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Il seguente reportage si basa su diversi viaggi in Bakur tra l’ottobre 2023 e l’aprile 2025
Con lo scioglimento ufficiale del Partito dei lavoratori del Kurdistan (annunciato lunedì 12 maggio 2025 dalla stessa organizzazione) è terminata un’esperienza storica di resistenza e lotta armata durata più di 46 anni.
In questo lasso di tempo, il Pkk, la resistenza e la repressione dello Stato turco hanno temprato la storia della regione. Ad Amed (Diyarbakir, in turco), nel Bakur (Kurdistan settentrionale, Turchia sudorientale), questa storia è inestricabile da quella della città e dei suoi abitanti. Qui, il conflitto tra il Pkk e Ankara si riflette sull’architettura, sulla società e sull’ambiente ed è parte dell’identità cittadina: ad Amed avere un parente in prigione, in clandestinità, nei ranghi del partito o semplicemente ucciso dalle forze armate turche è la pura normalità.
Guney Ekspresi: viaggio verso l’isolamento del Bakur
Il grado di isolamento di Amed e dell’intero Bakur si percepisce anche dai finestrini del Guney Ekspresi, il treno che collega Ankara all’est del Paese. Un lungo viaggio di circa 24 ore attraverso l’Anatolia. La cosa che più colpisce del viaggio “panoramico” (così viene definito dalla compagnia ferroviaria turca) è il graduale inaridimento del paesaggio, pian piano che ci si avvicina ad Amed.
Non è solo uno degli effetti del cambio di conformazione del territorio che qui diventa decisamente più montuoso: questo generale impoverimento delle campagne è il risultato di anni di ingegneria demografica esercitata dal governo centrale. Tra gli anni Ottanta e Novanta, infatti, la giunta militare prima e i governi democratici poi implementarono politiche rivolte a controllare la popolazione locale, in maniera diretta con la polizia e in maniera indiretta con il controllo dell’ambiente e delle risorse regionali.
Una volta superata Kayseri (Anatolia centrale), campagne e insediamenti si impoveriscono e le infrastrutture peggiorano. La stessa tratta ferroviaria su cui viaggia il treno rallenta e i binari percorribili diminuiscono. Sono molte le fermate in cui sostiamo più a lungo del previsto per permettere ad altri treni di passare. L’impressione è quella di trovarsi a percorrere all’improvviso una regione isolata dal resto del Paese. La stessa valle del Tigri, storicamente un territorio fertile, appare come una landa deturpata e inquinata da miniere ed ecomostri vari.
Molti kurdi qui sostengono che lo Stato incentiva le compagnie minerarie a inquinare le numerose falde acquifere e sorgenti che nascono tra le montagne. Un gruppo di giovani avvocati iscritti all’albo di Diyarbakir (Diyarbakir barosu) l’ha definito un vero e proprio ecocidio, collegando l’inquinamento volontario delle falde acquifere al costante abbandono di quelle che un tempo erano fertili campagne e che oggi appaiono come deserti o discariche a cielo aperto.
Mentre il treno si avvicina a passo d’uomo ad Amed, non è difficile individuare montagne di immondizia bruciare in mezzo alle campagne. Nei giorni seguenti, uno degli avvocati che segue i casi di inquinamento per conto della Diyarbakir barosu mi ha spiegato che gran parte delle infrastrutture adibite allo smaltimento dei rifiuti non sono operative e che i cittadini sono spesso lasciati ad occuparsi da soli di tali operazioni, con tutto ciò che ne consegue a livello di salute e ambiente.
Amed: la baskent kurda, patria di resistenza
I binari del treno sembrano tagliare in due la città di Amed, a partire dalle periferie a nord. Qui, i quartieri sono stati costruiti in fretta e furia e con materiali di fortuna negli anni Novanta. In quel decennio, infatti, a fronte di operazioni di guerriglia del Pkk sempre più frequenti e popolari, l’esercito turco decise di trasferire forzatamente centinaia di migliaia di persone a Diyarbakir, Mardin e Sanliurfa, dove sarebbe stato presumibilmente più semplice sorvegliarle.
