Xinjiang, la Nuova Frontiera: le misure repressive contro la minoranza uigura

Xinjiang
Le principali città dello Xinjiang e i Paesi confinanti - @PANONIAN - Wikimedia Commons - CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication

La Nuova Frontiera, regione autonoma a nord-ovest della Cina, meglio nota come Xinjiang, è un corridoio economico dai tempi di Marco Polo e un crogiolo di culture differenti, spesso in contrasto tra loro. In particolare, con la nascita della Repubblica Popolare Cinese (RPC) nel 1949, il processo di riunificazione nazionale e l’imporsi dell’etnia han, è diventata sempre più frequente l’insurrezione dei gruppi minoritari.

Le criticità legate a questa regione rientrano tra gli interessi principali dell’agenda politica del Partito Comunista Cinese (PCC): la lotta al terrorismo e al separatismo e la necessità di avere un corridoio economico ai confini con l’Asia centrale. Il controllo della regione è pertanto una priorità per il PCC: senza, il Partito teme un possibile sfaldamento dell’unità nazionale. Perciò, il governo centrale ha adottato negli ultimi vent’anni misure repressive sempre più controverse nei confronti della minoranza uigura – dalla sinizzazione alla creazione dei cosiddetti campi di “rieducazione” – che si sono intensificate con l’elezione di Xi Jinping come segretario del PCC. 

Questioni identitarie in uno stato multiculturale

Lo Xinjiang ha vissuto periodi di forte instabilità politica fino alla vittoria comunista del 1949. A partire dall’epoca imperiale, l’alternarsi di governi guidati da forze islamiche o da generali han, nonché dalle truppe nazionaliste del Guomindang (GMD), ha causato innumerevoli disordini e rivolte locali. Durante i primi anni dell’epoca maoista, lo Xinjiang era retto da un governo di coalizione tra i nazionalisti del GMD e i rappresentanti appartenenti al regime fantoccio della seconda Repubblica del Turkestan Orientale. Istituita nel 1944, questa rientrava de facto nell’ orbita sovietica e comprendeva tre aree situate a nord ovest: Ili, Tacheng e Ashan, zone di frontiera e di rilevanza strategica. 

Con la vittoria del 1949, il PCC iniziò ad adottare una politica di unificazione dell’intera società cinese, con ripercussioni sulle minoranze presenti sul territorio della neonata RPC, in quanto venne avviata una graduale sinizzazione della regione, con l’obiettivo di far prevalere l’ etnia han. Ciò avvenne, ad esempio, con l’attribuzione di alte cariche amministrative o militari a cinesi di etnia han, che aveva  anche lo scopo di estirpare ogni tipo di attività controrivoluzionaria o cellula appartenente al GMD. Nel 1957, il governo centrale incoraggiò anche una politica contro il “nazionalismo locale”, per identificare e soffocare gli oppositori del regime comunista, tra cui anche le minoranze, considerate matrice di instabilità. 

La Costituzione del 1982

La precedente frammentazione territoriale e l’influenza dell’ideale religioso di alcuni gruppi generarono scontri tra cittadini han e non-han. Ad esempio, nel 1962 ci furono disordini nella prefettura autonoma di Ili, situata a nord-ovest e confinante con l’ex URSS, poiché il governo centrale di Pechino decise di sottrarre parte delle terre ai cittadini kazaki destinate al pascolo per trasformarle in campi di grano. Ne derivò una massiccia migrazione di kazaki in Unione Sovietica e l’ira della leadership comunista. All’epoca, i rapporti tra Mosca e Pechino erano tesi, tanto che la Cina rimosse i cinque consolati presenti nella regione e tutti gli esperti sovietici. Nel periodo della Rivoluzione Culturale (1966-1976) le Guardie Rosse si scontrarono ferocemente con bande di musulmani locali, le moschee vennero distrutte e le copie del Corano bruciate. 

