo federale, al quale dovevano partecipare in egual misura rappresentanti etiopi ed eritrei, la potestà federale fu assunta esclusivamente dal governo imperiale di Addis Abeba. Le istituzioni dell’Impero etiope preposte agli affari federali fecero sostanzialmente le veci del governo federale. L’unica significativa creazione istituzionale fu il Consiglio imperiale federale, composto da delegati etiopi ed eritrei, il quale doveva essere convocato una volta all’anno per risolvere eventuali problemi emersi in seno alla federazione. Il Consiglio imperiale federale fu però presto sottoposto all’autorità dell’imperatore e da quel momento pressoché ignorato.

In terzo luogo, la stampa etiope non si preoccupò di descrivere al suo pubblico le caratteristiche e le prerogative del nuovo impianto federale, ma semplicemente presentò la risoluzione ONU come lo strumento legale che legittimava l’annessione dell’Eritrea all’Impero etiope. Secondo la propaganda, l’Impero riguadagnava finalmente il tanto agognato accesso al Mar Rosso.

Stanti questi presupposti, la violazione dei termini e delle condizioni stabilite dalla risoluzione 390 cominciò fin dalla ratifica dell’Atto federale (1952). Ben presto, gli organi legislativi eritrei ed etiopi entrarono in contrasto sulla definizione delle rispettive sfere di competenza. In accordo con la politica di graduale annessione suggerita e agevolata dal suo consigliere legale John Spencer, l’imperatore Selassié, esautorando la federazione, cominciò a rimuovere gli spazi di autonomia che erano stati concessi all’Eritrea. Per farlo si avvalse di un’interpretazione estensiva dell’articolo 12 della Costituzione eritrea del 1952, in base al quale il Rappresentante dell’imperatore in Eritrea aveva il potere di nominare ufficialmente il Capo esecutivo dell’Assemblea legislativa eritrea, di promulgare leggi e di rispedire indietro per una seconda votazione quelle leggi che interferivano con gli affari federali. Non solo, nei fatti, il Rappresentante dell’imperatore sceglieva (invece di nominare) il Capo esecutivo, ma la sua funzione legislativa e il suo potere di veto furono utilizzati in maniera sproporzionata per ridurre lo spazio di autonomia degli organi di governo eritrei.

Tra le prime vittime dell’ingerenza etiope negli affari interni eritrei vi fu la libertà di stampa. I giornali che avevano animato il primo dibattito pubblico eritreo furono ben presto costretti a chiudere. Nel 1954, l’ultimo quotidiano indipendente rimasto nel Paese, Haddas Ertra, venne bandito a causa di un articolo sull’appropriazione indebita delle entrate doganali eritree da parte delle autorità etiopi. Due anni dopo, furono soppressi i partiti politici: le elezioni successive si svolsero quindi su base apartitica. Nel 1958, l’Eritrea fu attraversata da grandi manifestazioni e scioperi generali, animati dalla condanna delle pratiche anti-democratiche e liberticide messe in atto dai rappresentanti imperiali. Le proteste terminarono con la repressione dei manifestanti da parte dell’esercito etiope e la morte di 550 persone.

L’annessione dell’Eritrea

Ottenuto il nulla osta di Stati Uniti e Unione Sovietica, nell’autunno 1962 Selassié decise che era giunto il tempo di porre fine all’istituto federale. Il 14 novembre, il Capo esecutivo Asfaha Woldemichael, ex-collaboratore degli italiani e fedelissimo del negus, convocò il Baito, il Parlamento eritreo. Molti deputati decisero di non presentarsi, con la speranza che il quorum necessario per una modifica costituzionale non sarebbe così stato raggiunto. Secondo le cronache, la polizia prelevò con la forza coloro che erano rimasti a casa e chi si finse ricoverato in ospedale. Davanti all’assemblea riunita, sotto la minaccia delle forze paramilitari presenti nell’aula del Parlamento, Asfaha Woldemichael lesse la dichiarazione con la quale intendeva abolire l’istituto della federazione

