Dalla terra al mercato: le piantagioni di tè in Kenia

Kenia
CIAT - Wikimedia - CC BY-SA 2.0

Dopo aver analizzato il commercio del bestiame in Somalia, proseguiamo oggi con il nostro progetto sulle commodities africane spostandoci in Kenia alla ricerca delle origini del commercio di tè. Come abbiamo già più volte notato, molte economie africane dipendono dalla produzione e vendita di commodities che garantiscono la maggior parte dei profitti. Anche il Kenia non fa eccezione: nel 2018, il tè rappresentava il 22% delle esportazioni del Paese e garantiva guadagni pari a 1,46 milioni di dollari.

Il ruolo del Kenia nel commercio internazionale

Cacao e vaniglia non sono prodotti originari di Costa d’Avorio e Madagascar, nonostante questi siano i Paesi che oggi ne esportano le percentuali maggiori sul mercato internazionale, ma sono stati introdotti durante la colonizzazione. Allo stesso modo, anche la coltivazione di tè ebbe inizio in Kenia all’inizio del Novecento, durante il dominio britannico. L’origine di questa bevanda è da ricercare nella zona compresa tra il sud della Cina, il nord dell’India, il Myanmar e la Cambogia.

Ancora oggi la Cina ne è il primo esportatore mondiale (22% delle vendite globali), mentre il Kenia si colloca in seconda posizione (19%). I due Paesi però tendono a vendere due tipologie differenti di tè: la Cina produce soprattutto tè verde, i contadini keniani tè nero.

I maggiori Paesi di destinazione della produzione keniana sono: Pakistan (38%), Egitto (12%) e Regno Unito (10%). Nel suo complesso, l’Asia importa più della metà del tè del Paese, seguita a distanza dal continente europeo.

La produzione agricola in generale è un asse portante dell’economia keniana: nel 2019 il settore rappresentava il 65% delle esportazioni e il 25% del PIL. I guadagni provenienti dall’agricoltura sono essenziali per il reddito di oltre l’80% della popolazione del Paese. Oltre al tè, il Kenia è leader nella vendita di fiori recisi ed esporta buone quantità di caffè.

Diverse varianti di tè e diverse altitudini

La tipologia di tè maggiormente diffusa appartiene alla famiglia della camellia, e presenta tre varianti: verde, oolong e nera. La differenza tra di esse è determinata dal processo di fermentazione: il tè verde non viene fermentato, la varietà oolong lo è in modo parziale, mentre il tè nero fermenta in modo completo.

Non solo la varietà, ma anche l’altitudine a cui si colloca la piantagione contribuisce a differenziare il tè. La coltivazione a bassa altitudine (fino ai 600 metri di altezza) e quella a media altezza (tra i 600 e i 1200 metri) producono tè di qualità inferiore rispetto a quello derivante dalla produzione al di sopra dei 1200 metri. Dato che in Kenia la maggior parte delle piantagioni si colloca tra i 1500 e i 2700 metri di altitudine, la qualità del prodotto è molto elevata: il tè prodotto al di sopra dei 1200 metri infatti è particolarmente pregiato e rinomato per il suo profumo. Le temperature più fredde determinano una crescita più lenta delle piante permettendo una maggiore concentrazione delle sostanze aromatiche nelle foglie e quindi un gusto più ricco dopo l’infusione, mentre la posizione elevata le espone meno all’impatto dei monsoni stagionali.

Il processo produttivo in Kenia

Fino ai 1200 metri di altezza ogni dieci giorni i contadini tolgono dalle piante le foglie pronte per la lavorazione. Ad altezze superiori invece questo processo avviene ogni tre settimane. In media, in un giorno, ogni contadino raccoglie 20-30 chili di foglie che vengono depositate in cestini per essere poi trasportate nelle fattorie dove vengono lavorate. Quest’ultimo processo è composto da diverse fasi, di cui le più importanti sono: fermentazione, essiccazione, smistamento e preparazione dei sacchi per la vendita.

La valutazione della qualità delle foglie è un passaggio fondamentale, dato che a seguito di ciò viene determinato il prezzo di partenza delle auction, cioè delle vendite all’asta. Le foglie rimaste intere durante il processo di lavorazione vengono considerate di qualità superiore rispetto a quelle che invece si sono rotte. Quelle che si sono sbriciolate nella maggior parte dei casi vengono scartate e sono utilizzate per la produzione delle bustine da tè, essendo formate da piccole particelle che garantiscono una migliore diffusione della bevanda nell’acqua. 

Il mercato internazionale e la pandemia di Covid-19

La crescita della produzione di tè all’inizio degli anni 2000 è stata molto più rapida dei consumi, causando un consistente surplus di offerta sul mercato. Ciò ha avuto il prevedibile effetto di abbassare i prezzi che negli ultimi anni si sono stabilizzati intorno ai 2 dollari per chilo.

