Questo articolo è stato pubblicato nello speciale della newsletter Estera dedicato alle proteste che stanno avvenendo in Francia e Italia. Per leggere il numero, clicca qui. Per iscriverti alla newsletter, clicca qui.
Da alcune settimane, in Francia, i liceali hanno preso le strade e le piazze chiedendo più fondi per l’istruzione. Le proteste si sono ovviamente allargate, coinvolgendo ricercatori, operai, sigle sindacali e quant’altro, dando vita all’ennesimo ciclo contenzioso che ha raggiunto l’apice il 17 ottobre. Una parte importante degli studenti, i primi a prendere le strade, sono i cosiddetti banlieusards, ovvero gli abitanti delle banlieue, giovanissimi e per lo più discendenti di migranti.
Eppure, oltre ai disagi urbani e all’entusiasmo che accoglie (o dovrebbe accogliere) le grandi mobilitazioni studentesche, vi è molto altro e riguarda noi italiani e la società che stiamo disegnando.
Per una strana coincidenza del destino, mobilitazioni e scontri in Francia sono iniziati il 17 settembre – concentrati soprattutto nel suburb parigino di Creteil -, pochi giorni prima dell’entrata in vigore in Italia del decreto-legge numero 170/2026, sul tetto massimo di studenti stranieri con scarse conoscenze linguistiche dell’italiano. Una mossa descritta da commentatori di destra come risolutoria, ai fini di evitare situazioni sociali tese come in altri Paesi europei, Francia su tutti.
Di fatto, vi è un filo che lega le logiche dell’ennesimo decreto Meloni alle proteste in Francia
Ed è il filo del razzismo istituzionale, poco lungimirante e, alla prova della storia, fallimentare.
L’idea di gestire “l’integrazione” dei minori stranieri, o di background migratorio, nelle società europee non è un colpo di genio della premier italiana, quanto una precisa strategia che, nel secolo scorso, ha trovato applicazione in diversi contesti, tra cui quello francese.
Il secondo dopoguerra d’Oltralpe fu caratterizzato da movimenti migratori che portarono centinaia di migliaia di lavoratori migranti (prevalentemente giovani uomini provenienti da colonie o ex colonie) nella Francia metropolitana. La ricostruzione postbellica del Paese necessitava di braccia con una certa urgenza e a Parigi la manodopera straniera a basso costo non dispiaceva: i migranti non parevano, almeno nelle loro intenzioni, voler rimanere in Francia. La realtà dei fatti fu però ben diversa.
La vita del migrante è tutto meno che programmabile. Infatti, da giovani adulti che spedivano rimesse economiche in patria – tenendo il minimo indispensabile per sé in attesa di tornare a casa nel bled (“villaggio” in arabo algerino, divenuto termine simbolico per “casa oltremare”) – si arrivò al ricongiungimento familiare: i soldi mandati a casa non bastavano mai e col passare del tempo matrimoni, figli e abitazioni dignitose divennero i primi obiettivi dei lavoratori migranti.
Fu così che donne, bambini e anziani arrivarono alla spicciolata, prima invitati da mariti, figli, cugini e fratelli, poi attraverso le politiche di ricongiungimento familiare dello Stato francese. Il fenomeno venne regolato da un decreto nel 1976, limitato dal governo l’anno successivo e riconosciuto nel 1978 dal Conseil d’État come espressione del diritto degli stranieri regolarmente residenti a condurre una vita familiare normale.
Parigi, infatti, nonostante avesse smesso l’importazione attiva di lavoratori nel 1974 vedeva l’arrivo delle famiglie dei lavoratori stranieri come propedeutico alla pace sociale e all’integrazione degli stessi non solo nel tessuto economico francese, ma anche in quello sociopolitico. L’arrivo delle famiglie dei migranti, però, diede vita a richieste di tutt’altri servizi: donne, anziani e bambini sono figure che necessitano di case, scuole, mezzi di trasporto e possibilità di vivere una vita degna, a differenza dei precedenti giovani adulti in età da lavoro.
Questi, di fatto, erano figli del sogno di ritornare a casa dall’esilio della migrazione (el-ghorba, in arabo algerino) e disposti a vivere in bidonville, lontano dai riflettori, senza chiedere niente. Erano invisibilizzati in quel processo definito dal sociologo algerino Abdelmalek Sayad “doppia assenza”: assenti in Francia, perché non partecipi alla vita sociale e politica del Paese, assenti a casa, perché fisicamente non presenti.
Iniziarono così le politiche sociali francesi prima adibite all’accoglienza e poi all’assimilazione dei migranti. Nuovi quartieri furono tirati su nei pressi di centri industriali, con tanto di scuole. Eppure gli sforzi furono insufficienti – o almeno così vengono considerati a posteriori da sociologhi come Didier Lapeyronnie. Con la fine dei Trenta gloriosi, l’ascensore sociale francese si interruppe e la conseguente pace sociale divenne sempre più stiracchiata.