Conclusa la lettura, la seduta fu riaggiornata e i deputati invitati al palazzo del viceré per un brindisi. Fu l’ultima volta che il Baito si riunì. Nonostante non avessero l’autorità di modificare l’Atto federale, nei giorni seguenti i deputati furono chiamati uno a uno ad apporre la loro firma sotto il documento di abrogazione della federazione. Ai membri del Baito furono promesse terre, proprietà, uno stipendio a vita pagato dall’imperatore e posti chiave nell’amministrazione etiope. Secondo la giornalista britannica Michela Wrong: «Affrontando i deputati individualmente, Asfaha aveva ammansito il suo pubblico, giocando sulle debolezze di ogni uomo ed evitando il pericolo di un dibattito aperto». Ci volle circa un mese prima che Asfaha riuscisse a raccogliere le 51 firme necessarie per raggiungere la maggioranza dei tre quarti dei seggi del Baito. Ottenuta la maggioranza qualificata, la federazione fu ufficialmente abolita e l’Eritrea divenne la quattordicesima provincia dell’Impero etiope.

L’indifferenza internazionale

Nonostante la votazione fosse tecnicamente illegittima, non si levarono proteste da parte dell’ONU contro il colpo di mano dell’imperatore Selassié. Non solo, infatti, l’annessione fu ottenuta per mezzo di minacce e pressioni, ma il Baito non aveva alcun diritto di abrogare l’Atto federale. La stessa Costituzione che i deputati avevano giurato di preservare e rispettare, stabiliva all’articolo 91 che: «L’Assemblea non può, per mezzo di un emendamento, introdurre nella Costituzione qualsiasi disposizione che non sia in conformità con l’Atto federale». Infine, la federazione non poteva essere modificata o abolita senza che prima l’ONU ne fosse messa al corrente. Come evidenziò l’allora Commissario ONU per l’Eritrea, il boliviano Anze Matienzo, il rispetto della risoluzione e il mantenimento dell’istituto federale dovevano essere garantiti dall’Assemblea generale dell’ONU, il solo organo che avrebbe potuto modificare l’Atto federale e porre fine alla federazione.

La tempistica dell’annessione dell’Eritrea all’Impero etiope aveva inoltre un preciso significato politico. Qualche mese dopo l’abrogazione dell’Atto federale, tra il 22 e il 25 maggio 1963, si tenne infatti la prima conferenza dei capi di Stato africani ad Addis Abeba, dove fu istituita l’Organizzazione dell’unità africana (OUA). Presentando al resto del continente l’annessione eritrea come un fatto compiuto e facendo leva sul grande prestigio di cui godeva tra i leader africani, l’imperatore riuscì così a escludere la questione eritrea dai temi del dibattito panafricano. Quando, un anno dopo, i leader africani si riunirono al Cairo e accettarono il principio dell’inalterabilità dei confini ereditati dal colonialismo europeo, la vertenza eritrea si poté considerare dimenticata

Per trent’anni l’Eritrea rimase il principale focolaio di ribellione all’interno dei confini etiopi, fino a che, dopo l’abbattimento del regime del Derg, nell’aprile 1993, il popolo eritreo non votò tramite referendum per la sua indipendenza.

 

Fonti e approfondimenti

Abbay, Alemseged. 1998. Identity jilted or re-imagining identity?: the divergent paths of the Eritrean and Tigrayan nationalist struggles. The Red Sea Press. Asmara.

Calchi Novati, Gian Paolo. 1994. Il Corno d’Africa nella storia e nella politica: Etiopia, Somalia e Eritrea fra nazionalismi, sottosviluppo e guerra. Società Editrice Internazionale. Torino.

Del Boca, Angelo. 1995. Il Negus: vita e morte dell’ultimo re dei re, Laterza, Roma.

De Waal, Alex. 2015. The real politics in the Horn of Africa: money, war and the business of power. Malten: Polity press. Cambridge.

Guglielmo, Matteo. 2013. Il Corno d’Africa: Eritrea, Etiopia, Somalia. Il Mulino. Bologna.

Habte-Selassie, Bereket. 1983. The Eritrean question in international law. Horn of Africa. 6 (2). pp. 25-30.

ONU. 1952. Final Report of the United Nations Commissioner in Eritrea. Contenente il testo della risoluzione 390 A (V) adottata nel 1950 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e il testo della Costituzione eritrea adottata nel 1952.

Pallotti, Arrigo, Zamponi, Mario. 2010. L’Africa sub-sahariana nella politica internazionale. Le Monnier. Firenze. Mondadori Education. Milano. 

Wrong, Michela. 2005 I didn’t do it for you: How the world used and abused a small African nation. Harper Perennial. Londra.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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