Soltanto negli anni Ottanta si ebbe una leggera apertura con la revisione della Costituzione nel 1982, che garantiva una forma di libertà religiosa, ma comunque sotto la stretta del Partito. Con la leadership di Deng Xiaoping furono costruite nuove moschee e ristrutturate quelle preesistenti e nel 1988 tutti i segretari generali dell’Associazione Islamica Cinese vennero convocati a Pechino, per ottenere un maggiore controllo sull’amministrazione delle istituzioni religiose islamiche. Deng intendeva migliorare le relazioni con i musulmani cinesi anche per intrattenere rapporti economico-commerciali con i Paesi arabi

L’aumento degli scontri negli anni Novanta e Duemila

Gli anni Novanta si aprirono con una campagna governativa contro il fanatismo religioso locale e le infiltrazioni straniere ritenute dalla leadership comunista un pretesto per alimentare le tensioni nello Xinjiang. Le spinte separatiste erano guidate da un gruppo di jihadisti uiguri appartenenti al Partito Islamico del Turkestan Orientale. Nel decennio 1990-2001 ci furono circa 200 atti di terrorismo, che portarono all’adozione di misure repressive, alla nascita dell’organizzazione “Shanghai Five” e alla redazione del Documento n.7 nel 1996. Quest’ultimo, elaborato dal Comitato Permanente del Politburo, identifica il separatismo nello Xinjiang come la più grande minaccia nazionale. Ne conseguì la prima campagna nota come Strike hard – dal 1996 al 2001 – sotto la leadership di Jiang Zemin, che consisteva in misure repressive di polizia e una forte presenza militare nella regione per combattere separatismo, terrorismo ed estremismo, le cosiddette “tre forze del male” (三股势力, sāngǔshìli). In questo contesto, l’incidente di Ili del 1997 fu un  esempio di repressione violenta da parte della polizia del governo centrale nei confronti della popolazione musulmana. Le proteste pacifiche di manifestanti uiguri che chiedevano la fine delle persecuzioni per motivi etnici o religiosi vennero soffocate nel sangue e alcuni uiguri vennero giustiziati. 

Al contrario di Jian, Hu Jintao (2002-2012) affiancò alle campagne strike hard delle politiche di sviluppo economico, ritenendo che queste  avrebbero portato in minor tempo alla stabilizzazione della regione. Nonostante ciò,  gli attentati continuarono e il governo centrale divenne sempre più suscettibile all’influenza del fondamentalismo islamico. Nel 2009 ci fu un violento scontro etnico nella capitale della regione tra lavoratori uiguri e di etnia han, nonché numerose rivolte. Ne derivò un ulteriore inasprimento delle misure repressive a discapito della minoranza turcofona. Secondo Amnesty International i partecipanti alle proteste pagarono con la vita la libertà di espressione, con nove di loro condannati a morte e numerosi altri a lunghe pene detentive.

L’era di Xi

A differenza dei suoi predecessori, Xi ha rievocato una serie di misure risalenti  all’epoca maoista, come  la campagna di rieducazione di dissidenti politici o individui accusati di reati minori –  come la lettura del corano ad alta voce – attraverso il lavoro, nota come Laogai (劳动改造 o 劳改), e lo studio della propaganda comunista. Alcuni studiosi affermano che le campagne di rieducazione abbiano avuto inizio già nel 2014 e siano state intensificate dal 2017. Dalle statistiche delle Nazioni Unite emerge che dei 12,5 milioni di uiguri presenti in Cina, circa un milione sarebbe internato nei campi di “rieducazione“. Dal 2014 al 2017, il governo di Xi ha inviato circa un milione di membri del PCC nei villaggi dello Xinjiang, con l’intento di rafforzare l’unità nazionale e di diffondere il pensiero del Presidente. Queste spedizioni di funzionari di Partito ricordano la rieducazione maoista della Rivoluzione culturale, con la differenza che oggi le masse contadine devono ispirarsi ai valori delle realtà urbanizzate a predominanza etnica han, mentre in passato le aree rurali costituivano il centro pulsante della rivoluzione. I tentacoli del PCC si addentrano fin nelle case degli uiguri o di famiglie di religione islamica dello Xinjiang, invadendo la loro quotidianità e rimodellandola secondo i canoni stabiliti da Xi.

