Cos’è stata la Resistenza

Resistenza_ Lo Spiegone
Foto di Alberto Pedrielli. Porta Lame, Bologna, teatro della battaglia tra i partigiani della 7A GAP e le forze nazifasciste, combattuta il 7 novembre 1944. Le due statue, opera di Luciano Minguzzi, rappresentano due partigiani e sono state forgiate con il bronzo ottenuto dalla fusione della statua di Benito Mussolini, collocata all’interno dell’allora Stadio Littoriale, oggi intitolato all’ex presidente del club calcistico felsineo Renato Dall’Ara.

Cos’è stata la Resistenza?” è una domanda audace. Che però, di tanto in tanto, dovremmo porci, anche nel nostro piccolo. Nei settantasette anni trascorsi dalla fine della guerra, in molti hanno cercato di rispondere a questo interrogativo, storici in testa per ovvie ragioni. Perché di storia si tratta: disciplina spinosa, che costringe chi ci si cimenta a mettere in costante discussione. Un apparente paradosso, se si conviene che la storia, una volta consumata, può riapparire al massimo come ombra a inseguire il presente. Tuttavia, è proprio dagli eventi passati e dalla loro lettura sociale che l’attualità trae la sua forza e legittimazione. 

Entriamo allora nel merito della storia e circoscriviamo il terreno del discorso ripercorrendo alcune tappe del dibattito sul significato storico della Resistenza. Partendo dal primo e unico presupposto fondamentale: chi calpestava la terra italiana in quel biennio, era in guerra. Facciamo poi un passo avanti, ponendo sotto i riflettori non cosa è stata la Resistenza, ma che tipo di guerra è stata la Resistenza. Si delinea così una prima prospettiva, la più immediata. Agli occhi di quanti vedevano nell’invasore tedesco il nemico e nel fascista italiano il suo fantoccio, essa è stata indiscutibilmente una guerra di liberazione, come ancora oggi rileva la narrazione “nazionale“, che vuole che sia la demarcazione dei confini a fare la differenza, con i partigiani che si riprendono il Paese occupato. 

Un’ulteriore prospettiva sulla tipologia del conflitto vedrebbe l’aggiunta della connotazione “di classe”, a stabilire così, tra l’altro, un comune approdo ideologico con le tante guerre di liberazione che si sono combattute più avanti lungo il “Secolo breve”, come è stato definito il Novecento dallo storico marxista Eric Hobsbawm. Guardando al caso italiano, è indubbio che fascismo e borghesia abbiano trovato ben più di un punto di contatto, a partire dalla repressione dei moti operai nati sulla scia della Rivoluzione d’Ottobre. Non deve quindi sorprendere che in molti abbiano declinato la Resistenza anche come una guerra di classe. Per costoro, dietro i fucili stava il volto del padrone, in una resa dei conti erede diretta del biennio rosso e delle agitazioni sociali messe a tacere dalla strategia squadrista. 

Infine, la tesi che più ha animato il dibattito storiografico dell’era repubblicana, riemersa con forza dopo lo sforzo intellettuale di Claudio Pavone, storico autore di “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza”, nel cui titolo è già compreso l’oggetto del contendere. Resistenza come guerra civile. Una guerra tra fratelli, quindi? No. Centrale non è il legame di sangue, che pure è protagonista di tante tragedie diventate parte silente di numerose memorie familiari. È invece il legame tra cives, tra membri della medesima sfera politica, a divenire motivo di battaglia.

Lo scopo della guerra civile consiste infatti nell’instaurazione di un nuovo ordinamento politico-sociale. Nel caso della Resistenza italiana, erano la cesura con il regime ormai in disgregazione e la costituzione di uno spazio pubblico finalmente libero dal giogo del ventennio a rappresentare l’obiettivo storico delle forze antifasciste. La natura di questo spazio era tutta da costruire. Già tra il 1943 e il 1945, del resto, erano emerse, infatti, differenti prospettive, a partire dalla lettura sul conflitto stesso. Come sostiene Pavone, se per i comunisti quella in corso era senza dubbio una guerra civile, la paura che, una volta riconosciuta tale dimensione, essa volgesse a favore della rivoluzione proletaria, imponeva al giornale democristiano “Il Popolo” addirittura di negare la sua esistenza. Anche soltanto da questo dettaglio – che può apparire minimo, se inserito in una vicenda storica tanto ampia e complessa – si comprende come la Resistenza sia stata, tra le tante cose, un insieme di tattiche e di strategie, che andavano molto al di là di uno scontro tra forze unite su un lato o sull’altro. 

