Il suicidio in Uruguay: un’emergenza da affrontare

Suicidio in Uruguay
@KatSmith - Pexels - Pexels free license

Con un articolo pubblicato nell’agosto 2021 sul proprio sito, la FIFPro (Federazione Internazionale dei calciatori professionisti) ha riferito che, nei sei mesi precedenti, ben quattro calciatori del campionato uruguayano si erano tolti la vita.

Il giornalismo ha fatto eco alla notizia usando l’espressione “epidemia di suicidi”. Tuttavia, l’emergenza in Uruguay è molto più vasta e profonda rispetto a questa congiuntura in ambito sportivo: a fronte di una popolazione di 3.473.727 persone, sono stati registrati in Uruguay 723 suicidi nel 2019 e 718 nel 2020. Ciò ha fatto raggiungere al Paese il tasso record di circa venti suicidi ogni centomila abitanti (fonte: Ministerio de la Salud Pública – Uruguay). 

Per capire la gravità della situazione, basti confrontare questo dato con quello, notevolmente più basso, di nazioni come Argentina (circa otto suicidi ogni centomila abitanti nel 2019) e Brasile (sei suicidi ogni centomila abitanti nel 2019). L’Uruguay si colloca anche molto al di sopra della media regionale di morti per suicidio rispetto all’intero Cono Sud, che, secondo i dati registrati nel 2019 (gli ultimi disponibili), si aggira sugli undici suicidi ogni centomila abitanti (fonte: WHO, The Global Health Observatory).

Un’emergenza di vecchia data 

Nonostante il sensazionalismo che ha circondato la notizia, bisogna chiarire che già nel 1998 gli esperti avevano denunciato l’esistenza di un’epidemia di suicidi in Uruguay. In quel periodo il tasso nazionale di vittime, rimasto costante nel corso del Novecento (in media dieci suicidi ogni centomila abitanti), aveva iniziato un percorso ascendente, continuato fino a oggi.

L’aumento coinvolgeva principalmente due categorie: i giovani, soprattutto quelli in situazioni di vulnerabilità e marginalizzazione legati alla dipendenza da alcol e droghe, e gli ultrasessantacinquenni, categoria per la quale il tasso di suicidi si stava accentuando a livello mondiale.

In uno studio pubblicato nel 2001, lo psichiatra Federico Dajas osservava che ciascun Paese ha uno specifico tasso di suicidi, determinato probabilmente da caratteristiche di tipo culturale e sociale, e che esso resta tendenzialmente costante nel tempo. Alcuni mutamenti possono manifestarsi a causa di eventi particolari, ad esempio durante una crisi economica. Per questo motivo, Dajas ipotizzava che, tra le macrocause dell’aumento dei suicidi avvenuto negli anni Novanta in Uruguay, dovessero essere considerate le conseguenze in ambito sociale della politica economica dell’epoca.

In quel periodo, infatti, l’Uruguay era entrato nel MERCOSUR e aveva adottato una serie di provvedimenti che limitavano il potere statale di regolamentazione del mercato. Di riflesso, queste misure avevano contribuito a ridurre le tutele e le garanzie della classe lavoratrice e a indebolire i sindacati e il loro ruolo.

Ciò aveva accentuato la già esistente disomogeneità nella distribuzione della ricchezza e del potere politico, che erano concentrati nelle aree urbane (soprattutto quelle vicine al confine con l’Argentina) e nella capitale Montevideo. Le aree rurali e decentrate, meno sviluppate, avevano subito le conseguenze negative dei cambiamenti economici: l’ingresso di capitali stranieri in quelle zone, infatti, non ha portato nuove ricchezze al territorio.

Il caso di Rocha

Nel suo studio, Dajas ha esaminato la situazione della regione orientale di Rocha, storicamente detentrice del tasso più elevato di suicidi a livello nazionale. In quella zona gli investitori hanno acquistato terreni sui quali praticare monocolture, soprattutto di legname e di eucalipto. Tali coltivazioni, condotte in modo incontrollato, hanno avuto un forte impatto ambientale (l’eucalipto, ad esempio, consuma moltissima acqua, prosciugando le risorse del territorio).

