Echi di guerra e memoria nell’arte e nella musica in Croazia. Intervista al professor Hrvoje Klasić dell’Università di Zagabria

ustaša, Hrvoje Klasić
Hrvoje Klasić - Fonte: International Criminal Tribunal for the Former Yugoslavia / Wikimedia Commons - CC BY 2.0

Il problema dell’apologia del fascismo rimane irrisolto per i croati. Nonostante esporre simboli ultranazionalisti e salutare con lo slogan fascista “Za dom spremni” (dal croato, “Pronti per la patria!”) sia passibile di sanzione, le attitudini in merito sono contrastanti: i sondaggi rivelano che la maggioranza dei teenager li considera una mera espressione di patriottismo. A rinnovare l’allarme è stata la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri), che ha invitato lo Stato croato a intervenire quando motti dell’estrema destra vengono evocati in performance artistiche e manifestazioni sportive o, ancora peggio, nei casi in cui stemmi, targhe ed emblemi revanscisti sono esposti nei memoriali di guerra.

In Croazia, tutto cominciò con la formazione del Regno dei serbi, croati e sloveni, nato dalle ceneri degli Imperi ottomano e austro-ungarico nel dicembre 1918. Provando a primeggiare nell’unione, i serbi ortodossi finirono per favorire i nazionalismi. In particolare, nel 1929, un parlamentare croato, Ante Pavelić, fondò il movimento separatista ustaša (dal croato, “gli insorti”), mentre era in esilio in Italia. Gli ustaša vennero protetti dal regime fascista italiano, che li utilizzò nel 1941 per guidare il nuovo Stato Indipendente di Croazia (Ndh), un’entità fantoccia, creata a seguito dell’occupazione nazista del Paese.

L’Ndh durò poco, ma, dopo la Seconda guerra mondiale, l’ideologia estremista degli ustaša sopravvisse tra la diaspora croata nel mondo. Riemerse nel giugno 1991: quando i nazionalisti vinsero le prime elezioni libere del post-Jugoslavia, la Croazia si dichiarò nuovamente indipendente, venendo aggredita dai serbi. Fu la musica a tenere alto il morale dei combattenti: l’orgoglio nazionale, l’appartenenza confessionale e la lotta per la liberazione ispirarono un tipo di folk-rock che sovrapponeva liriche guerresche a melodie tradizionali ben note. Questi brani sono divenuti il simbolo dell’identità croata e ancora oggi vengono eseguiti durante le ricorrenze storiche e sportive.

Anche la scultura celebrativa e commemorativa ha assunto caratteri simili. Opere come l’Altare della Patria, realizzato nel 1994 da Kuzma Kovačić a Medvedgrad, intendono ridefinire le identità culturali, imporre una nuova ideologia nazionalpopulista in contrasto con il socialismo del passato e diventare dei riferimenti per la comunità mediante un’iconografia che richiama il nazifascismo.

Abbiamo parlato dello Stato Indipendente del 1941-1945, della guerra di difesa croata degli anni Novanta e del permanere della memoria attraverso le arti e i monumenti con Hrvoje Klasić, professore associato di storia all’Università di Zagabria. Klasić è anche conduttore del programma televisivo Kontrapovijest (“Contro-storia”), un approfondimento su temi di storia contemporanea sul canale croato Vida. Per i suoi interventi pubblici contro il revisionismo negazionista, Klasić è oggetto continuo di minacce e insulti in Croazia. La sua produzione accademica, però, è fondamentale per gli esperti dei Balcani.

Partiamo dal passato. Come mai gli ustaša vennero tenuti a battesimo proprio dal fascismo?

Il governo italiano guardava con favore alla dissoluzione della Jugoslavia perché era rimasto deluso dalla promessa mai realizzata d’intestarsi l’intera costa adriatica. Con il Trattato di Londra del 1915, infatti, l’Italia si era impegnata a entrare nella Prima guerra mondiale al fianco di Gran Bretagna, Francia e Russia, in cambio di ricompense territoriali (il presidente statunitense Woodrow Wilson osteggiò l’Accordo perché andava contro il diritto di autodeterminazione dei popoli; in ogni caso, crollato l’Impero austro-ungarico era impossibile farlo rispettare, ndr).

Dunque, l’Italia ospitò gli ustaša e li addestrò, pensando di poterli utilizzare successivamente. Ma nel 1934 accadde un imprevisto: nell’organizzare l’assassinio del re jugoslavo Alessandro I a Marsiglia, il gruppo di Pavelić causò accidentalmente la morte del ministro degli Affari Esteri francese Louis Barthou. In Francia successe il finimondo. Pavelić venne imprigionato e il suo movimento neutralizzato sparpagliando i suoi in tutta Italia. Dopo un anno, però, Pavelić fu liberato e mandato a Firenze con la famiglia, rimanendo disponibile per ogni eventualità.