E così, una seconda volontà di unire gli intenti, politica questa volta, si è trovata dopo la fine della guerra, nella nascita della Repubblica. Con l’Amnistia Togliatti, avversata da un’ampia fetta di partigiani soprattutto nel Nord del Paese, dove il conflitto è stato più acceso e duraturo. Poi nei lavori dell’Assemblea costituente. Ma mentre lo spazio pubblico veniva ridefinito, esso in realtà veniva recintato, in una coesistenza impossibile e fragilissima, tra volontà popolare e sfere di influenza geopolitica. L’ordinamento emerso in seguito e grazie al 25 aprile era nato zoppo, mostrando sul versante amministrativo una chiara linea di discendenza con il regime precedente, sul versante politico un’evidente disparità di accesso e conseguente mancanza di legittimità dei “rossi”, esclusi in fretta dai ruoli di potere, rispetto agli altri. Insomma, la guerra di liberazione poteva dirsi ormai finita, quella di classe ricondotta al dibattito politico e qui raffreddata. In mezzo, la guerra civile, che sarebbe rimasta in sospeso, mascherata nelle pieghe autoritarie di una democrazia mai pienamente realizzata e sempre minacciata da pericoli interni in primo piano e esterni a fare da sfondo – al tempo stesso essenziali per costruire e politicizzare i primi. Tra le immagini più rappresentative di questa fragilità, Via Gradoli e il suo oscuro via vai di Br, Nar e servizi segreti occupa un posto centrale nella nostra memoria. 

Ogni esperienza storica ha le sue peculiarità, ogni lezione storica la sua attualità. Il 25 aprile separa due ere ma non solo. Da un lato, ci ricorda i passaggi che ha dovuto attraversare il nostro ordinamento al termine di una guerra che in realtà ne conteneva almeno tre, tutte insieme. Dall’altro, ci riporta al significato che, ai nostri giorni, decidiamo di attribuire ai riti che accompagnano la nostra bandiera nazionale, al nostro modo di giudicare l’autorità e i mezzi che essa utilizza per riporre i senza potere ai margini e al sentimento che ci pervade quando vediamo i confini della sfera pubblica restringersi. A come si relazionano e si intrecciano tra loro queste dimensioni, per esempio quando l’appello al patriottismo viene utilizzato per favorire una classe sociale. Perché la Resistenza non può essere compresa se viene a mancare anche solo uno di questi livelli, se una volta identificati i principi di dissenso e contestazione nei confronti del nemico, si omettono le differenze e le strategie adottate dal fronte, nel fronte e contro il fronte partigiano, a seconda del momento e degli interessi delle parti. 

Ecco perché la domanda iniziale, cos’è stata la Resistenza, deve allargarsi fino a includere cosa ne è stato delle idee resistenziali, delle speranze raggomitolate in quella società altra, venuta allo scoperto in quel biennio. Le anime combattenti, su cui si è fondata prima la guerra al fascismo e poi il nostro attuale assetto istituzionale, hanno saputo orientare le aspirazioni individuali e collettive nell’una e nell’altra fase, contribuendo in maniera decisiva alla creazione di un senso condiviso, di un orizzonte comune per una nuova convivenza. Ci sono riuscite in virtù di un sistema di idee, di una grande narrazione in cui era possibile riconoscersi, base necessaria dell’agire insieme in quello spazio di vita funzionale alla realizzazione delle potenzialità umane. Di quella sfera, cioè, in cui pensiero e azione sul presente sono preludio e messa in pratica di un futuro a misura delle proprie speranze. Anche in un contesto vincolato, quale era quello del secondo dopoguerra italiano.

Settantasette anni dopo, in una fase storica radicalmente diversa, un interrogativo conserva tutta la sua intensità. Non ci sarebbe stata Resistenza senza organizzazione, non ci sarebbe stato il 25 aprile senza l’apporto fondamentale delle forze politiche. Quelle forze oggi non esistono più, mentre le “nuove” scontano una vorace crisi di legittimazione. I rapporti tra Stato e società civile maturano all’insegna di una fluidità che tutto avvolge, e che senza soluzione di continuità si dispiega da un capo all’altro della sfera pubblica. Come fotografa l’ultimo rapporto Censis, per una parte crescente della popolazione la comprensione della realtà, potere compreso, scivola nel “pensiero magico”, che altro non è che il tentativo di definire un indefinibile di cui si sente in balia. Un quarto dei cittadini è completamente distaccato dalla vita politica, mentre il sentimento antipolitico prospera nell’azzeramento delle diversità ideologiche. L’effetto inevitabile è che i due più autentici rivali dello status quo, dissenso e disagio sociale, invece di essere incanalati nella dialettica democratica, vengano sempre più spesso criminalizzati ed espulsi dal campo del confronto politico, repressi in quella che è diventata una costante dei provvedimenti di pubblica sicurezza, ad esempio, come rilevato dalla costituzionalista Alessandra Algostino e dalla criminologa Rossella Selmini. È partendo da questo contesto, dalla nostra democrazia rinata e rimasta sempre e ostinatamente in bilico, che siamo pertanto tenuti a chiederci: cos’è la Resistenza? 

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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