Armi e tribunali: come Erdoğan sta cambiando l’immaginario politico turco 

immaginario politico turco, Erdogan
Fonte: World Economic Forum / Wikimedia Commons - CC BY-SA 2.0

Il 2025-2026, per la politica turca, sarà ricordato come un biennio storico. Se non, addirittura, un “capolavoro” di Recep Tayyip Erdoğan, l’attuale, controverso, presidente turco.

Diversi osservatori, di fatto, individuano i due dossier principali dell’attualità turca – la questione curda e la crisi del Partito repubblicano (Chp) -, come una possibile rivoluzione politica. Tutto ciò, oltre a rafforzare la posizione di Erdoğan in un’eventuale contrattazione parlamentare per accedere a un terzo mandato presidenziale, potrebbe cambiare radicalmente l’immaginario politico turco.

Un’eventuale pace militare (e culturale) con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), così come il definitivo ridimensionamento del Chp, primo partito della Repubblica e incarnazione del kemalismo, potrebbero cambiare il volto del Paese.

Una marcia travagliata: il dialogo tra Ankara e il Pkk

Il processo di pace tra Turchia e Pkk è ripreso nell’ottobre 2024, quando Devlet Bahçeli, segretario del Partito del movimento nazionalista (Mhp), partito nazionalista alleato di Erdogan, ha proposto che Abdullah Öcalan (fondatore e leader del Pkk) si rivolgesse al Parlamento per chiedere lo scioglimento dell’organizzazione.

Dopo l’incontro tra Öcalan e una delegazione del Dem Parti (partito di sinistra radicale a maggioranza kurda) il 28 dicembre, il 27 febbraio 2025 Öcalan ha invitato il Pkk a deporre le armi e a sciogliersi, in una mossa storica. Il Pkk ha annunciato un cessate il fuoco l’1 marzo e, il 12 maggio, ha dichiarato la propria dissoluzione e la fine della lotta armata. 

Nonostante chiari e ovvi momenti di tensione e sfiducia reciproca, l’11 luglio alcuni militanti kurdi hanno distrutto simbolicamente le proprie armi tra le montagne del Kurdistan iracheno. Nell’agosto successivo poi, il processo è entrato ufficialmente nella fase parlamentare, con l’obiettivo di definire le condizioni giuridiche del disarmo e del reinserimento degli ex combattenti. Quest’ultimo rimane ancora oggi uno dei punti salienti del dialogo, in quanto permetterebbe a ex combattenti ed esiliati kurdi di tornare nel Paese e partecipare alla vita sociale e politica.

Il 10 agosto 2026, il Parlamento turco ha approvato una legge per disciplinare la dissoluzione del Pkk e il reinserimento condizionato di alcuni ex militanti. La svolta ha rappresentato un passaggio storico, ma non coincide con la risoluzione della questione kurda. Restano aperti il futuro di Öcalan – prima incluso tra le figure reinseribili in società, poi indicato come persona troppo pericolosa -, il riconoscimento dei diritti politici e culturali dei kurdi e la possibilità di tradurre la fine del conflitto armato in una nuova fase di partecipazione democratica.

Nell’ottobre 2026, il Pkk ha abbandonato alcuni campi nelle aree montane della Turchia, lasciando il Paese, come da accordi. Eppure, come facile da immaginare, il dialogo e i rapporti tra le due parti sono incredibilmente tesi e la fiducia reciproca è bassa: il Pkk è visto dalla società turca come un’organizzazione terroristica che si è macchiata di gravi crimini durante la lotta armata, mentre Erdoğan è considerato un manipolatore. Complice la lentezza di alcuni decreti e processi parlamentari – come il riconoscimento della lingua kurda come patrimonio nazionale e parte del curriculum scolastico e il reinserimento dei quadri del partito -, il processo sembra bloccarsi, a tratti saltare e la tensione rimane alta.

La distinzione più importante è fra la fine della lotta armata e la risoluzione della questione kurda. Il primo obiettivo ha compiuto passi significativi: il Pkk ha annunciato lo scioglimento, sono iniziate forme concrete di disarmo ed è stata approvata una legge per gestire la transizione. Il secondo, invece, richiede riforme più ampie sul piano dei diritti, della rappresentanza politica e del riconoscimento culturale.

Ankara spesso vede il totale disarmo del Pkk come condizione propedeutica alle riforme culturali richieste dai kurdi. Il Pkk, invece, vede l’ampliamento dei diritti della popolazione curda come fondamentale per dichiarare la propria missione storica compiuta e dissolversi definitivamente.

Dividi et impera: la spaccatura tra le ali del Chp e il sogno erdoganiano di seppellire il kemalismo

Per quanto riguarda la sorte del Chp, bisogna notare come il processo sia stato avviato parallelamente al dialogo con il Pkk. Se completato, potrebbe portare al definitivo ridimensionamento del principale movimento di opposizione al Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) di Erdoğan. Al tempo stesso, un’eventuale risoluzione della questione kurda potrebbe sfociare in un accordo tra il Partito Dem e l’Akp, quest’ultimo in cerca dei numeri necessari per proporre una riforma costituzionale che permetta a Erdoğan di correre per un terzo mandato presidenziale.

