Road to November: intervista a Francesco Costa, vicedirettore de Il Post

Francesco Costa è un giovane, ma già affermato, giornalista di 34 anni. Vicedirettore de “Il Post”, ha collaborato con “L’Unità” e “Internazionale”, ha scritto per “IL”, mensile de “Il Sole 24 Ore”, e poi anche per “Il Foglio”. Laureato in scienze politiche, nutre una grande passione verso l’America. Si è imposto, negli ultimi anni, come un’eminenza del giornalismo italiano proprio al riguardo della sua copertura verso le vicende politiche che avvengono oltreoceano. Dal Giugno del 2015 a Dicembre 2017 ha curato la newsletter “Da Costa a Costa”. Un progetto finanziato spontaneamente dai suoi lettori ed ascoltatori con più di 40.000 euro. Nel corso del compimento di questo progetto, è stato impegnato in un tour italiano, ed ha viaggiato più volte negli Stati Uniti, per raccontare l’ascesa e l’elezione di Trump, in molti stati degli USA.

Lei segue le vicende degli USA da molti anni, perché ha intrapreso questa strada? “Da Costa a Costa” è diventato un fenomeno abbastanza importante tra i giovani e gli amanti della politica americana…

Un po’ per caso e un po’ per un interesse generale verso l’America anche in senso culturale. Stavo studiando, volevo fare il giornalista e in quel momento Barack Obama aveva appena annunciato la sua candidatura alle elezioni presidenziali ed era una grande storia. Ho cominciato a seguire quella storia e da lì sono entrato dentro al mondo della politica americana. Per quanto riguarda “Da Costa a Costa” io all’epoca mi ero reso conto che non riuscivo più a seguire la politica americana come una volta, perché il lavoro al Post dove mi tiene molto impegnato, e siccome di lì a poco sarebbe cominciata la campagna elettorale che poi ci ha portati al voto del 2016, mi sono detto “mi prendo un impegno pubblico e ne scrivo una volta alla settimana”. Alla fine è diventato un podcast con i viaggi e tutto il resto.

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Andiamo  più nello specifico: in vista delle elezioni di medio termine qual è il suo pensiero riguardo all’operato dell’amministrazione Trump fino ad ora?

Bisogna premettere innanzitutto che parliamo di un’amministrazione che per diversi motivi non ha precedenti nella storia americana, quindi anche i nostri giudizi devono tenerne conto perché se giudichiamo l’amministrazione Trump con il metro  delle amministrazioni precedenti rischiamo di andare molto fuori strada. L’elezione di Trump ci ha dimostrato che qualcosa di grosso è cambiato nelle percezioni e nei desideri degli americani, quindi bisogna anche avere cautela nel descrivere l’amministrazione Trump, la quale ha ottenuto non più di due o tre veri successi in questi due anni: la riforma fiscale, la nomina del giudice della corte suprema (N.B. Neil Gorsuch) e questo continuare della ripresa economica americana che non dipende da Trump ma che fin qui non ha affossato, e alcuni altri che per Trump sono delle conquiste non è detto che lo siano in assoluto.

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Il tirarsi fuori dall’accordo sul clima di Parigi e da quello con l’Iran sul nucleare sono cose che Trump rivende e rivenderà come sue vittorie, ma che lo siano davvero è tutto da vedere visto che erano considerate, anche da molti repubblicani, come due pezzi importanti che avevano ridefinito la posizione americana nel mondo. Il giudizio sarà il caso davvero di darlo alla fine dei quattro anni. Fin qui Trump ha mantenuto qualcosina di quello che ha promesso. Non ha ribaltato gli Stati Uniti come aveva promesso. Rischia però di aver posto le premesse per un logoramento della posizione americana nella comunità internazionale.

 

Quindi è ancora presto per tracciare un bilancio completo?

Beh Trump ha promesso per esempio la deportazione di 11 milioni di immigrati irregolari, la costruzione del muro, e sul quel fronte siamo ancora in altissimo mare. Però sono promesse che vanno misurate nell’arco dei quattro anni, quindi fin qui è chiaro che ci sono molte cose ancora da fare e non solo. Trump ha promesso la crescita del PIL a oltre il 4%. Ci sono molte cose ancora da fare, ma il presidente ne ha promesse talmente tante, e alcune anche contraddittorie tra loro. L’abolizione di “Obamacare” che per esempio è già fallita tre volte. È difficile anche misurare i suoi risultati sulla base delle sue promesse  perché lui ha promesso moltissime cose diverse fra loro.  

