La posizione giapponese e le tensioni nei rapporti bilaterali con la Corea del Nord

Che fine ha fatto il Giappone? Una domanda che circola sempre di più nel mondo delle relazioni internazionali. Come si colloca il Paese in questa nuova situazione di disgelo politico e diplomatico che si sta creando a poco più di mille chilometri dalla costa della penisola?

corea nord sud

Il Giappone non è un osservatore, il Giappone è uno degli attori importanti” aveva affermato Katsuyuki Kawai, consigliere del Primo Ministro giapponese Shinzo Abe, durante una visita a Washington la prima settimana di marzo. “Le cose si stanno muovendo senza il Giappone” ha però commentato Kan Kimura, esperto di Corea del Nord e professore alla Kobe University. Il Paese del Sol Levante sembra infatti essere stato escluso dalle recenti attività diplomatiche, così come dal tavolo delle trattative per la riappacificazione della penisola. Tokyo e Pyongyang si trovano da decenni in una situazione di estrema ostilità reciproca, che ha impedito ai paesi di instaurare relazioni diplomatiche ufficiali.

Guardando alla storia, è possibile intuire come la difficile compresenza dei due attori non sia un fatto recente ma, anzi, una costante nelle tensioni alla sicurezza regionale dell’Estremo Oriente. Una serie di ostacoli rendono la riconciliazione difficoltosa: il peso della colonizzazione giapponese della penisola; la questione dei cittadini giapponesi sequestrati e portati in Corea del Nord; la bellicosità di Pyongyang e la corsa al riarmo di Tokyo. Per comprendere a fondo le dinamiche, è opportuno fare un passo indietro e ripercorrere, in un breve excursus storico, i retroscena che hanno determinato l’inasprimento dei loro rapporti politici e diplomatici.

resa giappone

L’occupazione giapponese della penisola coreana durò in tutto 35 anni, terminata il 15 agosto 1945 con la “resa incondizionata” della potenza annunciata dall’imperatore Hirohito. La Corea era caduta vittima del crescente espansionismo giapponese già nel periodo antecedente al conflitto. Il processo di militarizzazione condotto dal Giappone e lo sviluppo di un’ideologia panasiatica per la creazione di una “Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale” aveva avuto inizialmente come scopo quello di creare un “blocco di nazioni asiatiche guidate dai giapponesi e libere dal giogo imperialistico occidentale”. Ma l’allargamento economico e geopolitico da una parte e la corsa imperiale per la creazione di un impero potente e autosufficiente dall’altra, finì per trasformare il Giappone da Stato liberatore a invasore. Conseguenza diretta fu quindi l’assoggettamento spesso violenta e brutale degli stati limitrofi, quali appunto la penisola coreana.

A group of Asian women who survived being forced i

Numerosi uomini si trovarono spodestati dalle loro terre, più di 600 mila furono mandati in Giappone come manodopera e forza lavoro impiegata nelle miniere, nel settore infrastrutturale e altri ambiti industriali, e l’uso illecito di metodi coercitivi sulla popolazione finì per causare danni enormi all’identità nazionale e al benessere stesso dello Stato. Venne soppressa la cultura, vietato l’utilizzo della lingua autoctona come mezzo di comunicazione pubblico e imposto l’utilizzo del giapponese nella circolazione di notizie e nella stampa. Venne precluso l’accesso all’istruzione primaria ai bambini coreani, gli abitanti furono trasformati in cittadini di seconda classe, privati della libertà di adottare nomi coreani e infine costretti a unirsi alle forze armate giapponesi o a lavorare per loro nelle miniere o nelle fabbriche. Questo dispiegamento e deportazione di coreani avvenuta durante la seconda guerra mondiale, ha generato il fenomeno dei cosiddetti “zainichi gaikokujin” (“stranieri residenti in Giappone“): apolidi, cittadini di origine coreana “temporaneamente” residenti nel Paese, migrati durante il periodo della dominazione, che hanno perso la loro cittadinanza coreana o hanno avuto la quella giapponese, o semplicemente figli nati dall’unione di cittadini coreani e giapponesi. La minoranza nordcoreana dei Chongyrion presente in Giappone ha avuto una grande importanza nei rapporti “sotterranei” tra Pyongyang e il Giappone come descritto molto bene da Vox.

