La sinizzazione forzata degli uiguri tra campi di formazione, sorveglianza e sterilizzazioni

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Fonte: Leonhard Lenz / Wikimedia Commons - CC0 1.0

Lo Xinjiang, ufficialmente la Regione autonoma uigura dello Xinjiang (Xuar), è molto più di una provincia remota nel nord-ovest della Cina. Con una superficie che rappresenta un sesto dell’intero territorio cinese, questa terra prevalentemente desertica occupa una posizione di importanza geopolitica cruciale. Storico crocevia della Via della seta, oggi è il fulcro della Belt and road initiative (Bri), il colossale progetto infrastrutturale con cui Pechino punta a connettersi via terra all’Europa e al Medio Oriente.

La regione è inoltre ricca di risorse naturali – petrolio, gas, minerali (principalmente berillio, litio, tantalio), terre rare e metalli non ferrosi (nichel, rame, cobalto e oro) – e confina con otto Stati. Pertanto, la sua stabilità non è solo una questione interna, ma anche un imperativo strategico per la sopravvivenza del Partito comunista cinese (Pcc).

La silenziosa invasione degli han

Storicamente, lo Xinjiang è stato abitato prevalentemente dagli uiguri, che chiamano la loro patria Turkestan Orientale (Sherqi Turkistan, in lingua locale). Popolazione turcofona musulmano-sunnita, attualmente conta circa 11,5 milioni di persone.

Oggi, lo Xinjiang è diventato una terra dove l’identità non è un diritto, ma un errore di sistema da correggere con la forza. Dagli anni Cinquanta a oggi, un’invasione silenziosa di membri dell’etnia han è stata orchestrata a tavolino dal Pcc per diluire la presenza uigura. Salito al potere nel 1949, Mao Zedong promosse questa “hanificazione”.

Per cambiare la demografia della regione e permettere un massiccio insediamento di han, Mao introdusse il Corpo di produzione e costruzione dello Xinjiang (Xpcc), un organo paramilitare del Pcc usato come strumento di controllo politico, sociale ed economico, propedeutico alla sinizzazione. Queste politiche demografiche furono portate avanti dai suoi successori in modo ancora più marcato.

Se nel 1949 gli uiguri rappresentavano oltre il 90% della popolazione dello Xinjiang, oggi sono scesi al 45%, mentre gli han sono balzati al 42%. Passare dal dominio demografico all’essere una quasi minoranza non è un fenomeno naturale: è un’operazione eseguita con precisione chirurgica.

Le accuse che filtrano parlano di sorveglianza intensiva, sterilizzazioni forzate e separazioni familiari. Tali azioni sono descritte da alcuni governi stranieri come un genocidio. Michelle Bachelet, ex Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha recentemente riconosciuto l’esistenza di “gravi violazioni dei diritti umani” nello Xinjiang, che potrebbero configurarsi come “crimini contro l’umanità”.

Mille anni di resistenza uigura

La storia del popolo uiguro è un complesso intreccio di aspirazioni all’indipendenza e repressione centralizzata. Le sue radici risalgono al crollo dell’antico impero di Karabalghasan (attuale Mongolia), invaso nell’840 d.C. grazie al sostegno di altri clan turchi. Gli uiguri fondarono così l’Impero di Karakhanide, con capitale Kashgar, organizzato come confederazione tribale. Il regno uiguro rimase indipendente fino all’invasione dei manciù (fondatori della dinastia Qing) del 1759. 

I secoli a venire furono caratterizzati da una grande alternanza di popolazioni (uiguri, mongoli e han) che presero il controllo della regione. Nel 1876, i manciù attaccarono nuovamente il Turkestan Orientale, annettendolo al proprio territorio qualche anno più tardi e dandogli il nome di Xinjiang (letteralmente “nuova frontiera”).

Dopo il crollo dei Qing nel 1911 a opera dei nazionalisti cinesi, fu instaurata la nuova Repubblica di Cina. Negli anni Trenta, gli uiguri, viste le politiche fiscali a favore degli han, si fecero promotori di varie insurrezioni contro il governo nazionalista cinese. Nonostante l’instaurazione della Repubblica del Turkestan Orientale indipendente per due brevi periodi (nel 1933 e nel 1944), nel 1949 lo Xinjiang fu occupato dall’Esercito popolare di liberazione, dopo la caduta della leadership uigura, avvenuta in un misterioso incidente aereo.

Nonostante l’autonomia accordata nel 1955, le promesse di autodeterminazione del Pcc si scontrarono con politiche economiche che favorirono la migrazione di massa degli han. Un esempio fu il Grande balzo in avanti, ideato da Mao Zedong nel 1958 per accelerare l’industrializzazione cinese attraverso la collettivizzazione forzata delle terre e la mobilitazione di massa.