Secondo gli storici e diverse organizzazioni umanitarie (come Human rights watch nei suoi rapporti datati 1990 e 1994), tra il 1990 e il 2000, l’esercito regolare bruciò più di 3.000 villaggi nelle sue opere di rappresaglia e controguerriglia. Nel tentativo di fare terra bruciata intorno ai guerriglieri, arroccati tra le montagne, e ostacolare il loro processo di reclutamento, famiglie intere furono portate a valle e costrette a vivere in quartieri provvisori, poi diventati permanenti, nelle città della regione. In maniera alquanto prevedibile, quei quartieri ora figurano tra le zone più povere di Amed, come testimonianza vivente della condizione ereditaria dello status di profugo e vittima di punizioni collettive.
La stazione stessa di Amed tradisce le reali dimensioni della città. Architettonicamente povera e dalle capacità limitate, non sembra un’infrastruttura in grado di servire una città con oltre un milione di abitanti. Poche persone, in silenzio, attendono i treni. Uscendo dalla stazione, come mi era stato preannunciato, si viene solitamente seguiti da agenti in borghese. Agli occhi delle autorità, il solo recarsi in quella che loro chiamano Diyarbakir è un segno sospetto.
Nel percorrere la città, nel mio caso in “compagnia” degli agenti, si nota come la politica qui è di casa: ogni strada, ogni finestra è agghindata con le bandiere dell’Halkların Demokratik Partisi (Hdp), il partito di sinistra radicale e a maggioranza kurda che ha in Amed la propria roccaforte elettorale. I numerosi manifesti dell’Adalet ve Kalkınma Partisi (Akp) del presidente Recep Tayyip Erdogan, probabilmente messi dalle autorità per controbilanciare le decorazioni filo-opposizione, portano segni di vandalismo indicativi delle emozioni popolari. Un muto dialogo di colori, fra chi governa e chi resiste.
Le aree limitrofe alla stazione appaiono di recente costruzione. Ci sono palazzine tipiche dell’edilizia popolare turca – chiave d’ingresso elettorale per Erdogan e l’Akp a inizio anni 2000 – e grossi viali alberati che ricordano i boulevard di Ankara.
Percorrendo l’arteria principale della città, però, si possono ben presto intravedere le mura della città antica, che cingono il distretto di Sur e che sono state nominate patrimonio dell’Unesco nel 2015. Una volta raggiunta Dag Kapi, la “Porta della montagna” (uno dei quattro ingressi della città storica), la città esce dall’anonimato e si presenta come la baskent (capitale) del Kurdistan: la capitale informale di un popolo diviso tra quattro Paesi (Turchia, Siria, Iraq e Iran).

L’immensa entrata della città vecchia, costruita con il basalto tipico della regione che dona ad Amed il suo soprannome – Kara, la Nera -, è agghindata “a festa”: entrambi i masti della struttura sono decorati con gli stendardi delle celebrazioni del centenario della Repubblica di Turchia (proclamata nel 1923 da Mustafa Kemal, noto come Ataturk). Da un lato, figura il logo dell’Akp e della celebrazione ufficiale, dall’altro, svetta una gigantografia di Ataturk.
In una città come Amed anche decorazioni del genere non sono casuali: esattamente su quei masti, nel 1925 fu impiccato e mostrato alla popolazione Sheikh Sahid. Figura religiosa, fu leader della rivolta che nel 1923 seguì la proclamazione della Repubblica di Turchia come “patria nazionale dei turchi”, definizione che nei decenni successivi provò ad annichilire ogni testimonianza culturale e sociale dell’esistenza dei kurdi (come di molti altri popoli). Lo Sheikh Sahid rimane una figura molto popolare tra gli abitanti della città, proprio perché rappresenta la prima di una lunga lista di figure rivoluzionarie e rivoltose che fanno ormai parte del folklore e del bagaglio culturale di Amed.

Eccezion fatta per le decorazioni messe dalle autorità – tra cui quelle sui masti del Dag Kapi -, le abitazioni private non sembrano coinvolte nelle celebrazioni. Silenzioso sintomo di una festività più subita che condivisa.