Ulteriori difficoltà sono derivate dalla pandemia di Covid-19, a seguito della quale i prezzi di molte commodities, tra cui il tè, sono ulteriormente calati. Se nel 2019, in media, all’auction di Mombasa, il prodotto veniva venduto a 2,05 dollari al chilo, l’anno successivo l’elevata produzione dovuta a condizioni climatiche favorevoli e la riduzione della domanda causata dalla pandemia hanno provocato un calo fino a una media di 1,80 dollari al chilo. L’inizio del nuovo anno però è stato incoraggiante: la prima vendita del 2021 ha mostrato prezzi in ripresa. Si è infatti giunti a 1,94 dollari al chilo. 

Il ruolo della KTDA e la partnership con Lipton

Le fattorie a conduzione famigliare forniscono il 60% della produzione keniana di tè (circa 300.000 tonnellate annue), mentre il restante è frutto del lavoro delle multinazionali e dei produttori su larga scala. Vista l’importanza della piccola produzione, nel 1964, il governo creò la Kenya Tea Development Agency (KTDA), un ente pubblico con il compito di investire nello sviluppo del settore del tè e accrescere il reddito dei piccoli produttori. All’inizio degli anni Duemila l’agenzia venne privatizzata: oggi è formata da 54 compagnie più piccole comprendenti circa 600.000 agricoltori. Il suo compito principale resta lo sviluppo del settore del tè, grazie alla fornitura di servizi per far sì che produzione, lavorazione e vendita siano efficienti e che i guadagni vengano investiti in modo profittevole.

Per rafforzare la produzione keniana nel 2006 è nata una partnership tra la KTDA e Lipton che ha introdotto una serie di innovazioni, prima fra tutte scuole con il compito di formare gli agricoltori per migliorare produttività, qualità dei beni e ottenere una certificazione di qualità del prodotto. La partnership non si ferma al miglioramento del processo di coltivazione e ha un impatto positivo anche sulle vendite: il tè coltivato dai contadini della KTDA viene venduto all’auction di Mombasa ed è in buona parte acquistato da Lipton. I produttori che fanno parte della associazione ottengono in media il 75-80% del prezzo finale del tè, un valore molto superiore a quello della maggior parte degli altri produttori dove la vendita avviene tramite intermediari che trattengono la parte più consistente dei guadagni.

Kericho: simbolo di sostenibilità ambientale

Secondo “Rainforest Alliance”, nel 2013, 54 fattorie keniane praticavano agricoltura sostenibile.

Un simbolo di ciò è la piantagione di Kericho dove si coltiva tè dal 1924. L’area si trova vicino all’equatore, a circa 2000 metri di altitudine e perciò gode del clima ideale per la coltivazione di tè di alta qualità. La sua superficie si estende per più di 8.250 acri ed è lavorata da 16.000 agricoltori. La piantagione è stata la prima in Kenia a ottenere, nel 2007, la certificazione “Rainforest Alliance che si basa sulle tre P della sostenibilità: Persone, Pianeta e Profitto. 

Nel primo caso vengono valutati: condizioni di lavoro adeguate, salari, educazione, salute e alloggio. In questo caso Kericho eccelle grazie a un sistema ospedaliero tramite il quale i lavoratori hanno libero accesso a ospedali e farmacie presenti nell’area. Inoltre, i lavoratori hanno la garanzia di un alloggio sul terreno della piantagione dove è presente anche una scuola per la formazione degli agricoltori. 

L’uso dell’energia rinnovabile è al centro della seconda P e anche in questo Kericho è un modello. La piantagione trae il 97% della sua energia da fonti rinnovabili, soprattutto biocarburanti ed energia idroelettrica. A ciò si affianca l’impegno locale nella riforestazione, da tempo infatti sono stati avviati progetti di coltivazione di piante da foresta. 

Infine, Profitto: il tè prodotto è frutto del lavoro di piccoli contadini e il processo di vendita garantisce loro una parte consistente di guadagni grazie all’appartenenza alla KTDA.

Le sfide future per il tè keniano

Il ritorno dei prezzi intorno ai 2 dollari al chilo è sicuramente una delle esigenze più pressanti dell’economia del tè, ciò permetterà infatti di garantire profitti adeguati ai contadini. Inoltre, è necessario aiutare gli agricoltori che non fanno parte della KTDA a vendere direttamente i loro prodotti, evitando di dover passare per intermediari che tendono ad appropriarsi della maggioranza dei guadagni. Non bisogna infine dimenticare la sfida di una produzione sostenibile e ugualmente redditizia che già molti contadini hanno fatto propria seguendo i criteri “Rainforest Alliance”

 

 

Fonti e approfondimenti

International Finance Corporation, Kenya Tea Development Agency Ltd., International Finance Corporation, 06/2014.

Mitei, Growing sustainable tea on Kenyan smallholder farms, International Journal of Agricultural Sustainability, 08/06/2011.

Voora, S. Bermùdez, C. Larrea, Global Market Report: Tea, International Institute for Sustainable Development (IISD), 2019.

Ankiilu, Kenya tea earnings fall as Covid-19 takes toll, African Eye Report, 13/07/2020.

Mwita, Tea auction prices rise after dismal 2020 performance, The Star Kenya, 13/01/2021.

Rainforest Alliance, Rainforest Alliance, Kericho, consultato il 20/02/2021.

 

 

Editing a cura di Giulia Lamponi

 

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