 

E il Russiagate? Crede che possa incidere in maniera negativa sulle varie campagne elettorali repubblicane?

No, sulle elezioni di Novembre non credo. Credo che potrà avere un ruolo in quelle del 2020, ma questa è una storia che riguarda molto da vicino Trump in persona e il suo giro più ristretto di collaboratori e familiari. È una cosa che riguarda in modo marginale persino il partito. Quindi non credo che i candidati alla camera o al senato alle elezioni di metà mandato possano soffrire di questo. Credo che soffriranno molto, ma tradizionalmente il partito che governa perde alle elezioni di metà mandato e perde seggi, e così sarà anche questa volta con ogni probabilità. E poi perché davvero Trump ha fatto delle promesse molto roboanti e al di là del fatto che possano piacere o no le cose che ha fatto fin qui, non sono due anni un arco di tempo ragionevole per pensare di poter vedere grandi cambiamenti in un paese così grande come gli Stati Uniti d’America.  

 

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Il procuratore Mueller

 

C’è veramente, secondo lei, la possibilità che il procuratore Mueller chiami a testimoniare Trump? Un gesto come questo potrebbe portare a uno scontro istituzionale.

Si, quell’ipotesi lì è molto concreta, poi non so quanto, anche perché tutte le informazioni che noi sappiamo su quest’inchiesta non arrivano mai da fonti ufficiali ma arrivano da cose che trapelano, quindi non sappiamo mai cosa sia vero e cosa no. Però, dato quello che sappiamo ufficialmente, in base ai documenti, alle perquisizioni, agli arresti, come quello dell’avvocato stesso di Trump, cosa che ha pochi precedenti, è ragionevole pensare che ad un certo punto Trump possa essere chiamato a testimoniare.

Si arriverebbe si ad uno scontro, ma il vero scontro arriverebbe qualora  Mueller, fra qualche mese, se non fra qualche anno, decida di consigliare al dipartimento della giustizia di indagare personalmente Trump. Quindi finita questa indagine consigli di avviare un procedimento contro Trump. Questo aprirebbe una crisi costituzionale, oltre che politica, perché non è chiaro se il presidente nel corso di questo mandato  possa essere o no perseguito penalmente. 

 

Alla luce dei vari problemi interni al Partito Repubblicano, come giudica il ritiro dello speaker della camera Paul Ryan? Come giudica la riforma fiscale?

Di Ryan bisogna conoscere un po’ la sua storia professionale. Lui non solo non è un “trumpista” come tutto l’establishment del partito. È uno che conosce benissimo i meccanismi di Washington, conosce il partito e i suoi finanziatori, ed è per questo che ha avuto una carriera così veloce. È in qualche modo l’opposto di Trump, che invece è arrivato alla Casa Bianca promettendo di prosciugare tutti i poteri di Washington, degli specialisti ai quali è più legato. Alla luce delle elezioni di medio termine imminenti in cui si prospetta una sconfitta dei repubblicani che potrebbe essere larga al punto da far perdere loro la maggioranza alla camera e quindi anche la possibilità di nominare il prossimo speaker, credo che Paul Ryan abbia pensato che fosse meglio per lui farsi da parte adesso prima di essere costretto a farsi da parte dopo, a quel punto, con l’umiliazione di una sconfitta. Anche in base ad un prospettiva futura, Ryan è ancora molto giovane.

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Non credo che si candidi nel 2020 contro Trump, però credo che Ryan possa ragionare anche in prospettiva 2024 e oltre. Insomma vuole superare questo passaggio nel modo per lui più indolore possibile per tenersi aperte tutte le porte dopo. Per quanto riguarda la riforma fiscale, ha avuto effetti immediati. Le imprese potendo risparmiare parecchio su dei soldi che non pensavano di risparmiare immediatamente quest’anno, hanno dato spesso, specialmente le grandi imprese, dei bonus e dei tagli fiscali ai loro dipendenti che si sono ritrovati proprio in busta paga 500-1000 dollari in più. E questo è stato certamente avvertito molto positivamente dalle persone, tant’è che la riforma fiscale sta diventando pian piano sempre più popolare visto che ancora è abbasta impopolare.