Una volta imboccata la Gazi caddesi – la strada che da Dag Kapi taglia in due il distretto e sui cui lati si affacciano le principali attrazioni storiche – l’aria che si respira è diversa. I boulevard, che si diramano nelle zone più recenti di Amed, lasciano il posto a vicoli e stradine che separano edifici in basalto plurisecolari. Mentre taxi e veicoli privati sfrecciano in strada, i marciapiedi sono infestati da artigiani, commercianti e clienti. Dalla frutta fresca alla bigiotteria, dalla carne a tappeti, mobili e antiquariato, ogni angolo di Gazi caddesi è occupato da un negozio, un banco, un carretto.
Qualche timido slogan filo-Pkk – o comunque riconducibile al movimento – sui muri dei vicoli e gli immensi mezzi blindati della polizia e dell’esercito che stazionano in strada sono i dettagli che ricordano il lungo e violento conflitto che, tra bassa e alta intensità, ha lasciato il proprio segno sulla regione e sulle vite delle persone.
La sinfonia di colori e urla in kurdo e in turco mi accompagna fino all’Hasan Pasha Hani, il mercato coperto, in stile architettonico kurdo-ottomano, centro pulsante della vita commerciale e culturale della città. Non è difficile immaginare come questo suq su due piani in stile kurdo abbia rappresentato il centro della vita pubblica di Amed per secoli. Gli storici, per esempio, indicano Hasan Pasha Hani come il centro di discussione e adunata dei locali, soprattutto durante i menzionati periodi di rivolta. Gli studiosi di letteratura, invece, rintracciano i caffè e le sale da tè nei vicoli e nelle viuzze che si diramano a partire dal mercato coperto come i luoghi dove è nata la letteratura kurda moderna.
La guerra ovunque: Amed e il ricordo dell’insurrezione del 2015
Dopo esserci presentati (non ci eravamo mai visti dal vivo prima), ci dirigiamo verso il Sülüklü Han, una storica sala da tè, orgoglio culturale della città. Attraversiamo i cosiddetti vicoli dell’oro, stradine che collegano il mercato coperto alle piazze e ai quartieri circostanti e che nei secoli sono diventati la vetrina preferita da orefici e fabbri (due professioni legate alla regione, ricca di giacimenti auriferi, di rame e di ferro).
Mentre camminiamo, Baran mi sorride e, indicando alcune sezioni del mercato, mi confida che «durante l’assedio del 2015 il mercato era usato come deposito di munizioni». Si riferiva all’insurrezione che nel 2015, di fronte all’ennesima svolta autoritaria del Paese – seguita alla repressione delle proteste del Gezi Park di Istanbul e al fallimento delle trattative tra Ankara e il movimento kurdo sullo sfondo dell’assedio a Kobane -, ha portato i gruppi organizzati del Pkk a insorgere. Nel quartiere di Sur, centro della città vecchia, sono state innalzate barricate e sfruttate le alte mura per colpire le forze dell’esercito intenzionate a riportare l’ordine.
Baran sa che sono in città anche per queste storie, per tutto ciò che è ruotato intorno a quei mesi di resistenza, dalle scelte politiche imposte alla città alla percezione degli eventi da parte dei cittadini. Lui, ai tempi adolescente, ha contribuito come poteva, facendo da staffetta tra i ribelli sulle mura e i gruppi di cittadini che li sostenevano con viveri, munizioni, medicamenti e informazioni.
Durante l’assedio del 2015 il mercato era usato come deposito di munizioni
Baran
Camminando mi mostra i vicoli che si affacciano sulle sezioni principali del mercato. Nomina piazze e palazzi che conosco solo grazie alla cronaca, ma non riesco a immaginarmi. Spiega quale vicolo porta dove e chi lo percorreva in quelle giornate di guerriglia. Una volta seduti al Sülüklü Han ordiniamo del cay (il tipico té nero turco) e, nell’attesa, Baran mi spiega l’itinerario del pomeriggio, che dovrebbe portarci a ripercorrere alcuni momenti chiave dell’insurrezione del 2015 e della recente storia della città.
