Leggere tra le righe: “Norwegian wood” e il suicidio in Giappone

Simone D'Ercole @Side_Book

Su un aereo appena atterrato ad Amburgo, Watanabe Toru sente le prime note di Norwegian wood dei Beatles, una canzone a lui molto cara che lo riporta indietro di quasi vent’anni, al primo incontro con Naoko, all’epoca fidanzata del suo migliore amico Kizuki, morto suicida. Inizia così un lungo flashback che ripercorre tutta la sua vita: il rapporto con Naoko, ricoverata poi in una clinica psichiatrica, il suo amore impossibile per lei, gli anni dell’università e l’incontro con Midori, una compagna di corso che porterà parecchio scompiglio nella sua vita, anche lei segnata dal dolore della stessa perdita. Watanabe è dunque diviso tra l’amore per queste due donne, molto diverse tra loro, ma con le quali condivide la stessa sofferenza e la stessa malinconia legata alla morte.

Il suicidio, un problema moderno con radici antiche

Norwegian wood, scritto da Haruki Murakami, esce per la prima volta in Giappone nel 1987 e porta all’attenzione dei lettori di tutto il mondo uno dei problemi più grandi della società giapponese: il suicidio

Il suicidio in Giappone ha radici antiche, è parte della cultura storica e religiosa del Paese. Le religioni presenti in Giappone, il buddismo e lo shintoismo, non condannano il gesto del suicidio come può avvenire in tradizioni religiose occidentali, ad esempio nel cristianesimo – in quanto professano la reincarnazione. La morte è vista quindi solo come un passaggio tra un’esistenza e l’altra.

In epoca medievale, attorno all’XI secolo, i guerrieri sconfitti erano soliti praticare il seppuku, il “suicidio rituale”, con il quale i soldati si toglievano la vita trafiggendosi il ventre con un coltello. Il seppuku era considerato un gesto estremamente coraggioso, che conferiva onore a chi lo compiva e alla sua famiglia. Questa aurea d’onore attorno al gesto del suicidio perdura nei secoli nella cultura giapponese fino all’età contemporanea. Durante la Seconda guerra mondiale l’esercito giapponese utilizzò i kamikaze per compiere attacchi suicidi su aerei pieni di esplosivo contro le forze armate nemiche.

Oggi il suicidio, sebbene non abbia più la finalità di conferire onore a chi compie gesti eroici, mantiene comunque una valenza onorifica. L’elemento costante nelle cause che portano a suicidarsi oggi in Giappone infatti è la vergogna e la volontà di mantenere su di sé un’apparenza di integrità morale e fisica. Tra le motivazioni più ricorrenti troviamo la perdita dell’impiego, la depressione, lo stress da eccessivo lavoro – identificato in giapponese con il termine specifico karoshiproblemi economici o condizioni familiari particolarmente pesanti. Un altro fattore determinante è il tabù del chiedere aiuto, considerato un gesto di fragilità e poco rispettabile.

La crescita del fenomeno

Sebbene in Giappone sia sempre stato presente, negli ultimi trent’anni il suicidio ha conosciuto una crescita vertiginosa, portando il Giappone ad essere il primo Paese al mondo per numero di suicidi. Negli anni Novanta, a causa della grande recessione economica che colpì il Paese, il numero di suicidi iniziò a crescere esponenzialmente.

Nel 1998 ci fu un aumento del 34% rispetto al solo anno precedente, dove il rapporto era di 19,3 suicidi ogni 100.000 abitanti. Il numero più alto di suicidi si raggiunse nel 2003, con 34.427 casi registrati. Nel 2009 il rapporto era 26 suicidi ogni 10.000 abitanti. Per dare un’idea dell’importanza di questi numeri, negli USA lo stesso anno il rapporto era di 11 casi ogni 100.000 abitanti e in Italia 5,3 ogni 100.000 abitanti.

Dal 2011, in cui si registrò per il quarto anno consecutivo il superamento dei 30.000 casi, in Giappone è iniziato un progressivo calo: nel 2019 ci sono stati meno di 20.000 casi, il numero più basso dal 1978. Il tasso rimane comunque tra i più alti e l’obiettivo del governo è di ridurre il rapporto fino a 13 per 100.000 abitanti.

Il dato più preoccupante resta il numero di suicidi tra i giovani, che non sembra dare segni di diminuzione e conferma il suicidio come prima causa di mortalità tra i giovani di età compresa tra i 10 e i 19 anni.

La questione di genere nel suicidio

Il fenomeno del suicidio in Giappone ha sempre impattato molto più pesantemente sugli uomini rispetto alle donne. Nel 2007 il 71% delle vittime era di sesso maschile, contro il 28% di sesso femminile, e il suicidio è attualmente una delle prime cause di morte per gli uomini tra i 20 e i 44 anni.

Il 2020 e la pandemia da Covid-19 sembrano aver invertito questa tendenza. Se il 2019 era stato un anno positivo per il calo dei suicidi, le difficoltà create dalla pandemia hanno fatto crescere di nuovo il numero dei casi: 2.153 solo nel mese di ottobre 2020. E, questa volta, le più colpite sono le donne. Secondo il rapporto presentato a novembre dalla CNN, a ottobre i suicidi tra le donne sono aumentati di quasi l’83% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre quelli maschili sono aumentati del 22%.

Esistono molte potenziali ragioni per questo. Le donne rappresentano una percentuale maggiore di lavoratori part-time nei settori alberghiero, della ristorazione e del commercio al dettaglio, dove i licenziamenti sono stati profondi. La crescita dei problemi legati alla salute mentale sono un altro fattore che ha inciso più sulle donne che sugli uomini nell’ultimo anno.

La risposta del governo

La risposta del governo a questo problema si è fatta più forte a partire dal 2006, quando l’allora Primo ministro Naoto Kan ha stabilito un piano di aiuto, assistenza e prevenzione per far fronte al fenomeno crescente del suicidio. Sono stati fatti investimenti in strutture dedicate e interventi per la tutela del benessere dei lavoratori. Negli ultimi anni, e in particolare nel 2020, sono aumentati anche i servizi di aiuto psicologico e sostegno, soprattutto per chi soffre di depressione. Il dato positivo osservato è che molti riconoscono l’importanza di chiedere aiuto, non provando più vergogna nel farlo o nell’offrirlo, e riconoscendo in questo gesto un’importanza maggiore e vitale rispetto al suicidio.

 

Fonti e approfondimenti

Fusé T.,Suicide and culture in Japan: A study of seppuku as an institutionalized form of suicide, Department of Sociology, York University, Downsview, Ontario, Canada, 15, pages 57–63, (1980)

Chambers A., “Japan: ending the culture of the ‘honourable’ suicide, The Guardian, 3/08/2010

Osaki T., “Suicides in Japan fell below 20,000 to record low last year, The Japantimes, 17/01/2020

Il problema delle persone che lavorano troppo in Giappone, Il Post, 8/10/2017

I SUICIDI IN ITALIA: TENDENZE E CONFRONTI, COME USARE LE STATISTICHE, Istat, 8/10/2012

Treccani, seppuku

 

Copertina di Simone d’Ercole

Editing a cura di Cecilia Coletti

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