Nell’isola di Hispaniola convivono Haiti e Repubblica Dominicana: il confine tra i due Paesi è sempre stato attraversato in entrambi i sensi da dinamiche di scambio personale, culturale, politico ed economico. Ma dopo il terremoto del 2012 e poi dal 2021, quando il presidente haitiano Jovenel Moïse è stato ucciso, il confine è diventato soprattutto punto di passaggio di migliaia di persone in fuga da fame, violenza delle bande armate e povertà.
Il governo dominicano ha fin da subito associato questo fenomeno a un problema di sicurezza, intensificando controlli e respingimenti. La società civile, invece, attraverso Menamird, una coalizione di oltre 30 organizzazioni, è attiva nel fornire assistenza su più fronti: linguistico, legale, psicologico e sanitario. E chiede un’inversione di rotta nelle politiche migratorie del governo dominicano.
Una sola isola, due Paesi e il controllo della migrazione
L’isola di Hispaniola è lunga 650 chilometri da est a ovest e si estende per poco più di 75.000 chilometri quadrati. Seconda delle Antille per dimensione, l’isola si trova nei Caraibi, tra Cuba e Porto Rico, ed è simbolicamente uno dei luoghi più importanti per la storia dell’America latina. Nel suo passato, ci sono dinamiche di colonizzazione, ribellioni indigene, schiavitù, lotta e indipendenza.
Anche se si tratta di un unico territorio, politicamente l’isola comprende due Stati: Haiti nella parte occidentale e la Repubblica Dominicana in quella orientale. Due storie diverse, entrambe di resistenza e indipendenza dalla colonizzazione. Da una parte Haiti, la prima nazione a ottenere l’indipendenza nel 1804 con la rivolta degli schiavi contro la Francia di Napoleone. Dall’altra, la Repubblica Dominicana con capitale Santo Domingo, la prima città fondata dai coloni spagnoli in America. Nel corso del tempo, i due Paesi hanno avuto relazioni bilaterali intense, facilitate dalla vicinanza geografica, e numerosi scambi economici, politici e umani.
Negli ultimi anni, però, mentre la Repubblica Dominicana ha intensificato la propria crescita economica, tentando di diventare un Paese sempre più inserito nei circuiti globali di economia, investimenti, esportazioni agricole e turismo, Haiti è stata segnata da molteplici crisi. Dal terremoto del 2010 in poi, quella parte di isola non si è mai più risollevata, sommando tragedie umane, crisi economiche, problemi ambientali, instabilità politica e violenza armata. Fenomeni che hanno creato una delle più grandi crisi umanitarie dell’America latina contemporanea, spingendo migliaia di persone a fuggire dal Paese.
Haiti: violenza, insicurezza alimentare e sfollamenti interni
Dal 2021, Haiti è un Paese senza presidente e l’instabilità politica è sfociata nel controllo quasi totale delle bande armate su alcune parti del Paese. Le loro azioni e le conseguenti risposte della polizia locale (che riceve il sostegno di una missione di contrasto sotto l’egida delle Nazioni Unite, guidata dal Kenya e con agenti da altri Paesi), hanno incrementato il clima di violenza.
Sono stati documentati abusi di ogni tipo: omicidi, rapimenti, torture, saccheggi, violenze sessuali, violenze contro i bambini e reclutamento forzato di minori per compiere atti armati. Port-au-Prince, la capitale del Paese, è controllata circa per l’80% dalle bande armate. Questi gruppi hanno in mano le attività economiche, le infrastrutture e i trasporti e spesso prendono di mira anche le strutture sanitarie, come accaduto nel caso dell’ospedale universitario, incendiato nel 2025.
La mancanza di strutture mediche adeguate alimenta la crisi sanitaria, a sua volta esacerbata dalla diffusione del colera in alcune zone del Paese e dall’insicurezza alimentare causata dalla povertà. Molti ospedali sono chiusi o fuori uso e chi ha bisogno di cure deve spostarsi necessariamente.
La crisi multifattoriale – economica, sanitaria, di sicurezza e umanitaria – ha causato circa un milione e mezzo di sfollati interni, che si concentrano soprattutto in campi “temporanei” e informali, che hanno superato da tempo la capacità massima.
Il confine: tra deriva securitaria e attività di accoglienza dal basso
In questo contesto di violenza e di fuga da essa, quel confine che divide l’isola in due Paesi diversissimi è al contempo uno strumento di presunta salvezza e pericolo (per gli haitiani che tentano di attraversarlo), ma anche luogo di controllo e repressione (per il governo della Repubblica Dominicana).
