Referendum trivellazioni: si vota il 17 Aprile

Il prossimo 17 Aprile si voterà in tutta Italia per l’abrogazione di parte della legge che permette di estrarre petrolio e gas nelle acque territoriali del nostro paese, in un referendum popolare promosso da dieci regioni. Il referendum sulle trivelle è infatti il primo della storia della Repubblica ad essere stato invocato da consigli regionali (piuttosto che da una raccolta di firme come di consueto), come previsto dalla legge mai invocata fino ad oggi.

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Semplificando, il quesito referendario chiede: “Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?”. In poche parole, cambiando il testo della legge in questione, il successo del referendum obbligherebbe le multinazionali che estraggono idrocarburi lungo le nostre coste a cessare ogni attività allo scadere delle concessioni che ora detengono.

Queste ad oggi sono rinnovabili fino all’esaurimento dei giacimenti ed è proprio questo meccanismo che il referendum vuole abrogare. Bloccando questi rinnovi cesserebbe totalmente l’attività estrattiva nella fascia costiera, visto che l’inizio di nuove attività è già vietato dalla stessa legge bersaglio del referendum. Questo cambiamento riguarderebbe solo le attività di estrazione entro le 12 miglia nautiche dalla linea di costa (22,2 kilometri), mentre non impedirebbe di svolgerne sulla terraferma o in mare aperto.

 

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I seggi saranno aperti solo nella giornata di domenica 17 Aprile, e sarà necessario raggiungere il quorum del 50% più uno degli aventi diritto al voto perché il referendum sia valido. Essendo il referendum sempre abrogativo, bisognerà votare “Sì” se si vuole modificare la legge e di conseguenza bloccare le trivellazioni.

Per favorire il raggiungimento del quorum i promotori avevano chiesto di accorpare il referendum alle elezioni amministrative di Giugno, che coinvolgeranno molti comuni italiani. Governo e Presidente della Repubblica hanno però escluso questa possibilità, vietata dal Decreto Legislativo 98 del 2011, emanato meno di un mese dopo il successo del referendum sull’acqua pubblica.

Nel cambiamento sarbbero coinvolte 21 concessioni, le più vecchie delle quali risalgono agli anni Settanta. Queste sono distribuite lungo la costa adriatica, quella ionica la Sicilia meridionale e in caso di vittoria del referendum cesserebbero le loro attività entro cinque-dieci anni. Queste concessioni riguardano circa 130 piattaforme off-shore, appartenenti principalmente a multinazionali italiane e inglesi, seppur queste ormai siano gruppi internazionali senza più un legame territoriale tangibile. Queste piattaforme sono fisse, ancorate al fondale marino al di sopra del giaimento che sfruttano, e sono supportate da una piccola flotta di navi che trasportano il petrolio estratto. La piattaforma italiana più produttiva è la “Vega”, in funzione per il gruppo Edison a 12 miglia dalla cost di Ragusa.

I vari comitati “No-Triv”, appoggiati tra l’altro dalle regioni promotrici, sono sostenuti tra gli altri dalle grandi associazioni ambientaliste come Greenpeace o il WWF, che segnalano gli enormi danni all’ecosistema che causerebbe una fuoriuscita di petrolio in un mare come quello italiano. Nemmeno i più ferrei sostenitori delle trivellazioni hanno potuto escludere la possibilità che si verifichino incidenti, con fuoriuscite di petrolio che vista la posizione dei giacimenti rischierebbero di distruggere completamente l’economia dipendente da pesca e turismo di molte zone.

 

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Nonostante il successo internazionale di grupi come l’ENI, va detto che l’italia non è un paese in grado di essere protagonista nel mercato come terreno di estrazione di combustibili fossili. Tutta la produzione che avviene sul territorio nazionale rappresenta meno del 10% del fabbisogno di gas e petrolio dell’Italia, ma non si sa di preciso quale percentuale dipenda dalle trivellazioni entro le 12 miglia dalla costa.

Il petrolio che estraiamo tra l’altro è disponibile in piccole quantità, costa tanto da essere praticamente fuori mercato e frutta allo Stato royalties minime (le percentuali dei profitti da pagare in cambio di una concessione di sfruttamento). Piuttosto che una scelta economica strategica, la sua estrazione sembra un tentativo disperato di rincorrere la globalizzazione attraverso una strada perdente, quando l’Italia potrebbe benissimo esserne protagonista, ma attraverso l’impiego di ben altre risorse. Una di queste è sicuramente il patrimonio ambientale e paesaggistico di cui dispone, vale quindi la pena di metterlo a repentaglio?

Quale che sia la risposta, l’appuntamento è il prossimo 17 Aprile, nel frattempo continueremo a seguire l’evolversi del dibattito intorno a questo evento e ad approfondirne gli aspetti economici, politici ed ambientali; il tutto per ribadire quanto riteniamo necessario che tutti partecipino a questo referendum.

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