Il Marocco messo alla prova

Tra i nomi eccellenti coinvolti nello scandalo Panama Papers figura quello del re del Marocco: Mohammed VI. Il suo regno negli ultimi anni ha subito le proteste della cosiddetta “Primavera Araba” e pesanti accuse di corruzione da parte degli investitori stranieri, oltre che le recrudescenze di alcuni problemi geopolitici mai risolti, ma Mohammed VI è riuscito a mantene saldo il suo potere.

Dal punto di vista della legittimazione dinastica Mohammed VI non corre gravi rischi. Egli fa parte della dinastia Alawide, al potere in Marocco dal 1659, la cui discendenza si crede arrivi fino a Maometto in persona. In Marocco inolte l’esercito non si è mai posto come centro di potere alternativo a quello civile, al contrario ad esempio del caso dell’Egitto, permettendo al re di poter fare affidamento sui militari piuttosto che temere un loro eventuale colpo di stato.

Il seguito del re non deriva però solo da questo dato: Mohammed VI è riuscito ad apparire come un modernizzatore intenzionato a liberare la società marocchina da antiquate norme religiose, specialmente riguardo diritto di famiglia. Questo gli ha permesso di emanciparsi dalla scomoda eredità del padre Hassan II, autore di una spietata dittatura tra gli anni ’60 e ’90 a cui ancora oggi in Marocco ci si riferisce come “anni di piombo”.

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La legittimità di questo potere è però in realtà parziale, come ha evidenziato l’ondata di proteste rivolte contro il governo nel 2011-2012. Il cosiddetto “Movimento del 20 Febbraio”, nato sulla scia delle Primavere Arabe, protestava contro i limiti allo stato di diritto e alle libertà civili ancora esistenti nonostante la fine della dittatura, chiedendo riforme finalizzate ad espandere e completare la democratizzazione del Marocco, precisando i limiti di un potere spesso usato in maniera impropria. I partecipanti erano soprattutto i giovani istruiti e più cosmopoliti, giovani che stanno sempre più mettendo in discussione la stessa impostazione monarchica del Paese.

Mohammed VI ascoltò gli attivisti e, dopo aver amnistiato la gran parte dei condannati per le proteste, propose un insime di riforme costituzionali alla popolazione, sottoponendole a referendum. La popolazione accettò questi cambiamenti, che non vertevano solo intorno ad una più chiara delimitazione e distribuzione del potere politico tra re, governo e parlamento ma tentavano di attenuare anche alcuni conflitti di natura etnica e tribale che affliggono il paese da decenni se non da secoli. Dal referendum del 2012 il Marocco riconosce infatti, al fianco di quella araba, la lingua berbera e quella delle tribù Sahrawi come lingue ufficiali del Paese.

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Un procedimento del genere rappresenta di sicuro un passo verso una società più inclusiva, ma non è assolutamente sufficiente a risolvere le grandi questioni di natura etnica e territoriale che ancora oggi affliggono il Marocco: i rapporti con la minoranza etnica Berbera e la lunga guerra del Sahara Occidentale. Entrambe le questioni derivano da un dal modo in cui si è costituito lo Stato marocchino, inglobando gruppi tribali di origine Berbera e Saharawi con la pretesa di renderli cittadini, tutto senza una vera strategia di mediazione economica e culturale tra essi ed il potere centrale.

Il rapporto tra la popolazione Araba e quella Berbera non è mai stato facile: la popolazione Berbera è sempre stata marginalizzata dalla gestione del potere delle dinastie Arabe, aumentando la frattura già esistente tra i due gruppi. I Berberi, così come alcuni gruppi di nomadi arabi, sono divisi in tribù, dato che rende la creazione di una società inclusiva e coordinata ancor più difficile. I gruppi tribali, per la loro stessa natura, si riconoscono come gruppi sociali autonomi fondati su usanze comuni, rapporti di prossimità e sul rispettare una propria gerarchia interna di potere.

Se un potere centrale non può tollerare che parte della popolazione si ritenga svincolato da esso, sarà vero il contrario per le tribù, i cui esponenti non si riconosceranno come cittadini ma solo come appartenenti al proprio gruppo sociale. Questa continua tensione ha portato in Marocco, ma anche nel resto del Nordafrica, ad una crescente marginalizzazione delle minoranze Berbere, che vivono spesso in condizioni di povertà e diffidenza da parte del resto della popolazione degli Stati che controllano il territorio nel quale risiedono.

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Riconoscere la lingua Berbera, quindi, potrebbe essere il primo passo verso l’attenuazione dell’astio tra i due grandi gruppi etnici marocchini, ma solo se ad esso farà seguito una politica volta a garantire quel minimo livello di autonomia necessario alle tribù per poter conciliare la loro identità con l’essere cittadini del Marocco, ponendo così fine all’instabilità sociale che questo scontro genera nelle regioni con forte presenza Berbera.

La questione più spinosa da risolvere per Mohammed VI rimane comunque la contesa sul Sahara Occidentale, che va ormai avanti dal 1975. In quell’anno la cosiddetta “Marcia Verde”, una rivolta popolare orchestrata però dall’esercito marocchino, costrinse gli ultimi coloni spagnoli a lasciare l’area, che venne spartita tra la Mauritania e, appunto, il Marocco. Appena quattro anni dopo, però, le tribù Sahrawi hanno rivendicato il loro diritto di abitanti autoctoni della zona e dichiarato la zona “Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi”, con tanto di governo in esilio in Algeria riconosciuto da 40 Stati.

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I Saharawi, etnicamente arabi, si sono costituiti nel “Fronte Polisario”, armato e appoggiato dall’Unione Africana e dall’Algeria, mentre il resto della Lega Araba parteggia per il Marocco. Negli anni la Mauritania si è ritirata dal conflitto mentre il Marocco non ha mai smesso di rivendicare l’area come parte del territorio nazionale, rendendo il conflitto con il Fronte Polisario una costante della vita politica dello Stato nordafricano.

Al di là della disputa territoriale sono le grandi risorse naturali, specialmente di fosfati ed altri prodotti minerari, che rendono il Sahara Occidentale un’area strategica, il che rende improbabile la ritirata pacifica dal conflitto di una delle due parti. La linea che divide l’area di occupazione marocchina da quella Sahrawi è uno dei confini più fortificati ed armati del mondo e dalla gestione del conflitto dipende molto del prestigio del re e del governo di Rabat di fronte alla sua opinione pubblica. Riconoscere parzialmente l tribù Sahrawi che abitano il territorio del Marocco e la zona occupata potrebbe quindi essere un tentativo di contenere il malcontento di quella parte di popolazione ma risulta totalmente insufficiente ad accelerare la fine del conflitto.

Ricapitolando possiamo dire che il potere di Mohammed VI ha una forte legittimazione popolare, ma questa non deriva da tutte le fasce della popolazione marocchina. I problemi mai risolti delle minoranze Berbere e Sahrawi e l’ostilità dell’importante movimento democratico ispirato dalle Primavere Arabe impediscono al governo di avere l’appoggio di tutti i cittadini, e lo scandalo dei Panama Papers potrebbe aggravare questo dato, evidenziando la corruzione e l’inaffidabilità dei vertici politici del Paese. Questi dati sono infatti un grave problema in Marocco, nonchè uno dei motivi principali che portarono i cittadini a protestare nel 2012, e il prestigio di Mohammed VI derivato dalla sua fama di modernizzatore potrebbe non uscire indenne da un colpo così duro.

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