Quel che resta della democrazia indiana

“La più grande democrazia al mondo”, come viene definita l’India in riferimento al numero di abitanti, sembra oggi in crisi. In un momento storico in cui la pandemia ha messo a dura prova la tenuta delle democrazie, il declino di quella indiana, perpetrato dall’attuale Primo ministro Narendra Modi, è riuscito a passare quasi inosservato.

Le immagini delle proteste dell’ultimo periodo ci hanno improvvisamente fatto aprire gli occhi sulla realtà, anche se per un breve momento. Quel fiume di gente che ha invaso le strade del Paese tra novembre e dicembre ci ha scosso per un attimo dalla noncuranza con cui distrattamente seguivamo le vicende indiane, e ha spinto a chiederci cosa sta succedendo. Poi tutto è apparentemente tornato a essere come prima. Le notizie dal mondo si sono concentrate su altro, tornando a lasciar perdere la deriva antidemocratica verso cui rischia di precipitare il Paese. Così Modi ha potuto continuare il suo lento, ma inesorabile percorso verso la creazione di un’India sempre più neoliberista e nazionalista hindu, senza preoccuparsi di dover ancora aderire ai valori democratici su cui si fonda la nazione dalla sua indipendenza, avvenuta nel 1947. 

Il 2020 è stato un anno in cui questa crisi ha subito una forte accelerazione. Si tratta però di un processo iniziato diversi anni prima, accentuatosi da quando l’attuale Primo ministro è salito per la prima volta al potere nel 2014. Il passato di Modi è piuttosto indicativo delle scelte effettuate da Primo ministro, avendo fatto parte in gioventù del gruppo paramilitare estremista delle RSS, profondamente permeato dal nazionalismo hindu. Ispirato  dall’ideologia dell’Hindutva, Modi ha promosso la creazione di uno Stato induista. A questo, il Primo ministro ha affiancato una tendenza al neoliberismo più sfrenato, ostentando simpatia e vicinanza ai maggiori gruppi industriali del Paese. Lo sforzo per una crescita economica “a tutti i costi” lo ha portato a trascurare la maggioranza della popolazione, impiegata nell’agricoltura o nel settore informale, le cui condizioni sono peggiorate drasticamente e sono state la causa degli scioperi a cui abbiamo assistito di recente. La sua simpatia per le correnti nazionaliste hindu più estremiste si è invece tradotta in politiche discriminatorie nei confronti dei musulmani, posizioni più aggressive nei confronti del Kashmir e una retorica che alimenta tensione e odio tra i fedeli delle due religioni. Quando queste tensioni sfociano in scontri aperti, provocando decine di morti come a febbraio dello scorso anno, nessun estremista hindu viene condannato. 

La questione del Kashmir, da sempre una delle più spinose per l’India, rientra tra gli affari che durante il governo Modi sono stati gestiti in maniera poco trasparente. Nel 2019, il governo revocò lo statuto speciale di cui godeva la regione senza consultare la classe dirigente kashmira, i cui membri erano stati preventivamente posti agli arresti domiciliari con la scusa di riportare l’ordine – giustificazione già sentita diverse volte, in relazione a questa regione perennemente in conflitto. Il tutto fu accompagnato da uno dei tanti blocchi di internet che si sono moltiplicati negli ultimi anni come in nessun altro Paese al mondo. Circoscritti ad aree considerate pericolose a causa di disordini – spesso semplici proteste – questi blocchi di fatto limitano la libertà di espressione proprio nei momenti in cui ce ne sarebbe più bisogno. Le misure per contrastare il Covid-19 hanno facilitato un intervento più diretto, allo scopo di sedare le proteste. In nome del distanziamento sociale, per esempio a marzo 2020, la polizia ha sgomberato un pacifico sit-in organizzato per protestare contro le ultime leggi sulla cittadinanza, discriminatorie nei confronti dei musulmani e delle altre minoranze. 

Attenzione però: nonostante quest’ondata di eventi e misure inclini all’autoritarismo, di fatto non si può mettere in dubbio la struttura democratica del Paese, che è sempre stata tale e continua a rimanere in piedi. Ciò che sta avvenendo è un progressivo allontanamento dai valori democratici, attraverso politiche identitarie e discriminazioni, blocchi delle comunicazioni e intimidazioni verso la stampa sempre più frequenti. L’India si trova oggi in una situazione mai sperimentata prima. E non perchè Modi sia l’ideatore di un nuovo e pericoloso tipo di estremismo, ma proprio perché le sue idee non hanno nulla di nuovo. Le idee che per anni sono serpeggiate tra la popolazione, costituendo la base di gruppi fanatici spesso clandestini, hanno finalmente trovato il modo di far sentire la propria voce attraverso il primo cittadino del Paese. Idee estranee all’identità che l’India si è voluta dare all’indomani dell’indipendenza, e che le diverse élite susseguitesi da allora hanno aborrito e contrastato in diversi modi, fino al 2014.  

La fine del secondo mandato arriverà anche per Narendra Modi, ma il meccanismo che ha innescato sarà difficile da contrastare. Le voci che per tanto tempo sono state sopite, e che con Modi hanno trovato spazio e modo per attuarsi attraverso la politica, non smetteranno di far sentire la loro presenza. Se non viene presa una posizione forte nei confronti dei comportamenti antidemocratici a cui si è assistito nell’ultimo anno, il Paese rischia di allontanarsi sempre più dai valori su cui si era fondato. Lo sciopero generale di novembre ha dimostrato quanto la popolazione indiana sia in grado di organizzare un’opposizione al governo, ma al tempo stesso ha reso evidente che le priorità al momento sono altre. Le misure di liberalizzazione del settore agricolo volute da Modi hanno avuto ricadute negative su più della metà della popolazione indiana: quando si rischia la fame è difficile prestare attenzione alla minaccia di una democrazia in bilico. 

La pandemia non solo ha fornito il pretesto per l’attuazione di misure che altrimenti sarebbero state definite drastiche, ma ha anche concentrato l’attenzione su altre questioni, dando l’opportunità in India, come altrove, di agire con un più ampio margine di manovra. Che questo nuovo anno possa dunque farci riaprire gli occhi su ciò che sta succedendo in India e in altre parti del mondo mentre siamo impegnati a guardare altro. E che crisi dimenticate o ignorate come questa possano essere riportate in primo piano e non più trascurate. 

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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