Come ogni kurdo però, Baran è particolarmente accogliente e fiero della propria città e mi mostra alcune delle sue attrazioni principali. Il modo in cui resistenza e guerriglia sono entrati nella cultura di massa di Amed si può notare anche nei più classici giri turistici.
Uscendo dall’Hasan Pasa Hani, Baran mi porta a vedere l’hotel Büyük, un plurisecolare caravanserraglio che, nel 2015, è stato adibito a centro operativo da parte dei guerriglieri del Pkk, vista la sua posizione strategica. Riattraversando la Gazi caddesi, invece, vengo portato alla Ulu Camii, la Moschea vecchia, la cui antica struttura tradisce le sue origini di chiesa convertita in moschea nel VII secolo. Qui, invece, Baran mi indica alcune sale che si affacciano sul cortiletto interno dell’edificio, spiegando che nel 2015, quando ampie sezioni della moschea sono state adibite a ospedale da campo e rifugio, gli è capitato di percorrere questi ambienti, pieni di feriti e sfollati, in cerca di amici, parenti o ribelli.
Ogni luogo, turistico o meno, porta i segni della repressione. Chiedo a Baran di andare nel distretto di Sur, nei luoghi specifici in cui si sono tenuti i combattimenti . Strada facendo mi spiega, a bassa voce, che il quartiere è «cambiato radicalmente» dall’insurrezione del 2015.
Più ci avviciniamo al distretto simbolo dell’insurrezione, più i dettagli delle storie di Baran si fanno crudi e dettagliati. Prima di percorrere l’ultimo tratto che ci separa da Sur, Baran decide di prendermi in disparte e mostrarmi la sua carta dello studente, indicando la facoltà di residenza, ovvero giurisprudenza.
Voglio diventare un avvocato perché anche quella è una forma di resistenza.
Baran
All’inizio non capisco bene il perché di questa decisione, ma poi Baran mi porta davanti al Dört Ayaklı Minare, il minareto più antico di Amed, l’ultima struttura ancora in piedi della moschea Sheik Matar (ricostruita poco più in là). «Voglio diventare un avvocato perché anche quella è una forma di resistenza» dice e poi, indicandomi la base del minareto, aggiunge che «anche tra gli avvocati figurano martiri e persone coraggiose […] qui è dove nel 2015 è stato ucciso Tahir Elçi, ai tempi il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Diyarbakir».
Alle mie domande sulle dinamiche dell’omicidio, Baran risponde che la giustizia non ha mai fatto il proprio corso, ma che «tutti sanno che è stata la polizia a ucciderlo perché si occupava dei crimini commessi dall’esercito in città durante l’insurrezione […] ed è sempre stato una spina nel fianco del governo».
Tutti sanno che è stata la polizia a ucciderlo perché si occupava dei crimini commessi dall’esercito in città durante l’insurrezione.
Baran
Sur: storia e architettura di una repressione
Mentre chiacchieriamo, Baran mi comunica che ormai siamo entrati nel vecchio quartiere di Sur, dove l’aspetto degli edifici “tradisce” la definizione di città vecchia: nessun vasto e intricato susseguirsi di vicoli stretti e sottopassaggi, ma immensi, larghi viali su cui si affacciano bar e negozi moderni. La scarsissima affluenza di cittadini lascia presagire i sentimenti della popolazione locale nei confronti del quartiere ri-costruito dalle autorità dopo il conflitto del 2015.

Passeggiamo per diversi minuti nel quartiere, che appare ai miei occhi sempre più distopico. Baran prova a descrivermi com’era ai tempi dell’insurrezione. Mi racconta delle barricate nei vicoli più grandi e dei lenzuoli usati come copertura per non permettere agli elicotteri di seguire i movimenti dei guerriglieri. Mi spiega come i cittadini avessero messo a disposizione le loro case per permettere ai rivoltosi di muoversi in sicurezza da un balcone all’altro e di come l’esercito turco avesse raso al suolo con le armi pesanti vaste aree del quartiere.