Con l’accordo Italia-Germania del 1941 per la spartizione della Jugoslavia, gli ustaša presero il potere nello Stato Indipendente di Croazia, ma persero consenso tra la popolazione a causa della cessione di territori all’Italia.

Vero. Dopo la Prima guerra mondiale e la creazione dello Stato di Jugoslavia, l’Italia voleva già dei territori abitati principalmente da croati e sloveni come l’Istria. Il Regno li cedette nel 1920 con il Trattato di Rapallo. Ma, quando gli ustaša presero il potere, Pavelić siglò un nuovo accordo secondo cui il regime concedeva anche la Dalmazia più ulteriori isole. L’Italia fascista ottenne ciò che voleva.

Tuttavia, la decisione, unita ai cambiamenti nel sistema educativo, nei toponimi e così via,  fu impopolare. Eugen Dido Kvaternik, generale ustaša e capo dei servizi segreti dell’Ndh, rimproverò costantemente a Pavelić durante la Seconda guerra mondiale di aver dato agli italiani più di quanto chiedessero. E, in effetti, i documenti gli danno ragione.

Tra i nemici degli ustaša c’erano anche il generale serbo Draža Mihailović, comandante in capo delle forze jugoslave di liberazione (chiamate anche cetnici), e i suoi reparti?

No. Nell’aprile del 1941, l’esercito del Regno di Jugoslavia capitolò subito, ma qualche dozzina di soldati, allora al comando del generale Dragolijub Mihailović, tornò dalla Bosnia in Serbia per resistere all’occupazione nazista. Venivano chiamati cetnici, ossia “le truppe”, ed erano una milizia nazionalista fedele al re Pietro II e alla chiesa ortodossa. Sulle prime, la loro resistenza ebbe successo, nonostante causasse rappresaglie tremende contro i civili.

Nel frattempo, però, si era aggiunta un’altra forza al conflitto: i partigiani di Tito, pronti a lottare contro gli occupanti nazifascisti per una Jugoslavia repubblicana e comunista. Per i cetnici, questo rappresentava il peggiore scenario possibile perché andava contro i loro ideali: ne scaturì una frattura insanabile.    

L’esperienza di guerriglia dei cetnici li rendeva preziosi per i soldati italiani in Dalmazia e in Montenegro, in difficoltà nel fronteggiare i partigiani. Per via del loro orientamento ideologico, i cetnici confluirono a maggioranza nella Milizia volontaria anticomunista a supporto dei fascisti.

Fu una situazione paradossale: gli ustaša uccidevano i serbi (oltre a ebrei, rom e sinti, colpiti dalle leggi razziali), mentre i cetnici serbi accettavano il loro regime in cambio di armi e rifornimenti. Sono stati documentati parecchi accordi tra i due, così come esempi di battaglie in cui truppe italiane, tedesche, cetniche e ustaša hanno combattuto tutte insieme contro i partigiani.

Come se non bastasse, verso la fine della guerra Mihailović inviò una delegazione da Pavelić a Zagabria per chiedere medicine, armi e un lasciapassare, poi regolarmente ottenuto, per il settore britannico in Austria. Erano terrorizzati dalle vendette partigiane e non vedevano alternative alla fuga.

Quale ruolo ricoprì la chiesa cattolica croata?

Purtroppo era molto più concentrata sul nazionalismo che sulla cristianità. Nel maggio 1945, a guerra ormai persa, parecchi gerarchi ustaša e clerici riuscirono a scappare prima in Austria e poi a Roma, dove ricevettero protezione dal Vaticano.

Successivamente, e ancora con l’aiuto della chiesa, fuggirono attraverso le ratlines – delle reti clandestine usate dai nazifascisti per mettersi in salvo da eventuali condanne e rappresaglie – nelle Americhe e in Australia, dove misero radici. Però, quando nel 1991 la Croazia si proclamò indipendente, molti di loro, anche con parenti e discendenti, ritornarono in patria in supporto al nuovo governo del nazionalista Franjo Tuđman.

La maggioranza dei preti cattolici croati aveva sostenuto attivamente l’Ndh, durante la guerra. Certo, vi erano alcuni critici della posizione del Vaticano, ma, a causa del comunismo, in Jugoslavia questi orientamenti risultarono minoritari. Dopo il 1945, la chiesa cattolica divenne la protettrice dell’identità croata indipendente anche all’estero: può ancora capitare di vedere delle foto di Pavelić o delle mappe dell’Ndh, non solo in club e associazioni, ma persino in alcune chiese nelle Americhe o in Australia.

Quindi, per ricapitolare, gli ustaša sono passati da criminali nel corso della Seconda guerra mondiale a paladini della libertà e dell’indipendenza durante gli anni Novanta?