Di pari passo, si è verificata anche la disgregazione del tessuto sociale dell’area, poiché i piccoli proprietari sono stati costretti a vendere i loro terreni e a trasferirsi nelle città per trovare lavoro, spesso abbandonando la casa familiare e i propri anziani in paesi-fantasma 

Questi processi socioeconomici hanno causato una ferita che si manifesta nella situazione odierna. Il sociologo Pedro Robertt ha rilevato che, ad oggi, proprio le aree rurali nord orientali del Paese (in particolare Rocha) presentano il numero più elevato di suicidi, mentre la zona meno interessata dal fenomeno è quella della capitale Montevideo. Nel periodo 2012-2017, in particolare, è stato registrato un rapporto di 2,7 suicidi in aree rurali per ogni suicidio avvenuto in aree urbane (fonte: “Revista Mexicana de Sociologia”). 

La vulnerabilità degli ultrasettantenni 

Secondo i dati per l’anno 2020 diffusi dal Ministero della Salute Pubblica in occasione della Giornata Nazionale di Prevenzione del Suicidio, otto suicidi su dieci sono compiuti da individui di sesso maschile

La fascia d’età più interessata dal fenomeno, in particolare, è quella degli ultrasettantenni. Nel 2020 la maggioranza delle vittime apparteneva alla fascia tra i settantacinque e i settantanove anni di età, che ha registrato un tasso di trentasei suicidi ogni centomila abitanti, molto superiore alla media nazionale (intorno ai venti ogni centomila abitanti). Secondo Federico Dajas, dietro l’estrema vulnerabilità di questa fetta di popolazione si cela «una delicata, complessa e larga sommatoria di fattori sociali, familiari e personali».

Lo psichiatra Eugenio Bayardo ha sottolineato che l’Uruguay è tra i Paesi più “vecchi” della regione. Per questo motivo, una grossa fetta della popolazione è chiamata a confrontarsi con situazioni di disagio alle quali non è preparata, come ad esempio malattie croniche, povertà ed esclusione da parte della famiglia e della società. 

«Viviamo in una società che esclude molto le persone […] e nella quale i vincoli affettivi sono molto fragili […] in Uruguay […] la persona anziana viene isolata» ha confermato Pablo Hein Picó, professore e ricercatore del dipartimento di Sociologia presso la Universidad de la República in Uruguay.

L’aumento di vittime tra i giovani

Un altro elemento che desta molta preoccupazione è il fatto che il suicidio sia la prima causa di morte per gli adolescenti e i giovani adulti. Nonostante il tasso di vittime tra i quindici e i diciannove anni registrato nel 2020 sia relativamente basso (sedici ogni centomila abitanti), segna comunque un aumento del 45% rispetto al numero di suicidi registrati per la medesima fascia d’età in passato.

«Ogni tre giorni, una persona in quella fascia d’età si toglie la vita» secondo Lorena Quintana, responsabile del dipartimento per l’Adolescenza e la Gioventù del Ministero della Salute. Un bilancio pesante, considerando anche che il suicidio di un giovane condiziona negativamente almeno cento persone appartenenti alla sua rete sociale, definiti da Quintana «sopravvissuti al suicidio». Claudio Danza, psicologo che studia le cause del suicidio negli adolescenti, ritiene che dietro un atto simile vi sia la mancanza di aspettative, ideali e di un progetto di vita da parte delle vittime. 

La pandemia

Al contesto fin qui tracciato va aggiunto l’impatto della pandemia. Nell’anno 2020, pur non avendo disposto misure di lockdown, l’Uruguay ha vissuto un aumento nel tasso di suicidi superiore a quello degli Stati Uniti e degli Stati europei che hanno fatto ricorso alla misura. Secondo i dati raccolti da La Sociedad Uruguaya de Medicina Intensiva, inoltre, un posto ogni dieci nelle terapie intensive uruguayane è stato occupato da persone che avevano tentato il suicidio.

Nonostante questi elementi, Rafael Sibils, ex presidente della Sociedad Psiquiatría de Uruguay (SPU), afferma che è ancora presto perché la pandemia manifesti pienamente il suo impatto sul numero di suicidi. Davanti a una catastrofe, infatti, la prima macroreazione a livello sociale non è l’autoannullamento, bensì il cosiddetto “effetto guerra”.