Il presidente dominicano, Luis Abinader (al potere dal 2020), ha più volte affermato negli ultimi due anni che la frontiera deve essere controllata per evitare che “i problemi” di Haiti si ripercuotano o si riversino anche sul proprio Paese. Per questo, tra il 2024 e il 2025, Abinader ha rafforzato la sicurezza e la vigilanza al confine, aumentando il numero di agenti e i dispositivi di sicurezza, incrementando le operazioni di intelligence e l’impiego di droni e sistemi biometrici per monitorare i flussi. Inoltre, Abinader ha dato istruzioni al ministero della Difesa per ampliare di ulteriori 13 chilometri il muro esistente di circa 50 chilometri (sui 176 previsti) che separa i due Paesi e la cui costruzione è iniziata nel 2021.
In un discorso pronunciato a maggio 2025, Abinader ha detto che la situazione ad Haiti è «una sfida che [noi, il popolo dominicano, ndr] non abbiamo scelto ma dobbiamo affrontare con coraggio e determinazione: la sfida dello sfollamento irregolare di un popolo, le cui strade sono dominate dalla violenza e dove l’ordine è sottomesso al caos». In quell’occasione, ha chiesto esplicitamente ai cittadini haitiani irregolari di tornare volontariamente nel proprio Paese perché, in caso contrario, le autorità dominicane li avrebbero «cercati e rimpatriati».
Nel suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a settembre a New York, invece, Abinader ha affermato che «la crisi multidimensionale di Haiti rappresenta una grave minaccia alla pace e alla sicurezza per la Repubblica Dominicana e la regione». Attualmente sono oltre 12.000 gli agenti presenti alla frontiera tra i due Paesi.
Controllo dello status migratorio e deportazioni
I profughi haitiani nella Repubblica Dominicana sono circa un milione e nei primi sei mesi del 2025 sono state rimandate indietro dalle autorità dominicane 150.000 persone. Nel solo marzo del 2026 ne sono state deportate 22.000, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim).
A livello interno, sono stati inaspriti anche i controlli e le sanzioni per chi è considerato “facilitatore” (come le organizzazioni che forniscono assistenza al confine e non solo) e sono aumentati i controlli anche nelle strutture sanitarie. Una delle misure più controverse – all’interno di un pacchetto di 15 norme anti-migrazione voluto nel 2025 dal governo – è stata infatti l’imposizione dell’obbligo di verificare lo status migratorio dei pazienti ricoverati, per condurli alle autorità se risultavano essere irregolari. La normativa prevede che i pazienti stranieri debbano fornire documenti e permesso di soggiorno per ricevere le cure mediche.
Il “protocollo migratorio” – così lo definisce il governo – viene applicato in 33 strutture sanitarie pubbliche del Paese. Queste sono state dotate di personale di polizia addetto a rimpatriare i migranti considerati irregolari. Secondo il servizio sanitario dominicano, l’applicazione di questo protocollo ha ridotto di oltre la metà le richieste di assistenza medica dei cittadini haitiani, soprattutto nei reparti di natalità.
La Mesa nacional para las migraciones y refugiados en República Dominicana
In risposta a quello che è stato deciso dalla politica istituzionale, che si focalizza sulla migrazione con un approccio securitario identificando il fenomeno solo come un “problema” da arginare, la società civile è silenziosa ma protagonista. Sia all’interno della Repubblica Dominicana che al confine, sono diverse le organizzazioni – religiose, laiche, dal basso, più o meno strutturate – che hanno preso in carico l’emergenza umanitaria.
Tra queste, la Mesa nacional para las migraciones y refugiados en República Dominicana (Tavolo nazionale per le migrazioni e i rifugiati in Repubblica Dominicana, Menamird). Si tratta di una coalizione di 34 entità della società civile ed è composta da gruppi dal basso, diretti da migranti e rifugiati, organizzazioni non governative e umanitarie, sia laiche che religiose.
Il principale obiettivo di Menamird è promuovere e difendere i diritti umani delle persone in mobilità.
Fundación étnica integral, rappresentante di Menamird a livello legale
Il principale obiettivo del tavolo, ha spiegato la Fundación étnica integral (Fei, che rappresenta Menamird a livello legale) a Lo Spiegone, «è promuovere e difendere i diritti umani delle persone in mobilità», facendo pressione sullo Stato dominicano e sugli organismi internazionali. Anche se la coalizione esiste dal 1996, il lavoro alla frontiera con Haiti «è iniziato in maniera più attiva nel 2010, dopo il terremoto”, e avviene principalmente nelle province di confine di Dajabon (a nord) e Jimani (sud ovest). In seguito, l’organizzazione si è estesa anche alle province di Elias Pina e Pedernales.
Le attività includono traduzione e interpretariato in creolo (la lingua di Haiti), francese e spagnolo; servizi di orientamento legale e psicologico; osservazione e documentazione delle violazioni dei diritti umani; accompagnamento umanitario; prevenzione di tratta e traffico illegale; assistenza ai minori non accompagnati e alle persone vulnerabili.