Un approccio ideologico che, ignorando le realtà tecniche ed economiche, portò a una disastrosa disorganizzazione della produzione, provocando la Grande carestia cinese, che causò oltre 30 milioni di vittime. In risposta alla repressione politica e religiosa e per evitare la carestia, migliaia di persone furono spinte all’esilio. Tra 60.000 e 100.000 uiguri e kazaki fuggirono dal Paese, molti verso la Turchia, che accettò circa 2.000 profughi.

Lo Xinjiang come “laboratorio di sinizzazione”

Questi eventi portarono, a partire dagli anni Novanta, a un periodo di sanguinose proteste. Nel 1990, ci furono le rivolte di Baren che causarono 50 morti dopo la chiusura di una moschea. Seguirono poi degli attacchi dinamitardi (1992-1993), principalmente nelle città del nord dello Xinjiang, e delle operazioni di guerriglia (1996-1997), cioè sabotaggi e assassinii mirati ai danni di caserme e ufficiali governativi.

La risposta del governo cinese non si fece attendere: iniziò la campagna dello “Strike hard”, propedeutica ad annientare la “minaccia terroristica” in Cina. Questa lotta al terrorismo, soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, trovò forte appoggio degli Stati Uniti, all’epoca sotto il presidente George W. Bush.

Il punto di rottura definitivo fu segnato dagli scontri di Ürümqi del 2009. Nata contro la discriminazione economica, la rivolta finì con quasi 200 morti. Il pretesto per la repressione furono i collegamenti tra l’estremismo sunnita uiguro e il terrorismo islamico influenzato dall’Afghanistan dei talebani, al confine occidentale dello Xinjiang.

La risposta di Pechino alle rivolte è stata la trasformazione della regione in un laboratorio di repressione culturale e sorveglianza estrema, dove ogni forma di dissenso veniva criminalizzata in nome della sicurezza nazionale. Utilizzando la retorica della “Guerra globale al terrore”, Xi Jinping ha lanciato una campagna di “sinizzazione” forzata.

Tortura e indottrinamento per eliminare i “segnali di estremismo”

Uno degli strumenti principali di repressione sono i centri di rieducazione, emersi nello Xinjiang nel 2014 come risposta agli episodi di violenza. Quelli che il governo cinese chiama ufficialmente “Centri di istruzione e formazione professionale” (Vetc) sono in realtà un apparato di detenzione di massa che ha coinvolto oltre un milione di uiguri, circa il 10% della popolazione locale. Inizialmente, la Cina ha negato l’esistenza di queste strutture, ma poi i dati satellitari hanno rivelato oltre 380 siti dove la popolazione è stata internata senza accuse formali né ricorso legale.

Dal 2019, Pechino sostiene di aver chiuso i campi. In realtà, molti sono stati ampliati ulteriormente – 39 sono quasi triplicati di dimensioni – o riconvertiti in carceri formali – dove circa un uiguro su 25 è attualmente detenuto con accuse legate al terrorismo. Ma una statistica precisa è quasi impossibile da ottenere, dato che l’accesso allo Xinjiang è fortemente limitato a giornalisti e stranieri.

Persino la pandemia da Covid-19 è stata strumentalizzata: i lockdown sono diventati pretesti per inasprire i divieti e censurare ogni testimonianza esterna. L’Ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha assunto una posizione netta, esortando ufficialmente la Cina a rilasciare immediatamente tutte le persone detenute arbitrariamente e a fare piena luce sulla posizione dei cittadini scomparsi.

Sebbene la fuoriuscita di informazioni dai campi sia quasi impossibile, persone come Gulbahar Haitiwaji sono riuscite a fornire testimonianze concrete. Donna uigura nata nello Xinjiang, ha vissuto per dieci anni in Francia. Nel 2016, dopo essere stata richiamata in patria con il pretesto della chiusura di alcune pratiche amministrative, è stata accusata di terrorismo senza un motivo concreto.

Rinchiusa per tre anni in questi “campi di rieducazione”, è stata liberata solo grazie agli sforzi ostinati della figlia e del ministero francese. Una volta uscita, per far sì che la sua storia arrivasse al mondo, ha scritto il libro Sopravvissuta a un gulag cinese, divenendo la prima donna uigura a rilasciare una testimonianza sugli orrori che avvengono all’interno dei campi.

Si può sparire per uno dei tanti “segnali di estremismo”: inviare messaggi contenenti versetti coranici, viaggiare in Turchia (uno dei 26 Paesi che la Cina considera “sensibili”), osservare il Ramadan, non bere alcolici, mangiare cibi halal, portare la barba o indossare l’hijab.

