La destra moderata ai tempi di Trump: Paul Ryan si ritira

Paul Ryan, lo Speaker del Congresso degli Stati Uniti d’America, ha deciso di non ricandidarsi alle prossime elezioni parlamentari. La notizia, anticipata da Axios, aveva trovato conferma in una nota ufficiale pubblicata lo scorso 11 Aprile dal suo staff. In seguito Ryan lo aveva comunicato ufficialmente al vice presidente Mike Pence e al presidente Trump, con quest’ultimo che ho aveva salutato con un post su Twitter. L’attuale speaker della Camera dei Rappresentanti resterà in carica fino a Gennaio 2019. Cerchiamo di capire meglio chi è il Paul Ryan, come è andata la sua carriera e quali sono le ragioni profonde alla base della rinuncia.

Carriera

Appassionato di politica già in gioventù, Ryan è stato eletto per la prima volta come deputato a Washington nel 1998, e in seguito sempre rieletto nel suo distretto del Wisconsin. Da subito fu presentato come il volto nuovo del partito: un futuro leader che incarnava a pieno i vecchi valori conservatori dei repubblicani, interpretandoli con un nuovo sguardo verso il futuro.

Un perfetto e fotogenico esponente di nuova generazione che porta nuove forze in grado di rinvigorire il partito e rinfrescarne l’immagine. Di idee neoliberiste, con lui tramonta l’idea di dar vita ad una nuova stagione di politiche di destra tutte tagli alle spese e riduzione delle tasse, sul modello incarnato, almeno sulla carta, dall’ex presidente Ronald Reagan.

WhatsApp Image 2018-04-29 at 15.13.04
Paul Ryan. Fonte: Wikimedia Commons

Tuttavia, una visione moderata di questo tipo, al giorno d’oggi, trova difficoltà ad emergere e a farsi strada se l’avversario da affrontare incarna la new wave politica di stampo rabbioso e populista. Nel 2012 fu scelto come candidato alla vicepresidenza da Mitt Romney nella fallimentare corsa alla Casa Bianca. I due furono sconfitti infatti dal duo Barack Obama, Joe Biden.

Tale risultato ha macchiato la carriera politica di Ryan e ha posto molto probabilmente, almeno per il momento, una fine alla visione più classica della destra moderata americana, dando forza alla visione nazionalistica e populista rappresentata da una figura tutt’altro che moderata come quella di Trump. Ryan ha sempre mostrato le sue posizioni contro aborto e matrimoni gay, ma allo stesso tempo si è mostrato dialogante su alcuni temi cari al Partito Democratico.

Il 29 Ottobre 2015, viene infine eletto Speaker della Camera dei Rappresentanti in seguito alle dimissioni di John Boehner; dimissioni dovute alle spaccature interne al partito che hanno logorato il suo operato.

Ryan fu preso in considerazione per il posto perchè viene visto come l’unica figura in grado di mettere d’accordo le diverse correnti d’opinione presenti fra i membri del GOP; come un legislatore in grado di mediare fra le parti e dialogare con l’opposizione. Accetta quindi l’onore e l’onere, diventando il più giovane speaker dal 1869, in nome del partito, riportando in parte ordine nello stesso. 

Le ragioni del ritiro

Tralasciando le motivazioni che da molti sono viste come “banali” (l’esigenza di stare più vicino alla famiglia e di voler tornare a casa nel Wisconsin per crescere al meglio i suoi figli ormai teenager) le motivazioni sono varie e con possibilità di poter essere interpretate in maniera differente.

Il lavoro dello speaker è quello di mediare, risanare, disinnescare e capire da che parte tirano i venti della politica. Un lavoro logorante e sfibrante, specialmente se si ha a che fare con i deputati di tutte le parti. Un lavoro oscuro nella zona grigia presente, ma poco illuminata, fra la Casa Bianca, il partito e i singoli rappresentanti.

Inoltre se i rapporti col proprio presidente non sono, per così dire, idilliaci, la questione si fa ancora più complicata. Durante le primarie del Partito Repubblicano e la successiva campagna elettorale, Paul Ryan ha rilasciato dichiarazioni apertamente critiche nei confronti dell’attuale inquilino della Casa Bianca, guidando la zona moderata del partito che cerca di trattare col Tea Party e portare avanti le proprie istanze.

Tuttavia in seguito ha dichiarato che avrebbe appoggiato il candidato repubblicano alla presidenza, benchè facesse parte di quella corrente interna di politici che credeva in una vittoria di Hillary Clinton contro Trump. Ciononostante, l’inaspettata vittoria del Tycoon newyorkese ha ribaltato il tutto e lui, come tanti altri repubblicani, si trova spiazzato dal risultato. Successivamente fanno seguito attriti più o meno sotterranei con la leadership della Casa Bianca.

Lo Speaker che in passato aveva sognato un partito più inclusivo, aperto alle minoranze etniche e ai giovani elettori, ha dovuto invece constatare che il Grand Old Party è diretto in tutt’altra direzione e questo lo ha portato a questa decisione.

Uno sguardo al futuro?

Tale decisione è maturata anche, secondo alcuni, in vista di un ragionamento in ottica futura. La carica di speaker, infatti, nonostante il suo prestigio, non porta mai a sedere alla scrivania dello Studio Ovale. La Presidenza è infatti di solito irraggiungibile per chiunque svolga il lavoro di speaker che è spesso l’ultima carica di una carriera politica. Eppure, raggiunto un obiettivo importante, da sempre pallino dello stesso Ryan, come quello della riforma fiscale, portata a buon fine grazie al suo impegno, potrebbe spingere lo Speaker a coltivare speranze presidenziali. Un buon lavoro parlamentare, con cui Ryan cercherà di risolvere temi spinosi per l’opinione pubblica come quelli del rinnovo dei sussidi sanitari e l’innalzamento del tetto del debito, potrebbe fargli lasciare l’incarico in maniera vittoriosa. Uscire in questo modo rappresenterebbe una buona carta da giocarsi per aprirsi una porta verso una futura candidatura alla presidenza, o un ruolo da protagonista nel partito.

Approfondimenti e fonti:

https://www.nytimes.com/2018/04/11/us/politics/paul-ryan-speaker.html

https://www.theatlantic.com/politics/archive/2018/04/paul-ryan/557732/

https://www.theatlantic.com/politics/archive/2018/04/ryan/557879/

https://www.ilpost.it/2018/04/11/paul-ryan/

https://www.ilfoglio.it/esteri/2017/12/16/news/il-tramonto-di-paul-ryan-e-la-fine-di-un-partito-ostaggio-di-trump-169168/

Un commento Aggiungi il tuo

Rispondi