Tempestato dalle mie domande, Baran mi ferma e mi chiede di seguirlo. Attraversiamo il distopico quartiere e andiamo in direzione delle mura della cittadella, su una collina adiacente a Sur. Qui incontriamo alcuni suoi amici, uomini e donne, all’incirca suoi coetanei, che mi invitano a salire sulle alte mura.
Il panorama mi dona la consapevolezza delle dimensioni di quella che è stata una rappresaglia in piena regola da parte dello Stato turco. La città vecchia non esiste più. Quello che fino al 2015 era un quartiere con secoli di storia alle proprie spalle, ora è una distesa di piccole unità locative, grigie, simili a prefabbricati, che seguono un ordine di disposizione preciso. Oltre ai viali che tagliano geometricamente il quartiere, i prefabbricati sono separati gli uni dagli altri da stradine e ampi parcheggi, rigorosamente vuoti. I parchi sono privi di aree giochi, panchine e alberi. Gli alti pali della luce, che sorgono qua e là tra gli edifici e i viali, sorreggono telecamere di sorveglianza che non lasciano angoli bui.

Sfruttando la visuale concessaci dalle mura, gli amici di Baran, molti dei quali avevano partecipato ai combattimenti del 2015, ripercorrono alcuni momenti chiave dell’insurrezione, spiegandomi a grandi linee come si muovevano, sfruttando la conformazione e la conoscenza del territorio per sfuggire alle maglie dell’esercito.
Nulla di tutto ciò oggi sarebbe più possibile. La scelta di ricostruire il quartiere di Sur secondo standard più “moderni” non è stata solo un modo di rimediare agli ingenti danni causati dalle armi pesanti dell’esercito, ma anche una decisione strategica. Finire di demolire Sur, a fine insurrezione, ha permesso ad Ankara di spazzare via una fondamentale testimonianza storica e culturale dell’esistenza del popolo curdo, dato che la città vecchia era costruita nel tradizionale stile kurdo-ottomano e con materiali della regione. Ma ha permesso anche di deportare la popolazione locale, storicamente legata al Pkk (come si può dedurre dal consistente aiuto che diede ai rivoltosi nel 2015). Famiglie considerate radicali furono così state separate e la popolazione ritenuta a rischio rivolta fu smistata in altri quartieri della città.
Ciò che è stato ricostruito è stato innalzato non con l’obiettivo di dare sollievo ai cittadini, ma al fine di controllarli: le camere di sorveglianza, i viali larghi, gli edifici bassi e distanziati, i parchi spogli non sono scelte stilistiche, ma modifiche strategiche apportate a un quartiere che agli occhi delle autorità favoriva l’operato dei ribelli. Ora muoversi tra un edificio e l’altro senza essere individuati è impossibile, neanche di notte, a causa dell’illuminazione esagerata. La larghezza dei viali impedisce l’innalzamento di barricate e la scarsa altezza dei prefabbricati ne diminuisce la strategicità.
La stessa popolazione che vive nelle aree abitabili del nuovo Sur è stata strategicamente scelta dalle autorità: si tratta per lo più di famiglie di turchi o arabi legate all’Akp e trasferite grazie ai programmi sociali di Ankara, che ha potuto in questo modo sostituire una popolazione kurda oltranzista con elementi più allineati al governo.
Mentre Baran e gli altri ricostruiscono alcuni degli eventi di quei giorni sanguinosi, continuo a osservare la distesa di prefabbricati della nuova Sur, chiedendomi gli effetti a livello identitario sul lungo termine. A causa di un’insurrezione, il quartiere simbolo di un’antica città è stato raso al suolo e ricostruito seguendo parametri di strategicità e sorveglianza. Una delle architetture più ricche e antiche della regione è stata sacrificata sull’altare della sicurezza. Un pezzo di identità di Amed sradicata e con essa la sua storia e, col tempo, forse, anche le memorie della rivolta del 2015 e di quelle precedenti. Un processo di ricostruzione che punta a svilire l’identità di un popolo da un lato, e a controllarne ogni movimento per prevenirne potenziali rivolte dall’altro.