I quartieri periferici, un tempo designati come luoghi multiculturali per la classe operaia di Francia, bianca o nera che fosse, divennero quartieri residenziali per migranti e discendenti di migranti – a causa di fattori combinati come la crisi industriale, la conseguente disoccupazione e il mercato immobiliare privato inaccessibile -, in un caotico processo di ghettizzazione indiretta ma strutturale, a cui la politica ha spesso risposto con logiche elettorali del momento piuttosto che con politiche sociali lungimiranti.
Tensioni sociali ed economiche si cristallizzarono in differenze di classe proiettate su religione ed etnia, con i discendenti di migranti sovrarappresentati nell’edilizia popolare, nelle posizioni lavorative meno qualificate e mal retribuite e negli indici di criminalità e drop-out scolastico. Tutti indicatori considerati collegati da un punto di vista sociologico.
Le proteste dei discendenti di migranti (ormai cittadini francesi) si fanno convenzionalmente risalire al 1983 con la Marche pour l’égalité et contre le racisme, nota come marcia dei Beurs (da Marsiglia a Parigi per incontrare il presidente François Mitterand e fargli prendere atto del razzismo subito dalle seconde generazioni). Si tratta di una data spartiacque, in cui i discendenti dei migranti arrivati nel secondo dopoguerra pretesero di esercitare la propria agency e portare nelle sedi opportune le loro recriminazioni contro il razzismo subito.
Negli anni Novanta, le proteste delle seconde generazioni passarono dalle rivendicazioni culturali e politiche a quelle economiche e sociali. Il peggioramento delle condizioni di vita dei discendenti di migranti aumentò la frustrazione e i repertori d’azione si allargarono fino a includere disordini e scontri, soprattutto nelle aree residenziali a maggioranza razzializzata, dove disoccupazione, marginalità e stigmatizzazione si concentravano da tempo. Da quel decennio molto fu prodotto, anche a livello culturale – il film La Haine è ambientato proprio a Saint-Denis, nella banlieue a nord di Parigi, negli anni Novanta –, rispecchiando le tensioni e lo stigma alimentati da politiche che hanno penalizzato i discendenti di migranti.
Questure date alle fiamme, veicoli della polizia rubati da giovani razzializzati, barricate e tentativi di autogestione dei quartieri non sono scenari contemporanei del 2026, ma la rabbia ricorrente di un segmento di popolazione europea marginalizzato, o lasciato indietro, dai propri stessi governi. È una rabbia alimentata dal vizio della politica – non solo francese – di tenere in considerazione solo le élite: forze di destra e di sinistra falliscono negli stessi obiettivi perché raramente tengono in considerazione le idee dei protagonisti.
Se politici di destra come Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy pensavano di risolvere i disagi sociali delle aree periferiche a maggioranza razzializzata con la militarizzazione, figure socialdemocratiche come Mitterand e François Hollande ci hanno provato calando dall’alto decisioni elitarie. Le Zones d’éducation prioritaires (Zep), istituite negli anni Ottanta, indirizzarono maggiori fondi alle scuole delle aree svantaggiate, senza però scardinare le gerarchie del sistema scolastico. In un contesto in cui i discendenti di migranti venivano spesso orientati verso gli istituti professionali, con l’idea di imparare un mestiere e iniziare a lavorare quanto prima, le politiche compensative non bastarono a contrastare la riproduzione delle disuguaglianze sociali ed etniche. Così come quelle abitative degli anni 2010 che, con la costruzione di nuovi edifici e l’ammodernamento dei vecchi nelle zone popolari, resero queste aree meno opprimenti e brutte a vedersi, ma non meglio vitalizzate a livello sociale.
Scelte politiche dettate dalle contingenze elettorali e dalla visione della società propria delle élite bianche e borghesi: i palazzi nuovi invecchiano presto, i giardini pubblici si degradano se non curati e, se i nipoti dei migranti vengono indirizzati verso le stesse professioni dei nonni, anche i loro figli rischiano di restare relegati al lavoro manuale. Un meccanismo che limita l’autodeterminazione individuale e contribuisce a mantenere i discendenti dei migranti ai margini della politica, delle università più prestigiose e delle posizioni di potere nella società neoliberale.
Ma in tutto ciò che cosa c’entra l’Italia?
Semplicemente, stiamo percorrendo una strada simile.