Poi ci sono ancora delle cose che entreranno in vigore e avranno effetti nel medio-lungo periodo soprattutto in termini di tagli che saranno resi necessari dall’ enorme aumento del debito e del deficit che scaturisce da questa riforma fiscale. Quindi anche lì un giudizio finale bisognerà darlo tra qualche mese, se non tra qualche anno. Per il momento però è una riforma che permette a Trump di dire “ho mantenuto la parola data” e questo è vero, e permette anche a tanti americani di avere soldi in più che gli sono stati versati sui loro stipendi. 

 

Se i repubblicani dovessero perdere la maggioranza al Congresso dopo le elezioni di medio termine di Novembre, cosa accadrebbe secondo lei?

Nel migliore dei casi ci sarebbe un blocco dell’attività legislativa, nel senso che, con rapporti così compromessi  fra democratici e repubblicani, mai come oggi, e così compromessi fra Trump e i democratici, l’agenda legislativa del presidente sarebbe di fatto bloccata. I democratici non farebbero mai passare i soldi per il muro, ad esempio. Quindi Trump ha pochi altri mesi per governare con un congresso che è sicuro che sia dalla sua parte.

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Nel peggiore dei casi, camera e senato potrebbero anche far partire la procedura di impeachment, ma questo dipenderà soprattutto da quanto sarà largo, se sarà una vittoria come probabilmente dovrebbe essere, il successo dei democratici alla camera che è il ramo del congresso da cui parte questo tipo di procedura. Sicuramente i Repubblicani perderanno seggi sia alla camera che al senato, e questo ce lo dicono i sondaggi e soprattutto la storia. Bisognerà vedere quanto sarà largo questo  probabile successo dei democratici.

 

Dopo la vittoria di Doug Jones in Alabama pensa che sia possibile un’altra affermazione democratica in uno stato conservatore come il Texas? E come vede la figura di Beto O’Rourke, il candidato democratico?

È molto difficile. Il Texas è uno stato che sta cambiando moltissimo. Sta diventando sempre più democratico col passare del tempo. Hillary Clinton ha perso lì nel 2016, ma con un distacco relativamente piccolo rispetto al passato, e questo accade perché il Texas sta diventando uno stato sempre più multietnico, soprattutto al Sud. Il candidato al senato Beto O’Rourke è molto apprezzato e stimato.

 

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Beto O’Rourke

Io stesso sono stato in Texas a Giugno e ne ho sentito parlare soltanto bene. Ho parlato anche con un po’ di persone del suo staff. Il Texas è uno stato enorme, e lui è molto stimato e sta andando molto bene nella raccolta fondi che è importante, perché il suo avversario Ted Cruz, oltre ad essere un senatore uscente nonché una figura nazionale non solo texana tant’è che era candidato alle primarie per la presidenza, è molto ben legato all’industria petrolifera che in Texas conta molto. In sostanza il suo avversario ha molti soldi da spendere per la campagna elettorale. O’Rourke però lo sta mettendo un po’ alle corde.  Oggi è ancora presto per valutare i sondaggi, manca davvero troppo tempo. Credo che sia molto difficile una vittoria del candidato democratico, ma credo che lui potrebbe andarci vicino come pochissimi altri nella storia del Texas.

Il fatto che non usi soldi derivati da PAC e si faccia aiutare dagli elettori stessi lo rende un candidato affascinante. Ha origini latino americane, è un uomo del popolo. Però non è un populista. È uno che per esempio ha ottimi rapporti con diversi esponenti dei repubblicani dello stato. Ha ottimi rapporti con un deputato repubblicano (N.B. Will Hurd) con cui l’anno scorso fece dal Texas a Washington un viaggio in macchina mandando in streaming on-line il loro itinerario nel quale discutevano di tutti i temi  possibili. Insomma viene visto come una persona ragionevole in tempi che premiano persone irragionevoli. È un democratico che sa essere in qualche modo affascinante anche per i moderati, perché non è un incendiario, ecco.

 

Partiamo dall’annuncio fatto da Trump sull’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran: crede che la motivazione di Trump sia esclusivamente legata alla politica interna, cioè la volontà di mantenere una promessa elettorale? E questa decisione secondo lei porterà ad un confronto più duro con gli alleati americani?

Devo dire che non trovo ragioni per spiegarmi questa decisione che non siano politiche. Nel senso: l’accordo con l’Iran prevede una serie di controlli, che vengono effettuati anche in modo abbastanza rigoroso da parti terze, dall’Onu e dagli americani stessi. Questi controlli fin qui non hanno trovato prove che l’Iran abbia violato i termini dell’accordo. Trump dice che l’accordo era terribile in sé, proprio per come era stato stipulato. Però è un accordo che, certamente non perfetto, ha permesso di evitare almeno per i prossimi anni che l’Iran si armi di una bomba atomica.