Il viaggio al confine: abusi, violazioni e razzismo
Anche l’associazione conferma che dall’omicidio del presidente Moïse nel 2021, la crisi ad Haiti si è aggravata e in parallelo in Repubblica Dominicana è iniziato «un indurimento delle politiche migratorie e di controllo alla frontiera». L’attuale politica migratoria «è stata presentata dal governo dominicano con una narrativa di sicurezza nazionale, associando la migrazione haitiana a minacce alla stabilità e all’economia del Paese».
La conseguenza di queste politiche violente di controllo e respingimento, testimonia Menamird, «è che le persone migranti vivono attualmente in un contesto di timore, persecuzione e insicurezza» e la loro vulnerabilità aumenta. «Vivono con la paura costante dell’arresto o dell’espulsione» e questo «limita l’accesso a servizi di base e aumenta la precarietà». Le deportazioni di massa hanno causato «separazione familiare, abbandono infantile e conseguenze psicologiche importanti».
Le persone migranti vivono attualmente in un contesto di timore, persecuzione e insicurezza.
Menamird, ogranizzazione che supporta i migranti in Repubblica Dominicana
La maggior parte delle persone che attraversano la frontiera sono di nazionalità haitiana e appartengono a categorie vulnerabili. Sono uomini e donne giovani, famiglie, bambini e bambine, adolescenti, anziani e donne incinte. Si spostano principalmente per cercare lavoro, accedere ai servizi sanitari, richiedere protezione umanitaria o ricongiungimento familiare o semplicemente «per sopravvivere di fronte alla grave crisi politica, economica e sociale che attraversa Haiti». «È importante notare – sottolinea infatti Menamird – che ultimamente, a causa della crescente insicurezza ad Haiti, anche membri della classe media attraversano il confine».
Molte persone arrivano «in condizioni fisiche ed emotive deteriorate, dopo essere state espropriate delle loro case e dei loro beni da parte delle bande armate di Haiti». Ci sono casi di esaurimento, denutrizione, malattie croniche, ansia, depressione e stress post traumatico. E a tutto ciò contribuisce anche l’attraversamento della frontiera stessa, che implica diversi rischi, tra cui «la tratta, il traffico illecito di persone, estorsioni, violenza fisica e sessuale, discriminazione e xenofobia, fame, disidratazione e sfruttamento lavorativo». A tutto questo si aggiungono «elevati livelli di insicurezza e il timore costante di essere arrestati».
Dopo il confine: tra difficoltà burocratiche e timori di espulsione
Secondo la Fei, la principale necessità delle persone una volta superata la frontiera è quella di accedere a processi di regolarizzazione e ottenimento dei documenti: da qui discende infatti l’accesso a una serie di servizi e diritti, come un’occupazione regolare, servizi bancari e previdenza sociale.
L’organizzazione evidenzia tuttavia «una forte limitazione nell’agevolare l’accesso ai servizi sanitari, in particolare per le donne incinte, i bambini, gli anziani e le persone con malattie croniche», in un contesto di «gestione della crisi». Una situazione che si è poi «aggravata da quando il governo ha attuato i 15 punti per il controllo migratorio». A tutto ciò si aggiunge «un contesto marcato da pregiudizi razzisti, discorsi xenofobi ed espressioni di odio sui social e nello spazio pubblico». Le deportazioni di massa della popolazione haitiana «hanno incrementato la vulnerabilità sociale e umanitaria», spiega invece Menamird.
Assistenza umanitaria: si intensificano i controlli, aumentano le difficoltà
Le organizzazioni umanitarie, invece, «affrontano sempre più sfide per poter fornire assistenza e protezione», fa notare Menamird: il loro lavoro è complicato in maniera considerevole dalle nuove politiche migratorie.
Dal punto di vista della gestione della crisi, spiega Menamird, «come organizzazioni affrontiamo limitazioni nel fornire assistenza legale e psicologica e nel seguire i casi di vulnerabilità estrema. Inoltre, la Direzione generale per le migrazioni ha emanato una nuova risoluzione che richiede contratti formali di lavoro per rinnovare i permessi lavorativi. Questo colpisce gravemente la regolarizzazione dei lavoratori indipendenti».
Le organizzazioni affrontano sempre più sfide per poter fornire assistenza e protezione.
Menamird, organizzazione che supporta i migranti in Repubblica Dominicana
In alcuni contesti, raccontano le operatrici di Menamird, «abbiamo affrontato restrizioni di accesso, difficoltà nel monitorare le operazioni migratorie e limitazioni nell’accompagnare». Inoltre, tra le persone migranti c’è la paura di denunciare gli abusi. Con le autorità locali e le istituzioni che si occupano di protezione dei minori e assistenza umanitaria «esistono alcuni spazi di coordinamento» ma sono «limitati e spesso insufficienti di fronte all’estensione della crisi migratoria e umanitaria».