Anche all’interno del Chp, il 2024 ha rappresentato un anno quasi rivoluzionario. Le frange più progressiste e popolari (soprattutto tra giovani, classi urbane e donne), guidate da figure carismatiche come Ozel e Imamoglu, sono state capaci di soppiantare, alla guida del partito, la vecchia guardia tradizionalista (e conservatrice).

Alle elezioni amministrative del 31 marzo 2024, il Chp ha ottenuto il 37,8% dei voti a livello nazionale, superando l’Akp per la prima volta in 22 anni, mentre Ekrem İmamoğlu è stato rieletto sindaco di Istanbul. Il risultato ha rafforzato il partito come alternativa al governo Erdoğan.

Ma già nell’autunno dello stesso anno si è aperto un fronte giudiziario: il 22 ottobre è stata messa in discussione la regolarità del Congresso che aveva portato Özgür Özel alla guida del Chp e, il 30 ottobre, è stato arrestato Ahmet Özer, sindaco di Esenyurt, con l’accusa di legami con il Pkk.

Nel febbraio 2025, le indagini hanno coinvolto direttamente İmamoğlu, a partire dalla validità del suo titolo universitario, proprio mentre il sindaco si preparava a partecipare alle primarie del partito per la scelta del candidato presidenziale. Il 19 marzo 2025, İmamoğlu è stato arrestato nell’ambito di un’indagine per corruzione e altri presunti reati e, quattro giorni dopo, posto in custodia cautelare. L’arresto ha provocato una vasta mobilitazione, soprattutto tra giovani e studenti, che hanno contestato la repressione politica e la limitazione della competizione elettorale.

Nei mesi successivi, le indagini e gli arresti si sono estesi ad altri amministratori locali e funzionari municipali del Chp, mentre il conflitto ha investito anche l’organizzazione interna del partito. Nel settembre 2025, un tribunale ha annullato il Congresso provinciale di Istanbul del 2023, rimuovendo la leadership locale, ma il mese successivo è stata respinta la causa contro il Congresso nazionale che aveva eletto Özel. La crisi ha assunto così una dimensione più ampia, coinvolgendo non soltanto i singoli esponenti dell’opposizione, ma anche la sua capacità di organizzarsi e competere politicamente.

Nel maggio 2026, una Corte d’appello ha annullato il Congresso nazionale del 2023 e disposto la sospensione cautelare della leadership di Özel, aprendo la strada al possibile ritorno di Kemal Kılıçdaroğlu. Ex candidato presidenziale, è considerato l’incarnazione del vecchio kemalismo, laico, nazionalista e legato alle forze armate. La contesa giudiziaria si è così trasformata in una crisi della struttura e dell’identità stessa del Chp, alimentando divisioni interne e, nei mesi successivi, la nascita di una nuova forza politica da parte di esponenti usciti dal partito.

Nell’ottobre 2026, il controllo di Halk Tv – emittente privata fondata nel 2005 da ex membri del Chp e considerata megafono del partito repubblicano – da parte delle autorità, nell’ambito di un’indagine giudiziaria, contestata dall’opposizione, ha esteso ulteriormente il conflitto alla libertà d’informazione.

La vicenda del Chp si configura quindi come uno scontro che, partito dalla competizione elettorale, investe progressivamente la leadership, l’autonomia organizzativa del principale partito d’opposizione e gli spazi di espressione del dissenso in Turchia.

I due processi politici come una potenziale “rivoluzione” culturale turca

I due processi, pur seguendo traiettorie diverse, sollevano una questione comune sul futuro politico, sociale e culturale della Turchia.

Da una parte, la dissoluzione del Pkk apre la possibilità di superare decenni di conflitto armato e di ridefinire il rapporto tra Stato e popolazione kurda, ma senza che ciò abbia ancora prodotto un riconoscimento pieno delle rivendicazioni politiche, linguistiche e culturali kurde.

Dall’altra, la crisi del Chp mostra come la competizione politica e la rappresentanza del dissenso restino sottoposte a forti pressioni giudiziarie e istituzionali. Le conseguenze vanno quindi oltre la dimensione strettamente politica: riguardano il modo in cui i cittadini si identificano nella nazione, percepiscono le istituzioni e immaginano le possibilità di partecipazione alla vita pubblica.

In questo senso, la Turchia si trova davanti a una contraddizione: mentre si apre uno spazio per superare uno dei conflitti storici che hanno segnato la sua identità nazionale, si restringono o restano contestati altri spazi di pluralismo e rappresentanza. La fine della lotta armata, da sola, non garantisce dunque una democratizzazione della società. La sfida sarà capire se la trasformazione del rapporto con i kurdi potrà accompagnarsi a un ampliamento dei diritti e delle libertà politiche, o se la pacificazione resterà circoscritta alla dimensione della sicurezza, senza modificare più profondamente le gerarchie culturali e i confini della cittadinanza turca.

 

Fonti

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Kurdish Peace Institute. 2025. Turkey-Kurdish Freedom Movement Negotiations Tracker.

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Nimni, Ephraim, Aktoprak, Elçin. (a cura di). 2019. Democratic representation in plurinational states: The Kurds in Turkey. Palgrave Macmillan.

Somer, Murat. 2025. “A long battle: Turkey’s backsliding and resistance through trench warfare”. The ANNALS of the American Academy of Political and Social Science 712(1).

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Zeydanlıoğlu, Welat. 2012. “Turkey’s Kurdish language policy”. International Journal of the Sociology of Language (217): 99–125.

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