Corruzione e recessione, il Brasile da risollevare

Il 18 marzo 2016 i membri del congresso hanno votato per avviare la procedura di messa in stato di accusa di Dilma Rousseff, presidente al secondo mandato del Brasile eletta nel 2011 e riconfermata nel 2014.

L’impeachment autorizzato dal presidente della camera dei deputati Eduardo Cunha accoglie la proposta dell’opposizione presentata lo scorso 21 Ottobre e verte su questioni tributarie: viene citata la bocciatura da parte della Corte dei conti del bilancio dello Stato del 2014.

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Dilma Roussef, presidente del Brasile al suo secondo mandato

Dilma Rousseff per salvare la sua carica dovrà evitare che l’opposizione raggiunga la maggioranza di 342 voti  e dovrà allo stesso tempo mobilitare la società a suo favore. La società brasiliana, che non è mai stata immobile davanti alle sfide lanciate dal Partito dei Lavoratori, dovrà assolutamente svegliarsi nuovamente.

Una delle carte giocate dalla presidente è stata infatti la nomina a capo di gabinetto dell’ex presidente Lula, abile negoziatore che senza dubbio ha le potenzialità per gestire la crisi all’interno del congresso. Lula tuttavia non è ben visto dalla giustizia che ha immediatamente annullato la nomina in quanto “ostacolerebbe il processo giudiziale a suo carico” (l’ex presidente godrebbe infatti dell’immunità spettante al capo del gabinetto). Inoltre la nomina di Lula ha inaspettatamente movimentato largo dissenso.

Ma Chi è Luiz Inácio Lula? e perché i brasiliani manifestano contro il presidente più popolare degli ultimi 20 anni?

Seguiamo la storia degli ultimi decenni del Brasile. Nel 1989 i brasiliani hanno sperimentato le prime elezioni libere e fino all’inizio del nuovo millennio le scelte della classe politica brasiliana si sono concentrate su questioni finanziarie (non senza l’influenza del Fondo Monetario Internazionale). Queste scelte sono sempre state a discapito delle fasce più povere di popolazione. Nel 2002 Lula vince le elezioni, che sono state viste come una svolta nella politica brasiliana. Tra le riforme di Lula la più importante fu La bolsa familia, un contributo statale che garantiva un reddito minimo a 40 milioni di brasiliani. Lula è stato il presidente brasiliano eletto con il maggior numero di voti per due mandati e questo fa capire la sua popolarità.

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L’ex presidente Luiz Inàcio Lula e Dilma Roussef durante l’insediamento

La posizione che Lula e il suo partito avevano guadagnato è stata incrinata dallo scandalo Petrobras. L’ex presidente viene indagato e accusato di corruzione e riciclaggio e molti del suo partito sono sotto accusa. L’arresto dell’ex presidente ha subito spaccato in due la società brasiliana tra colpevolisti e complottisti. La recente nomina a capo di gabinetto ha fomentato la fazione già schierata contro Lula. La protesta guidata dalle opposizioni, che cavalcano l’impopolarità del governo, è diventata enorme anche a causa della recessione che ha colpito il paese.

Il Brasile di oggi è un paese con non pochi problemi politici, economici e sociali da risolvere. Parliamo di una repubblica presidenziale in cui il capo dello Stato è anche capo del governo e il congresso è eletto con sistema proporzionale. Questo vuol dire che la presidenza è conquistata tramite un accordo su un leader tra i partiti della coalizione vincente, ben remunerati con posti di governo. Dall’altro lato il congresso è una fotografia più o meno fedele della caotica arena politica brasiliana, dove si vivono scontri furiosi tra le varie fazioni.

Come è ben noto il Brasile fa parte dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa): 5 nascenti economie dotate di enormità di risorse, territorio e popolazione (circa il 42% della popolazione mondiale risiede in questi Paesi) questa opulenza si riflette anche nei volumi di traffici commerciali e nei valori di crescita dell’economia.

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Capi di Stato dei paesi BRICS, da sinistra: Putin, Modi, Rousseff, Xi Jinping e il presidente del Sud Africa Jacob Zuma

In un lasso di tempo che possiamo definire breve, il Brasile ha perso la sua base. La stabilità economica e la Lulanomics, acclamata dagli economisti e dai capi di governo, sono solo un ricordo. Crollano tutti i dati che fino a poco fa facevano del Brasile una economia in ascesa, -4,5% il PIL rispetto al 2014, -4% i consumi, -6% l’agricoltura, la moneta crolla ai minimi, sale all’8% la disoccupazione. Insieme all’economia cade la popolarità di un governo che nel 2012  era appoggiato dal 77% della popolazione.

La corruzione e la recessione, partorite da un sistema di partiti feroce e da un’ economia eccessivamente legate al prezzo delle materie prime, hanno messo in ginocchio un governo e un paese intero a sembrano aver messo in ginocchio un governo e un Paese intero.

Ad un sistema politico da riformare, a cominciare dai partiti stessi, serve tuttavia un governo che non condivida gli stessi vizi. La riforma, proposta dalla Rousseff, qualche anno fa vide gli stessi membri della maggioranza bloccare ogni intervento. I 3 milioni di brasiliani scesi in piazza il 13 marzo in tutto il Paese hanno manifestato in primis contro la corruzione e la recessione. La società è spaccata in due, ma i brasiliani, per lo più giovani, vogliono sapere se il paese in cui costruiranno il proprio futuro si risolleverà. Dilma Rousseff sa che dovrà vincere due partite per salvare la sua presidenza, quella con il congresso e quella con i brasiliani.

Protestos_de_15_de_março_de_2015_em_São_Paulo-3

Manifestazione del 13 marzo a São Paulo, 1,4 milioni di manifestanti sono scesi in piazza nella città, più o meno 3 milioni in tutto il paese

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