Sì. E la diaspora ha giocato un ruolo fondamentale nel creare questa confusione. Mi spiego. Per 45 anni, la narrazione ufficiale, così come la rappresentazione nelle arti, era stata unilaterale: i partigiani erano gli eroi mentre gli ustaša erano i cattivi. Non si poteva parlare o fare ricerca sugli eccidi degli almeno 80.000 gerarchi e soldati ustaša che nell’estate del 1945 vennero catturati e uccisi dai partigiani durante la fuga verso l’Austria. Ma i parenti delle vittime non dimenticarono.

Quando, nel 1991, una parte della diaspora croata aiutò a formare il nuovo Stato, la questione si riaprì. Ma nel frattempo stava scoppiando una nuova guerra: la Croazia, che aveva dichiarato l’indipendenza, veniva attaccata dai serbi e i soldati dell’esercito jugoslavo ricordavano in tutto e per tutto i partigiani della Seconda guerra mondiale.

A quel punto, quelli della diaspora ebbero gioco facile nel dire: «Chi è che bombarda Dubrovnik, Vukovar e Zagabria? Quelli che indossavano le stelle rosse e i seguaci dei partigiani. E voi dite che i partigiani erano venuti a salvarci? Eh no, siamo noi i combattenti per la libertà, oggi come allora. Chi è il nemico? I serbi, nel 1991, così come lo erano nel 1941».

La confusione tra “buoni” e “cattivi” la vediamo ancora oggi nei memoriali. Com’è possibile, ad esempio, che a Split (Spalato, in italiano) vi sia un monumento che porta il nome del gerarca ustaša Ranko Boban?

Il problema è che nel maggio del 1990, con la democratizzazione croata e la caduta del comunismo, emersero nuovi movimenti. Uno di questi era il Partito croato dei diritti (Hsp), un gruppo di estrema destra, di chiarissime simpatie revansciste. Quando, subito dopo le elezioni, cominciò la guerra, l’Hsp organizzò delle formazioni paramilitari che vestivano delle uniformi nere come quelle degli ustaša, reintrodusse il saluto e intitolò i propri squadroni a capi militari ustaša come Ranko Boban o Jure Francetić, il fondatore della Legione nera (un’unità di fanteria degli ustaša, ndr).

Insomma, le milizie lottavano per la Croazia contro l’aggressione serba, ma avevano acquisito parte dell’identità maledetta degli ustaša. Quindi, la domanda diventa: «È accettabile che esista un monumento dedicato ai caduti di quella guerra e, al tempo stesso, a un movimento responsabile di genocidi e crimini?». Ebbene, 35 anni dopo, la società croata e i suoi politici non hanno ancora trovato una risposta.

Nelle commemorazioni vedrai molti giovani croati indossare quelle camicie nere e i loro simboli. Ti diranno: «Noi non siamo nostalgici dei fascismi, siamo patrioti croati e nel 1991 i paramilitari che lottavano per una Croazia libera e indipendente indossavano proprio queste camicie».

Che dire allora della placca con lo slogan “Pronti per la patria!” posizionata proprio vicino al villaggio di Jasenovac, noto per il campo di concentramento ustaša?

Almeno ufficialmente il monumento è dedicato ai paramilitari caduti nella guerra dei Balcani del 1991-1995. Nella placca c’è il loro slogan. Ma è anche vero che all’insegna dello stesso slogan erano state uccise nel campo di concentramento vicino circa 83.000 persone durante la Seconda guerra mondiale.

Chi ha costruito il monumento non lo ammetterà, ma si tratta di una provocazione e la placca dovrebbe sparire.

Il rapporto tra guerra e memoria è sempre problematico, ma qui si gioca sull’ambiguità.

Assolutamente. Nel periodo 1945-1990 almeno 6.000 monumenti sono stati dedicati alle vittime del fascismo in Croazia. Però, nei primi dieci anni di democrazia, circa 3.500 di questi sono stati distrutti, danneggiati o abbandonati.

Negli anni Novanta, l’antifascismo venne stralciato dal discorso pubblico e, al contempo, si fece avanti l’idea che gli ustaša non fossero solo criminali di guerra bensì anche combattenti per la libertà e patrioti. Se i partigiani combattevano per la Jugoslavia, gli ustaša facevano lo stesso per la Croazia. Entrambi commisero dei crimini, ma dei due la gente comune si sente più vicina alla propria fazione. Questa equazione frettolosa polarizza la nostra società ancora oggi.

E veniamo a “Thompson” Perković. Fuori dalla Croazia il suo folk-rock cattolico-patriottico è sconosciuto, ma i media europei hanno riportato con preoccupazione di un suo concerto a Zagabria perché migliaia di giovani rispondevano entusiasti al saluto ustaša. Spirano venti neofascisti nel Paese?