All’interno dei campi, i detenuti sono ammassati in celle minuscole (20 metri quadrati per 50 persone), sorvegliati costantemente, sottoposti all’indottrinamento politico forzato e costretti a rinnegare la propria fede cantando inni al Partito. Le testimonianze riportano torture atroci: “sedia della tigre” – una struttura d’acciaio dotata di manette per immobilizzare i detenuti in posizioni dolorose, anche per diversi giorni -, privazione del sonno, unghie strappate, violenze sessuali sistematiche, pillole ignote e iniezioni non identificate che causano cambiamenti riproduttivi o psicologici.

Un sistema di lavoro forzato

Il governo cinese ha inoltre instaurato un vasto sistema di lavoro forzato: programmi statali hanno trasferito almeno 80.000 uiguri in altre regioni del Paese, verso fabbriche e campi di cotone, oltre che nel settore elettronico e automobilistico. Oltre il 20% della produzione mondiale di cotone proviene dallo Xinjiang, coinvolgendo diversi business globali. 

L’Australian strategic policy institute (Aspi) ha contattato 83 marchi coinvolti (tra cui Amazon, Bmw, Gap, H&M, Huawei, North Face, Nike, Samsung, Sony e Volkswagen) per fare luce sui loro fornitori. Tuttavia, i programmi di trasferimento gestiti dallo Stato rendono difficile, se non impossibile, per le aziende tracciare effettivamente la presenza di lavoro forzato nelle loro catene di approvvigionamento. Grandi aziende come Apple, Esprit e Fila non hanno fornito alcuna risposta alla richiesta dell’Aspi. 

Ciò ha spinto l’Unione europea verso norme più severe di dovuta diligenza lungo la catena di approvvigionamento, sottolineando la necessità di recidere i legami commerciali con le entità coinvolte nelle violazioni dei diritti umani.

Come la Cina vuole “spezzare le radici” uigure

L’arrivo di Chen Quanguo nel 2016 come segretario del Partito ha segnato l’escalation definitiva. Chen, noto per aver “pacificato” il Tibet, ha implementato una strategia di controllo capillare che ha trasformato la regione in una prigione a cielo aperto. Il sistema di sorveglianza nello Xinjiang si basa sulla piattaforma Ijop (Integrated joint operations platform), un sofisticato software di fusione dati che aggrega informazioni biometriche, digitali e comportamentali per monitorare la popolazione uigura. 

Il sistema collega l’identità legale di un individuo (ID card) a tratti fisici come il volto e il gruppo sanguigno, tracciando costantemente gli spostamenti di smartphone e veicoli attraverso dispositivi invasivi chiamati “portali dati” e “spade anti-terrorismo” (che estraggono dati dai telefoni ai posti di blocco). Analizzando anche attività quotidiane innocue, come l’uso di Vpn, WhatsApp o consumi elettrici anomali, l’algoritmo assegna un livello di minaccia che genera notifiche in tempo reale per la polizia, permettendo l’interrogatorio immediato o l’internamento extralegale nei campi di detenzione.

Inoltre, nel 2017 la regione è stata riorganizzata secondo un modello di “gestione a griglia”: centri urbani e rurali sono stati frazionati in zone da circa 500 abitanti, ciascuna sorvegliata da un presidio di polizia dedicato. All’inizio, in questi settori, i residenti erano sottoposti a verifiche costanti, come la scansione dei documenti, il rilievo di foto e impronte digitali e l’ispezione dei cellulari. Negli ultimi anni, tuttavia, molti di questi posti di blocco fisici sono stati smantellati. È un sistema così pervasivo che porta all’arresto di migliaia di persone sulla base di semplici segnalazioni automatizzate.

Questa repressione mira a spezzare le radici” dell’identità uigura anche attraverso una violenta manipolazione demografica. Secondo le proiezioni, questa minoranza potrebbe ridursi di un terzo entro il 2040. Tra il 2015 e il 2018, sterilizzazioni forzate e inserimento obbligatorio di dispositivi intrauterini hanno colpito molte donne uigure in età fertile – oltre 14.000 (il 34%) nella sola città di Hotan – sia all’interno che all’esterno dei campi. Il risultato è stato un crollo dei tassi di crescita della popolazione dell’84% e di natalità fino al 60% in alcune contee.

Parallelamente, lo Stato ha avviato una pulizia culturale. Quasi un milione di bambini è stato separato dalle famiglie per essere indottrinato in collegi dove la lingua madre è vietata. Circa 16.000 moschee – secondo Pechino costruite male e pericolose per i fedeli – sono state rase al suolo. Molti villaggi sono stati rinominati per cancellare ogni traccia storica uigura.