«Il disagio è rivolto verso qualcosa di esterno, non verso l’interno, e c’è un grado più elevato di coscienza e coesione sociale e di attenzione nei confronti della gente, quindi normalmente i casi di suicidio diminuiscono» ha spiegato Sibils.

La necessità di lottare contro un nemico comune e la condivisione di valori, quindi, permettono all’individuo di sentirsi più inserito nel tessuto sociale. Questo fenomeno consente di spiegare perché durante il periodo della dittatura militare il tasso di suicidi era più basso rispetto a quello registrato nel 1984-1985, gli anni della transizione democratica. Secondo gli studiosi, la forte presenza dei movimenti studenteschi e della militanza politica di opposizione favoriva forme di coesione sociale. Dopo il ritorno alla democrazia, lo scioglimento di questi gruppi e le difficoltà legate alla transizione politica avevano lasciato un vuoto in cui il disagio individuale ha nuovamente trovato spazio, dando luogo a un nuovo aumento dei suicidi. 

Un tabù da rompere

Il problema centrale nell’affrontare l’emergenza del suicidio in Uruguay, è che esso costituisce ancora un tabù a tutti i livelli della società. Si pensa – erroneamente – che parlarne ispiri all’imitazione e questa mentalità impedisce sia efficaci attività di prevenzione sia l’adeguata formazione di medici e polizia su come gestire chi ha pensieri suicidi. 

Un nuovo progetto di legge presentato nel novembre 2021 dal Sindicato Policial mira a risolvere questo problema, potenziando la formazione specifica di personale medico e di polizia sul tema e i canali istituzionali di diffusione di informazioni per la società. Obiettivo del progetto è diminuire almeno del 10% il tasso di suicidi nazionale. Gli esperti hanno esortato le istituzioni ad assumere con serietà questo impegno. 

Come ha dichiarato Pablo Hein Picó, infatti, «Non esistono vaccini contro il suicidio. Non si risolve nemmeno attraverso il volontariato o l’idea falsa che tutti possono aiutare. Il tasso di suicidi non diminuisce con una giornata di prevenzione e riflessione. Diminuiscono con un programma, con risorse, con una formazione che vada oltre il sistema sanitario, con cambi di paradigma».

Un’esortazione ad agire che il Paese non può ignorare.

 

 

 

Fonti e approfondimenti

Andrea Lissett Pérez Fonseca, Víctor Hugo González e Pablo Hein Picó, Suicidio en Uruguay: mirada en perspectiva territorial, Revista mexicana de Sociología, aprile-giugno 2020.

El País Uruguay, Cifra récord de suicidios en 2019: se registraron 705 casos, 25 febbraio 2020.

El País Uruguay,Tasa de suicidio en Uruguay crece a nivel de la crisis de 2002 y duplica el promedio mundial, 17 luglio 2019.

Federico Dajas, Alta tasa de suicidio en Uruguay, IV: La situación epidemiológica actual, Revista Médica Uruguay, 2001.

FIFPro, Mental health dominates the agenda in Uruguay, 03 agosto 2021.

Gente d’Italia, Preocupa aumento de suicidios en Uruguay, 6 settembre 2021.

Gente d’Italia, Suicidios: esa pandemia escondida, 26 luglio 2021.

Gerardo Lissardy, ¿Por qué se suicidan los uruguayos?, 07 settembre 2012.

Infobae, Suicidio de adolescentes aumentó 45% en 2020 en Uruguay, 16 luglio 2021.

IPS Correspondents, POPULATION-LATIN AMERICA: Uruguay Has Highest Suicide Rate, 20 agosto1998.

Ministerio de Salud Pública, Día Nacional de Prevención del Suicidio, Presentación de datos 2020, 16-17 luglio 2021.

Redacción BAE, Suicidios en Uruguay: una pandemia agravada por otra, 29 dicembre 2020.

Victor Hugo González, Historia y suicidio en el Uruguay, Revista Encuentros Uruguayos, Dicembre 2012.

 

 

Editing a cura di Beatrice Cupitò

Be the first to comment on "Il suicidio in Uruguay: un’emergenza da affrontare"

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: