Gli Economic Partnership Agreements tra UE e Africa

di Flavio Rossano

 

Nell’ultimo discorso di Jean-Claude Junker sullo stato dell’Unione, e nel dibattito che ne è seguito, si è fatto cenno all’evoluzione dei rapporti con l’Africa Sub Sahariana, tanto da immaginare la creazione della più grande area di libero scambio che il mondo abbia mai visto, come proposto da Guy Verhofstadt nel suo intervento. Quest’ambizioso progetto sembra tuttavia partire con il piede sbagliato, visto il lungo protrarsi delle trattative sull’attuale regime commerciale, i famosi Economic Partnership Agreements (EPA), tra l’Unione Europea e i paesi dell’Africa Sub Sahariana. Sanciti durante la Convenzione di Cotonou nel 2000, gli EPAs dovevano sostituire i precedenti accordi di Lomé, considerati dal WTO discriminatori nei confronti degli altri paesi in via di sviluppo non coinvolti e quindi incompatibili con le regole dell’organizzazione. 

Che cosa sono gli EPA

Gli EPA sono degli accordi di libero scambio tra UE e paesi ACP (Africa, Caraibi e Pacifico, gruppo a cui appartengono i paesi in via di sviluppo che partecipano al sistema di partenariato e cooperazione con l’Unione europea) che si pongono come scopo principale quello di rendere gli tali stati internazionalmente più competitivi attraverso una più stretta relazione commerciale con l’Europa, ritenuta capace di integrarli nell’economia mondiale.    

Per facilitare le negoziazioni, gli ACP sono stati suddivisi in sette aree principali: un gruppo per le isole del Pacifico, uno per quelle dei Caraibi e cinque per tutti, ad eccezione della Somalia e del Sud Sudan, i paesi dell’Africa Sub Sahariana. I raggruppamenti del continente africano – Africa Occidentale, l’Africa Centrale, l’Africa Meridionale e l’Africa Orientale e Meridionale (Gruppo ESA), da quale sono staccati i membri dell’East Africa Community (EAC) – costituiscono il blocco principale della convenzione commerciale. Al momento, solo una delle sette regioni ACP, i Caraibi, ha concluso un EPA definitivo. Alla fine del 2014, tutti i negoziati regionali EPA erano stati conclusi, ma l’entrata in vigore segue la firma di tutti i paesi dell’area e per questo molti di essi non sono ancora attivi.  

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Fonte : Commissione europea

Già la bozza proposta dalla Commissione Europea aveva causato i primi rallentamenti dei negoziati, poiché non si limitava ai traffici di merci, ma metteva sul tavolo anche la liberalizzazione dei servizi e degli investimenti, la tutela dei diritti di proprietà intellettuale, le politiche della concorrenza e gli approvvigionamenti statali (government procurement). Il progetto iniziale di Bruxelles aveva in questo modo causato molteplici perplessità nelle controparti africane, prolungando le trattative per un decennio. Al fine di sbloccare la situazione, furono presi due provvedimenti: da un lato il programma dell’UE fu ridimensionato, restringendo i settori da liberalizzare e garantendo la protezione dei prodotti prioritari di ciascun paese, dall’altro furono proposti accordi provvisori, gli Interim-EPA. 

I punti delicati di questa negoziazione

I negoziati hanno fin da subito aumentato le divisioni tra i paesi africani, intaccando il già delicato processo d’integrazione continentale. Diversi gruppi si sono frammentati al loro interno e molti paesi hanno proceduto in ordine sparso, cercando di salvaguardare i loro interessi diretti e di proteggere i propri settori produttivi prioritari: se alcuni hanno siglato gli accordi provvisori o definitivi, altri si rifiutano categoricamente. Ad esempio i negoziati EPA UE-Africa Occidentale sono stati conclusi il 6 febbraio 2014 e l’accordo è stato firmato da quattordici dei sedici paesi della regione, ad eccezione del Gambia e della Nigeria. Quest’ultima sostiene che gli EPA distruggerebbero la sua base manifatturiera e arresterebbero il cammino verso all’industrializzazione. 

I paesi più arretrati (Least-developed countries LDCs), invece, non hanno interesse a firmare per un’altra ragione: essi godono già di un regime commerciale speciale, denominato “Everything but arms” che gli garantisce l’accesso ai mercati europei senza ulteriori obbligazioni, mentre i paesi leggermente più abbienti, si ritrovano davanti alla scelta se accettare gli EPA o accontentarsi del Sistema delle Preferenze Generalizzate, molto meno conveniente. Tale sistema, non reciproco e non discriminatorio, utilizzato dalla Comunità Europea già dal 1971, ha l’obiettivo di favorire lo sviluppo economico dei paesi in via di sviluppo attraverso la facilitazione dell’entrata delle loro merci nel mercato comunitario grazie all’abbassamento o l’eliminazione dei dazi, che ne agevola quindi le esportazioni.

L’Unione Europea sostiene che l’apertura sarà “graduale, parziale e controllata per raggiungere gli obiettivi di sviluppo”, e che non intaccherà in alcun modo il processo d’industrializzazione, ma anzi garantirebbe la difesa dei prodotti locali più sensibili alla liberalizzazione. In aggiunta, i paesi africani, oltre ad una generosa apertura dei mercati europei alle proprie merci, si vedrebbero garantiti un ingente flusso di aiuti. 

Posizioni favorevoli sono state espresse anche da economisti africani. Olu Fasan, ad esempio, in un articolo pubblicato sul sito della London School of Economics – Centre for Africa, sostiene che il continente non si potrà industrializzare senza garantirsi sicuri mercati per l’esportazione e gli EPA in questo senso potrebbero aiutare a rafforzare la competitività dei loro prodotti, la conformità con gli standard internazionali e la connettività ai mercati.

Tuttavia le domande che si pongono esperti più critici e leader africani, sono molteplici: quale paese ha mai spalancato la propria economia, prima di renderla forte e competitiva? Come possono alcuni settori dei paesi sub sahariani competere con quelli del vecchio continente? Perché l’Europa dovrebbe decidere quando e come loro debbano liberalizzare le proprie economie? 

Secondo loro, questi accordi non faranno altro che perpetuare la struttura economica basata sull’esportazione di materie prime, che ha caratterizzato e condannato, le economie africane dal periodo coloniale a oggi. L’inondazione d’importazioni dell’UE rovinerà le industrie nascenti degli stati ACP, impedendo di fatto quella diversificazione di cui l’Africa ha urgentemente bisogno. 

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© Brot für die Welt

Posizioni più misurate, riconoscono che gli EPA potrebbero avere effetti benefici indiretti sui produttori e sui fornitori di servizi africani incoraggiando gli investimenti e facilitando il sostegno a interventi e iniziative che aumentano la capacità delle imprese africane di partecipare al commercio regionale e globale, ma tal effetto non si concretizzerà automaticamente attraverso la conclusione di questi accordi.

Infine sembra improbabile che l’agricoltura africana possa competere con quella sussidiata europea e la perdita del gettito dovuta all’eliminazione dei dazi provocherebbe un buco nei bilanci di molti paesi.

Il messaggio di fondo di questi accordi sembra essere quello legato all’ideologia dominante di questi ultimi tre decenni: nell’era della globalizzazione, lo sviluppo economico non può non passare per una completa integrazione con il mercato mondiale.

Conclusioni

Il processo di attuazione degli Epa non sembra essere ad una vicina conclusione. Nel frattempo i paesi africani, sempre più corteggiati e al centro dell’attenzione a livello commerciale come geopolitico, non perdono tempo a collaborare e interagire con altri attori internazionali. Lo stallo attuale danneggia entrambi. L’Africa rischia di perdere il suo privilegiato accesso al mercato europeo a favore di altri paesi in via di sviluppo. L’Europa dal canto suo, se vuole continuare a avere un rapporto commerciale privilegiato con il continente dovrà proporre un nuovo schema che riesca a soddisfare le contro parti, e presentarsi come l’interlocutore più affidabile, posizione che gioverebbe ai suoi stessi interessi.

 

Fonti e approfondimenti

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