Il decreto Meloni sulle quote di studenti nelle scuole ricorda parzialmente le Zep: se non rafforzate da investimenti nella logistica/trasporti, nella sanità e in nuove politiche abitative produrrà comunque marginalità. Ci sono quartieri popolari, in Italia, in cui i migranti sono sovrarappresentati. Impedire a molti ragazzini di andare a scuola nel quartiere, perché il 30% delle classi destinato a chi ha difficoltà linguistiche è già esaurito, significa costringerli a interfacciarsi con trasporti pubblici inefficienti, viaggiando anche più di 60 minuti per raggiungere un istituto specifico. Il tutto in età adolescenziale, quando la felicità nell’andare a scuola è considerata dagli operatori sociali come cartina di tornasole di gravi problemi in casa. Il risultato è probabilmente un aumento di abbandoni scolastici, che precludono la via dell’istruzione universitaria e foraggiano vulnerabilità socioeconomiche che possono portare alla criminalità. Un effetto domino tutt’altro che immaginario, già osservato in Francia e altrove. Insomma, rendere più difficile per i ragazzi vulnerabili l’andare a scuola non può che penalizzarli, e farli arrabbiare, ulteriormente.
Si tratta della stessa rabbia che in questi giorni, in Francia come in Italia, sta venendo bollata come voglia di scarpe di marca e telefoni nuovi, piuttosto che un urlo disperato e furioso di chi chiede da anni di partecipare e invece finisce sui giornali solo come delinquenti, baby gang, vandali, giustificandone la già sancita esclusione a priori. Di discendenti di migranti in tv a parlare di politica, in Francia, se ne vedono molto pochi, in Italia ancora meno. Produrre stigmatizzazione porta alla marginalità e la marginalità porta all’assenza politica, quella stessa assenza che sfocia in rabbia.
Una rabbia che non sarebbe sbagliato definire intersezionale
Sì, perché dare la colpa ai “maranza” o ai “banlieusards” significa mettere la testa sotto la sabbia.
I discendenti dei migranti sono in prima fila nelle proteste perché esclusi e penalizzati due volte: come discendenti di migranti e come giovani. In Italia come in Francia l’ascensore sociale è bloccato, il futuro delle nostre generazioni (anche la mia) è precario o inesistente, i giovani sono quasi tutti esclusi dalla ripartizione economica e politica del Paese. I giovani discendenti dei migranti sono semplicemente esclusi due volte, come giovani e come diversi, ed è per questo che sono i più arrabbiati e i primi a dare voce – in maniera violenta quando non ascoltati – al proprio disagio. Ma non sono gli unici.
Sulle tv francesi mi è capitato di vedere ragazzi bianchi dei quartieri centrali di Lione e Parigi senza denti dopo essere stati pestati a sangue dalla polizia. Nelle piazze italiane ho visto persone della mia età, dei miei quartieri e con la mia cittadinanza venire trascinati a terra e calciati dagli agenti anche senza aver fatto niente (preciso che, anche se avessero fatto qualcosa di illegale, l’arresto sarebbe stato legittimo la violenza poliziesca no).
Ci si concentra su maranza e banlieusards per spaccare le piazze
Per alimentare l’idea di essere invasi, di avere una quinta colonna, magari islamista, pronta a scatenare la guerra civile. Creare un nemico, affinché il nemico non diventi lo Stato. Schierare l’esercito nelle città, come accade da anni in Francia e in Italia (con altri 500 militari a Milano per volere del governo), e sottoporre i giovani delle periferie a controlli di polizia che possono tradursi in profilazione razziale significa anche dare l’impressione di vivere in guerra.
In termini sociologici, lo Stato sta razzializzando le gioventù e le proteste, facendo credere che dietro gli scontri e le devastazioni – che certo non fanno piacere a nessuno – ci sia un movente criminale, selvaggio e religioso, anziché un disagio generazionale che arriva in televisione soltanto quando si trasforma in guerriglia. Ma non è uno scontro di civiltà: è, semmai, una guerra generazionale, tra i giovani e un sistema vecchio, una guerra alla gerontocrazia di questo Paese e dell’intero continente, al suo sistema economico. E in prima fila ci sono i discendenti dei migranti, perché sono loro che, se le cose non cambiano, rischiano di vivere le vite peggiori e meno appaganti.
Tenetevi forte perché lo Stato italiano scimmiotta – con le sue particolarità – quello francese del secolo scorso. Tra cinquant’anni staremo ancora a parlare delle vetrine di Milano rotte dai maranza, solo che ci saranno molti più maranza perché avremo prodotto così tanta marginalità ed esclusione, un decreto-legge dopo l’altro, che le prime file delle future proteste generazionali saranno sovraffollate da volti non bianchi, non cristiani, ma italianissimi. Dietro di loro, altrettanto numerosi ma meno visibili, quelli dei nostri figli e nipoti, bianchissimi e cristiani.
Concedetegli l’autodeterminazione, investimenti sociali nei loro quartieri, il diritto all’associazionismo e alla politica, a farsi sentire nelle assemblee, nei Parlamenti, nei consigli comunali. Solo così potrete tenervi le vostre preziose vetrine.