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Quindi credo che siano prevalse le ragioni politiche, anche perché dentro la Casa Bianca stessa, diversi consulenti del presidente e lo stesso Ministro della Difesa avevano difeso l’accordo con l’Iran dicendo che funzionava. Credo sia prevalso il desiderio di segnare un punto e dire ai propri elettori “vedete ho mantenuto anche questa promessa”, forte anche del fatto che l’accordo in sé continua ad esistere, perché non è stato stipulato solo dagli Stati Uniti ma anche dall’Europa, dai cosiddetti “Paesi del 5+1”, dall’Onu.

Quindi l’accordo rimarrà in vigore probabilmente, poi dipenderà anche da cosa succederà alle prossime elezioni in Iran. Gli Stati Uniti quindi si tengono fuori e Trump può dire di aver mantenuto la parola data. Al riguardo dei rapporti con gli alleati possiamo dire che incide perché è un altro passo verso una specie di isolamento degli Stati Uniti verso la comunità internazionale. Pensiamo all’accordo sul clima di Parigi, con gli Stati Uniti che sono l’unico paese al mondo che non ha firmato.

Lo stesso accordo con l’Iran aveva anche le firme della Russia e della Cina, due storiche rivali dell’America. C’è una comunità internazionale che su alcune cose molto importanti, per esempio queste ultime due, era riuscita ad unirsi e a collaborare e gli Stati Uniti da soli se ne stanno tirando fuori. Insieme al fatto che il dipartimento di stato è sempre meno coinvolto in molte questioni importanti globali e dalla Siria in poi ha avuto un cambio alla guida da Tillerson a Pompeo, dovuto al fatto che Tillerson non faceva moltissimo, credo che i rapporti tra Stati Uniti e comunità internazionale siano quasi ai minimi storici. Funzionano ancora solo certi rapporti bilaterali tra gli Stati Uniti e un singolo paese come il Regno Unito per esempio, o la Francia, in qualche modo come l’Italia che ha mantenuto buoni rapporti; ma gli Stati Uniti sono visti sempre meno come i leader della comunità internazionale.   

Chiudiamo con una domanda in prospettiva 2020: Partendo dal fatto che fino a prova contraria Trump sarà nuovamente candidato, chi, secondo lei, saranno i protagonisti delle future primarie americane, sia nel Partito Repubblicano che in quello Democratico?

Credo che qualcuno sfiderà Trump nel suo partito. Credo che i giornali ne scriveranno moltissimo fino allo sfinimento, ma credo che non andrà da nessuna parte o quasi. Mi sbilancio dicendo che salvo clamorose notizie nell’inchiesta Russiagate, Trump sarà il candidato del suo partito e si libererà di qualche sfidante anti-Trump con facilità. Tra i democratici invece vedremo uno scontro campale tra, innanzitutto tantissimi candidati, perché molti vedranno nella possibilità di sfidare Trump una possibilità relativamente facile di andare alla Casa Bianca, secondo me sbagliando peraltro. E poi vedremo lo scontro fra le due anime del partito che si è già visto nel 2016, ma ancora di più, perché questi anni di Trump lo avranno accentuato.

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C’è una ala più governista, più legata all’establishment, più moderata, ma non nel senso centrista, diciamo un’ala più pragmatica, che è l’ala di Obama. E poi c’è un’ala molto più radicale, molto più ostile contro i repubblicani, oltre che verso Trump e molto più ostile anche verso gli elettori repubblicani. Un’ala che pensa che si debba innanzitutto mobilitare gli elettori democratici, o vicino ad essi. Diciamo che è quell’ala che è più vicina a Bernie Sanders ed Elizabeth Warren. Queste due correnti si sfideranno fino all’ultimo. I rapporti non sono mai stati rammendati dopo le primarie del 2016. Salvo non venga fuori una figura capace di ottenere i consensi di entrambe queste ali, ed è molto difficile. Però è quello che fece Obama nel 2008, in qualche modo. Persone che siano in grado di ottenere fiducia e rispetto da tutto il partito anche per via di una loro storia personale, particolarmente importante e credibile, oltre che per le loro idee.

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