La riforma spiegata dagli esperti: Intervista a Gianfranco Pasquino

Dopo aver presentato il punto di vista del professor Oreste Massari, firmatario del manifesto del Basta un sì, intervistiamo oggi Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica e accademico dei Lincei, che ci ha parlato della riforma e del referendum, sostenendo le ragioni del No.

Quali sono, a suo parere, gli elementi positivi e negativi della riforma?

La riforma coglie tutti quelli che sono i problemi esistenti e li risolve nella maniera più sbagliata possibile. Certo che si può superare il bicameralismo paritario, ma certamente non con quella composizione pasticciata del Senato.
Certo che si possono andare ad incrementare gli istituti di democrazia diretta, ma non lo si può fare rendendo più difficile tutto questo. 800’000 firme da raggiungere sono, per i cittadini, un numero estremamente elevato, il comitato del No non è riuscito a raggiungere nemmeno le 500’000.
Probabilmente questa nuova soglia riuscirà ad essere raggiunta solo dalle grandi associazioni, dai sindacati e dai partiti, ma sicuramente non dai cittadini.
Certo, si può cercare di rafforzare l’iniziativa legislativa popolare magari con la raccolta di 150’000 firme, ma questo non basta, c’è bisogno che, qualora il governo o il parlamento dicano no a quella legge sia possibile sottoporre direttamente agli elettori quella proposta in un apposito referendum.
Anche con le regioni hanno fatto qualche pasticcio, per colpa della riforma del titolo V del 2001, approvata addirittura dal centro-sinistra, con quello che l’ha firmata che oggi vota Sì alla controriforma, alla faccia della coerenza dei politici. Tuttavia non basta ricentralizzare tutto nello Stato perché abbiamo legittimi sospetti di un’incapacità dello stesso di esercitare meglio delle regioni alcune funzioni. Quel titolo quindi, così come riformato, è tutto da rivedere. Se vincerà il sì ci saranno una serie di contrasti, di conflitti e di confusione.

Secondo lei la riforma può incidere sulla forma di governo italiana?

Nella riforma in quanto tale a mio avviso manca il punto fondamentale, ossia non c’è esplicito rafforzamento del governo che  dovrebbe essere  fatto con strumenti e meccanismi visibili e trasparenti. Si cerca di farlo invece con una legge elettorale balorda che la corte costituzionale obbligherà a riscrivere e che tutti adesso vogliono cambiare perché temano possa far vincere il Movimento Cinque Stelle. Le leggi elettorali non si fanno per far vincere un partito,. Si fanno per dare potere agli elettori e per la rappresentanza dei cittadini. La forma di governo non cambierà, però cambieranno le possibilità per il presidente del consiglio di avere maggior potere, avendo eliminato il Senato come contrappeso e, ancor più, grazie ad un premio di maggioranza cospicuo alla Camera dei deputati.

A suo parere c’è un collegamento tra la riforma e l’Italicum? 

C’è un collegamento chiarissimo tra la riforma e l’Italicum che i proponenti delle riforme costituzionali cercano di negare a tutti i costi e che è stato affermato sin da subito dalla Corte Costituzionale, la quale si esprimerà sul ricorso solo in  seguito ai risultati referendari. Se vince il sì dovranno comunque esprimersi sulla legge elettorale per la camera, se passa il no comunque dovranno dire qualcosa sulla legge elettorale per la camera e dovranno formulare una legge elettorale per il senato.

Di quale sistema elettorale avrebbe bisogno l’Italia?

L’Italia dovrebbe guardare ai paesi che funzionano e non inventarsi delle cose come il bipolarismo, il tripolarismo e altre formulette  del genere che in astratto possono essere gradevoli, ma che poi devono essere calate in una realtà nella quale c’è un partito e poi ci sono raggruppamenti più o meno personalistici. In Europa ci sono leggi che funzionano come il sistema proporzionale personalizzato tedesco con soglia di accesso al parlamento al 5% e quello francese caratterizzato dal doppio turno di collegio con soglie accesso al secondo turno (non al ballottaggio).
Si potrebbe tornare al Mattarellum, ripulendolo, e utilizzando come modello quello del Senato che non era un vero e proprio Mattarellum, ma l’esito del quesito referendario, ossia il recupero avverrebbe su base regionale senza che ci sia bisogno del doppio voto su una lista.

Quali saranno gli effetti politico-economici del referendum?

Dopo mille giorni di governo lo spread è aumentato ed il governo “fa regalini qua e là” ricorrendo, come nel passato a cui dice di non volere tornare, a distribuzione a pioggia delle risorse: pensioni anticipate per le donne, aumenti salariali per il pubblico impiego. Se vincesse il no, la situazione non rimarrebbe così come è, perché ci sono dei progetti e delle proposte e non c’è nessuna intenzione di spaccare il paese. Non si dovrebbe fare neppure un governo tecnico se Renzi non impone al suo partito di bloccare un nuovo governo politico.Il Si oggi fa una propaganda allarmistica e qualche volta offensiva parlando del No come di un’accozzaglia, affermando che si vuole tornare indietro, al Medioevo. Quando sarà il momento ognuno si assumerà le proprie responsabilità.

Cosa avrebbe cambiato in questa riforma?

Il Senato avrebbe potuto essere costruito sul modello del Bundesrat che fa risparmiare trentuno senatori e dà una rappresentanza vera alle regioni e non ai partiti delle regioni, perché l’esito del nostro Senato, come riformato dal sì, è partitocratico e non regionalistico.
Avrei introdotto inoltre il voto di sfiducia costruttivo, un meccanismo che stabilizza l’esecutivo, come si è visto nel contesto tedesco e spagnolo. Di tutte le altre riforme è inutile parlare.

Cosa ne pensa della modifica in itinere delle riforme?

Personalmente, non sono disposto ad aspettare dieci anni per modificare riforme mal fatte. Penso che si sarebbe potuto fare subito delle riforme decenti se avessero ascoltato coloro che avevano delle proposte alternative, cosa che non hanno fatto. Non è credibile chi dice di aver fatto una buona riforma elettorale e poi dice che il parlamento può modificarla e poi crea una commissione del partito democratico per modificarla e poi afferma di aver fatto una buona riforma costituzionale ma che ci vorrà del tempo per mettere in ordine le molte conseguenze impreviste e imprevedibili. Meglio bloccare tutto, subito.

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