Questo soffocamento culturale è completato da una discriminazione economica istituzionalizzata verso gli uiguri, che percepiscono stipendi inferiori. Molti settori (come vigili del fuoco, impiegati di banca, operai e agricoltori) pubblicizzano assunzioni “solo per han” . Il sistema paramilitare del Bingtuan agisce come uno “Stato nello Stato”: gestendo terre e servizi, favorisce sistematicamente i migranti han e marginalizza gli uiguri, trasformandoli in una sottoclasse economica nella propria terra.

Tra sanzioni occidentali e silenzio strategico dei Paesi musulmani

La comunità internazionale è profondamente divisa. L’Occidente ha risposto con sanzioni e leggi come l’Uyghur forced labor prevention act – firmato dal presidente statunitense Joe Biden nel 2021 – che vieta l’importazione di beni prodotti nello Xinjiang a meno che non si provi l’assenza di lavoro forzato. Restrizioni analoghe dell’Unione europea hanno segnato una linea di confine nel commercio globale. Stati Uniti, Canada e Regno Unito hanno formalmente adottato il termine “genocidio” per indicare il trattamento subito dagli uiguri. 

Tuttavia, molti Paesi a maggioranza musulmana, come il Pakistan e l’Arabia Saudita, mantengono il silenzio. Legati alla Cina da enormi debiti e investimenti infrastrutturali, questi hanno scelto una neutralità strategica, sottoscrivendo dichiarazioni che definiscono l’orrore dello Xinjiang un semplice “affare interno”. 

Nonostante ciò, i gruppi di advocacy stanno accumulando prove. Nel 2021, il Tribunale uiguro di Londra ha stabilito “oltre ogni ragionevole dubbio” che la Cina sta commettendo un genocidio. Basandosi sulla Convenzione contro la tortura (ratificata dalla Cina nel 1988) e sullo Statuto di Roma – che istituisce la Corte penale internazionale e definisce i crimini contro l’umanità come attacchi sistematici e consapevoli verso intere popolazioni civili -, i giudici hanno confermato che nello Xinjiang la tortura è una pratica sistematica e consapevole.

Il Word uyghur congress, per commemorare la sentenza del Tribunale uiguro, ha istituito il 9 dicembre come Giorno della memoria del genocidio uiguro: un atto di testimonianza riconosciuto da una coalizione di oltre 55 organizzazioni uigure in 20 Paesi, tra cui l’Uyghur human rights project e la Campaign for uyghurs.

Responsabilità dei vertici del Pcc

L’immensa portata dell’operazione repressiva nello Xinjiang esclude l’ipotesi di abusi isolati. Un apparato di controllo così capillare – che integra sorveglianza digitale, detenzione di massa e ingegneria demografica – non avrebbe mai potuto operare senza l’autorizzazione esplicita e il coordinamento dei massimi livelli del Pcc.

Figure come Xi Jinping e Chen Quanguo sono a tutti gli effetti gli architetti di un sistema dove la stabilità assoluta è stata anteposta a ogni diritto fondamentale.

 

Fonti

Amnesty International. “China: International Response to Crimes against Humanity in Xinjiang is Woefully Inadequate”. 31 agosto 2023.

BBC news. “Who Are the Uyghurs and Why Is China Being Accused of Genocide?”. 24 maggio 2022.

Borger, Julian. “China’s treatment of Uyghurs may be crime against humanity, says UN human rights chief”. The Guardian. 1 settembre 2022.

Costa, Marco. “La regione dello Xinjiang delle origini”. Centro Studi Eurasia e Mediterraneo. 25 maggio 2021.

Debata, Mahesh Ranjan. 2022. “Chinese Assimilationist Policies in Xinjiang: From Mao Zedong to Xi Jinping”. International Studies 59(2).

Human Rights Watch. “Break Their Lineage, Break Their Roots”: China’s Crimes against Humanity Targeting Uyghurs and Other Turkic Muslims”. 19 aprile 2021.

Maizland, Lindsay.  “China’s Repression of Uyghurs in Xinjiang”. Council on Foreign Relations. 3 ottobre 2025.

Minority Rights Group. “Uyghurs in China”. luglio 2023.

United Nations Office of the High Commissioner for Human Rights. “OHCHR Assessment of human rights concerns in the Xinjiang Uyghur Autonomous Region, People’s Republic of China”. 31 agosto 2022

Uyghur Academy. “Brief History of the Uyghurs”. 14 maggio 2013.

Vu, Hanh. “Persecution of Uyghurs in Xinjiang: Torture, Crimes Against Humanity, and Genocide”. Human Rights Research Center. 21 gennaio 2026.

Zenz, Adrian, e Leibold, James. “Chen Quanguo: The Strongman Behind Beijing’s Securitization Strategy in Tibet and Xinjiang”. Jamestown. 21 settembre 2017.

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