La gestione dei campi di “rieducazione”

Questi campi di “rieducazione” sono definiti ufficialmente da Pechino come “centri di istruzione e formazione professionale” per rimuovere forme di estremismo religioso e terrorismo. Tuttavia, Pechino adotta misure sempre più controverse servendosi della tecnologia, della polizia e dell’esercito per avere un controllo capillare sulla regione. Il sistema di  denuncia nei confronti degli uiguri considerati sospetti avviene tramite il comitato locale che opera come “intelligence” del “meccanismo Trinity” (三位一体机制, san weiyi benji zhi), uno strumento di governance introdotto nel 2014 per  rafforzare il controllo quotidiano degli uiguri anche dal basso. Inoltre, un database – la cosiddetta “Piattaforma integrata” – contiene tutte le informazioni e i dati dei gruppi etnici minoritari ed è gestito dall’organo preposto alla stabilità e alla lotta al terrorismo della Commissione degli affari politici e legali del PCC.

Oltre a ciò, Pechino utilizza metodi coercitivi per scoraggiare la formazione di un’identità uigura forte già da bambini. Tra tali pratiche rientrano la separazione dei bambini dalle proprie famiglie, il monitoraggio delle gravidanze, ma anche la sterilizzazione e l’aborto forzati. 

Assimilazione e sovranità cinese

Lo Xinjiang è dunque storicamente un territorio di instabilità e scontri. Le lotte tra i gruppi minoritari e l’etnia han sono parte integrante della sua storia, poiché né le minoranze né lo Xinjiang sono mai stati visti come elementi che potevano esistere al di fuori della sovranità cinese. Mao, come Stalin, riteneva che le regioni autonome fossero una scelta puramente tattica, ovvero uno strumento per giustificare un riconoscimento transitorio delle identità locali che poi sarebbero comunque state assimilate dalla cultura predominante, lasciando come eredità soltanto il folklore culturale. Se  il PCC ha alternato periodi di maggiore apertura e periodi di inasprimento delle misure oggi, nell’era di Xi, si assiste a un aumento di arresti destinati ai campi di rieducazione assieme a una presenza sempre più radicata del Partito nella quotidianità degli uiguri. Si tratta di un campanello d’allarme che segnala l’accelerazione dell’assimilazione della regione all’interno di uno stato multietnico e unitario soltanto sulla carta, ma che è sempre più sotto il controllo del PCC.

 

Fonti e approfondimenti

Chaudhuri Debasish, “Xinjiang and the ChineseState:Violence in the Reform Era”, Taylor & Francis Group, 2018.  

Dillon Michael, “Xinjiang in the Twenty-First Century:Islam, Ethnicity and Resistance” Taylor & Francis Group, 2017.

Finley Joanne Smith, Zang  Xiaowei, “Language, Education and Uyghur Identity in Urban Xinjiang”Taylor & Francis Group, 2015.

Hayes Anna,  Clarke Michael, “Inside Xinjiang: Space, Place and Power in China’s Muslim Far Northwest”, Tylor & Francis Group, 2016. 

Maizland Lindsay, “China’s Repression of Uyghurs in Xinjiang”, 1 March 2021.

Radio Free Asia, China Steps Up ‘Strike Hard’ Campaign in Xinjiang, 9 gennaio 2014.

The Xinjiang Data Project

Shiel Fergus, “About the China Cables Investigation”,  ICIJ, 23 November 2019.

Vicky Xiuzhong Xu, James Leibold and Daria Impiombato, “The architecture of repression”,Australian Strategic Policy Institute,  19 October 2021. 

Zenz Adrian, “Brainwashing, Police Guards and Coercive Internment: Evidence from Chinese Government Documents about the Nature and Extent of Xinjiang’s “Vocational Training Internment Camps”, Journal of Political Risk, Vol. 7, No. 7, luglio 2019.

Zenz Adrian, “The Karakax List: Dissecting the Anatomy of Beijing’s Internment Drive in Xinjiang”, Journal of Political Risk, Vol. 8, No. 2, febbraio 2020.

Wani Ayjaz, “The Muslim World’s Response to China’s Xinjiang Policy: Implications for Western Democracies,” ORF Occasional Paper No. 327, August 2021, Observer Research Foundation.

 

Editing a cura di Elena Noventa

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