No, non direi. Il pubblico del concerto di Zagabria non era composto né da estremisti né da odiatori dei serbi. Anzi, molti di loro amano il turbo-folk serbo. Posto che non sono il tipo da sottovalutare eventuali pulsioni neofasciste, il successo di Thompson va contestualizzato.

Thompson emerse negli anni Novanta, quando si arruolò da volontario nel conflitto dei Balcani. Il suo soprannome, infatti, deriva dal mitragliatore che portava con sé. In quel periodo incise un brano, Bojna Čavoglave, che divenne l’inno ufficioso dei combattenti croati e le cui prime tre parole sono “Za dom spremni”, ossia “Pronti per la patria!”, il saluto ufficiale degli ustaša durante il regime del 1941-1945. La parte rimanente del testo, invece, non contiene criticità.

Thompson si dichiarò pro-ustaša durante gli anni Novanta, ma questo gli causò una serie di problemi. I suoi concerti vennero banditi e i brani da lui interpretati non potevano essere trasmessi, perciò i suoi testi continuarono a contenere dei riferimenti al passato, ma mai troppo espliciti. Ad esempio, in un altro brano commemora le vittime degli eccidi partigiani del 1945 senza però ricordare nessuno dei crimini da loro commessi.

Molte altre celebrità si sono trovate in mezzo al guado tra leggi antifasciste e sentimenti di estrema destra.

Sì, però le cose vanno viste in un contesto più ampio. Ad esempio, dopo la guerra dei Balcani negli anni Novanta, quando gli sportivi tornavano in patria vittoriosi, le celebrazioni venivano accompagnate da canzoni nazionaliste. Era parte della coreografia, diciamo così. Intere generazioni di giovani sono cresciute pensando che quei testi fossero autenticamente patriottici.

Detto ciò, considera che appena prima del concerto di Thompson di cui parlavamo, la sinistra ha trionfato alle elezioni municipali di Zagabria. Al contrario di altri Paesi europei, in Croazia, in questo momento, secondo i sondaggi i partiti di destra estrema hanno raggiunto il livello più basso di sempre.

Che cosa si deve pensare invece di quei conservatori che nelle loro opere lasciano trapelare sentimenti nazionalisti? Mi viene in mente il pittore della diaspora Charles Billich e la sua opera Historical tournament che mette insieme eroi medievali, caratteri religiosi e simboli dei reparti speciali dell’esercito croato degli anni Novanta.

Alla prova dei fatti, nelle arti, nei testi di storia e negli spazi pubblici non troverai mai un sostegno chiaro e inequivocabile per il movimento e l’ideologia ustaša. Però, puoi sentire un forte anticomunismo, così come sentimenti anti-partigiani e anti-jugoslavi, anche nella produzione artistica. Ergo, anche se la Costituzione croata la definisce una Repubblica antifascista, la Croazia di oggi è un Paese antifascista.

Più in generale, la linea che separa un atteggiamento conservatore e patriota da uno nazionalista è molto labile nel mio Paese. Pochissimi politici o elettori di destra ammetteranno che tanto l’Ndh quanto gli ustaša erano dei fascisti. Piuttosto, proveranno a relativizzare le cose, dicendo ad esempio: «Sai, la situazione dei primi anni Quaranta era quella e quindi non si poteva fare diversamente». Allo stesso modo, glisseranno su tutte le loro nefandezze, mentre invece daranno rilievo ai crimini partigiani e comunisti.

Oggi, le elite politiche, soprattutto di destra, prendono le distanze sia dall’antifascismo croato sia dai movimenti partigiani. Questo è strano, anche perché il fondatore del partito di maggioranza Hdz e primo presidente del Paese Tuđman fu inizialmente comunista e volontario partigiano. Poi, dopo la Seconda guerra mondiale, divenne generale nell’esercito jugoslavo e, infine, nuovamente comunista. Divenne dissidente solo dopo.

Fu lui a permettere che si diffondesse questo revisionismo negazionista e credo che la sua colpa sia stata immensa. Del perché lo fece potremmo discuterne a lungo.

 

Per saperne di più 

Drndić Dasa. 2019. EEG. A novel. New York, New Directions.

Hawkesworth Celia. “Identity and managing the memory of war. Yugoslavia: a case study”, in Emsley Clive. (a cura di). 2003. War, culture and memory. Milton Keynes, The Open University UK, 309-354.

Laušević Mirjana. “Some aspects of music and politics in Bosnia”, in Halpern Joel M. e Kideckel David A. (a cura di). 2000. Neighbors at War. Anthropological Perspectives on Yugoslav Ethnicity, Culture, and History. University Park, PA: The Pennsylvania State University Press, 289–301.

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