Un ruolo maggiore è svolto dalle organizzazioni internazionali – come l’Oim, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e l’Unicef – che svolgono un ruolo di «sostegno tecnico e assistenza umanitaria, con azioni di protezione dei minori, assistenza alimentare, sostegno psicosociale e rafforzamento istituzionale».
Solidarietà e mutualismo al confine: il ruolo delle organizzazioni comunitarie
Nonostante le tensioni, però, alla frontiera «si verificano molteplici forme di solidarietà comunitaria e sostegno umanitario». Ogni giorno, in coordinamento fra organizzazioni civili, nazionali e internazionali, si effettuano azioni di accoglienza e accompagnamento delle persone deportate, soprattutto donne incinte, bambini e anziani. Ci sono reti che «forniscono cibo, orientamento e supporto emotivo alle persone in situazioni di estrema vulnerabilità, nel quadro della solidarietà e della fratellanza», sottolinea Menamird.
Alla frontiera si verificano molteplici forme di solidarietà comunitaria e sostegno umanitario.
Menamird, organizzazione che supporta i migranti in Repubblica Dominicana
«Storicamente alla frontiera è sempre esistita una relazione di convivenza, scambio culturale, commerciale e lavorativo, oltre che di solidarietà tra le comunità dei due lati dell’isola. Tuttavia, negli ultimi anni sono emersi discorsi d’odio, tensioni e narrazioni negative che hanno influenzato questa convivenza». Però ci sono ancora «donne, uomini, chiese, leader comunitari e organizzazioni locali che ogni giorno continuano a sostenere la popolazione migrante e a promuovere relazioni di buon vicinato».
Le organizzazioni spontanee che promuovono la cooperazione e la solidarietà al confine «si sono unite nella Rete di protezione dei migranti, attraverso la quale coordinano le azioni umanitarie, e gli avvisi di protezione e accompagnamento». Questa rete nata dal basso «ha permesso di rispondere in maniera rapida ai casi di separazione familiare, minori non accompagnati, donne incinte deportate» e di affrontare molte situazioni «di abusi dei diritti umani».
Una delle attività svolte dalle associazioni della rete Menamird è quella di documentare le violazioni dei diritti umani. Tra le più ricorrenti ci sono «violazioni durante il processo di detenzione e deportazione», come «mancanza di un giusto processo, espulsioni di massa, separazione familiare e danni a persone in condizioni di vulnerabilità». Queste denunce sono state portate alla Corte interamericana dei diritti umani e sono in corso dei procedimenti legali. «In particolare – sottolinea Menamird – ci preoccupano i casi che coinvolgono donne incinte, bambini e persone malate, deportate senza garanzie minime di protezione».
Necessità del lavoro sul campo e prospettive future: verso dignità e diritti
Secondo la Fei, per migliorare la situazione sul campo – soprattutto nelle province di confine – è necessario «garantire il rispetto di un giusto processo in materia migratoria, rafforzare i meccanismi di protezione internazionale e di diritti umani, ampliare l’accesso alla salute, all’alimentazione e all’assistenza umanitaria».
Ci sono ancora donne, uomini, chiese, leader comunitari e organizzazioni locali che ogni giorno continuano a sostenere la popolazione migrante e a promuovere relazioni di buon vicinato.
Menamird, organizzazione che supporta i migranti in Repubblica Dominicana
In questo senso «è necessario aumentare il sostegno finanziario, logistico e umanitario alle organizzazioni comunitarie e della società civile che sostengono in maniera diretta le popolazioni». Ma soprattutto servono “programmi sistematici di documentazione” degli abusi. Per la Fei «è indispensabile avanzare verso politiche migratorie integrali, basate su diritti fondamentali, dignità e cooperazione regionale. La migrazione va affrontata con un approccio umanitario e non esclusivamente dalla prospettiva della sicurezza nazionale».
E, oltre a questo, «è fondamentale combattere la xenofobia, i discorsi d’odio e la discriminazione, promuovendo solidarietà e convivenza pacifica» tra i due lati dell’isola.
Fonti
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Giglio, Greta. “Haiti e Repubblica Dominicana, due inferni per uno stesso popolo”. Vatican News. 6 giugno 2025.
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Piro, Isabella. “Repubblica Dominicana, organizzazioni ecclesiali e civili: no al muro per fermare migranti di Haiti”. Vatican News. 23 marzo 2021.
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Viscusi, Miriam. “Haiti, funzionaria Onu: Sul campo situazione umanitaria sempre più allarmante”. Agenzia Nova. 5 febbraio 2025.