Tra i gravi episodi compiuti dai giapponesi durante il periodo di colonizzazione, è il fenomeno delle «comfort women» ad aver lasciato più di tutti una ferita incancellabile nei cuori dei coreani. Le “donne di conforto” erano ragazze reclutate tra la popolazione più povera, spesso con l’inganno e la promessa di un lavoro ben pagato, o a volte semplicemente rapite, costrette a subire abusi e sfruttate dalle truppe di occupazione per soddisfare i loro impulsi sessuali (se ne contano tra le 80mila e le 200mila). Il fenomeno ha inferto tra i coreani un profondo sentimento di rabbia e umiliazione e rappresenta ancora oggi uno dei motivi di astio principali tra il Giappone e le due Coree, nonché vettore della politica interna e internazionale della Corea del Nord. C’è chi sostiene che sia proprio il Giappone il vero nemico del regime di Pyongyang. Un Giappone che ancora oggi continua a sottovalutare la portata sociale e psicologica per chi ha subito quelle violenze più di settanta anni fa. E chi ritiene che le cicatrici legate a queste vicende storiche, e quindi l’odio nei confronti del Paese nipponico, abbiano contribuito alla creazione di una retorica ultra-nazionalista sfruttata poi dalla propaganda nordcoreana – ma anche da quella di Seoul – per controllare e manipolare i sentimenti stessi della popolazione.

rapiti giapponesi

Altro ostacolo a un ipotetico riavvicinamento tra Giappone e Corea del Nord è rappresentato dal problema relativo ai rapimenti di cittadini giapponesi, avvenuti con tutta probabilità a cavallo tra il 1977 e il 1982. La questione rimane aperta e al centro di un profondo confitto diplomatico che potrebbe essere rimarginato solo se e quando i nordcoreani, che pur negano la presenza di cittadini giapponesi rapidi, dovessero concedere la riconsegna degli eventuali superstiti. Nel settembre del 2002, durante una visita a Pyongyang di Jun’ichiro Koizumi, allora Primo ministro, la responsabilità nordcoreana sui sequestri di 13 giapponesi fu ammessa per la prima volta da Kim Jong-il. A cinque di loro fu dunque concesso di rientrare in patria, per una visita temporanea, in una sorta di “hostage diplomacy” e in cambio della loro liberazione furono i familiari a essere trattenuti nel Paese – rimpatriati solo due anni dopo. Nel 2014, in seguito a un’ulteriore visita del Primo Ministro alla capitale del Nord, nel contesto dei Six Party Talks, colloqui che videro coinvolti Corea del Nord, Corea del Sud, Cina, Russia, Stati Uniti e Giappone il quale obiettivo principale era quello di convincere Pyongyang a dismettere il suo programma nucleare. Tokyo è stata criticata da molti per aver sfruttato questi negoziati per risolvere problemi ‘altri’ rispetto a quello principale di denuclearizzazione della penisola. Anche oggi il caso dei giapponesi sequestrati rimane al centro delle priorità del governo nipponico – questione chiusa invece per la Corea del Nord, che nega la presenza di altri superstiti.  Il Premier Abe ha affrontato in diverse occasioni la questione, ultima in ordine temporale alla vigilia dei Giochi Olimpici di PyeongChang.

Ma il vero sine qua non per cui il Giappone ha escluso a priori un dialogo con Pyongyang è la condizione di “completa, verificabile ed irreversibile” denuclearizzazione del Nord Corea, lo smantellamento dell’arsenale nucleare e del relativo programma missilistico. Abe ha ribadito il rifiuto al dialogo in un editoriale per il New York Times pubblicato nel settembre 2017, sostenendo che “dare priorità alla diplomazia ed enfatizzare l’importanza del dialogo non può funzionare con la Corea del Nord“. Un momento cruciale quello del settembre dello scorso anno, dovuto ai test nucleari che Pyongyang stava portando a termine in maniera sempre più importante. Il ministro della Difesa giapponese Itsunori Onodera, dopo un incontro con il Segretario della Difesa americana Jim Mattis al Pentagono lo scorso 19 aprile, ha riferito ai reporters la necessità di “mantenere alte le pressioni e le sanzioni economiche per far sì che la Corea del Nord abbandoni il suo programma balistico e di produzione di armi di distruzione di massa”. Questa linea politica ha scatenato le critiche di molti commentatori secondo cui Tokyo si sta deliberatamente auto-escludendo dal giocare un ruolo di maggiore incisività nella gestione delle questioni di sicurezza nella penisola coreana

Durante il vertice trilaterale tra il primo ministro Shinzo Abe, il premier cinese Li Keqiang e il presidente sudcoreano Moon Jae-in, tenutosi a Tokyo mercoledì scorso, Moon ha dichiarato: «Penso che il dialogo tra Giappone e Corea del Nord debba essere ripreso: se le relazioni Giappone-Nord Corea si normalizzassero, questo contribuirebbe grandemente alla pace e alla sicurezza nell’Asia nordorientale al di là della penisola coreana». Ma la posizione giapponese rispetto alla possibilità di un dialogo con il Presidente Kim Jong-un, almeno per il momento, rimane di grande scetticismo: sarebbe prematuro secondo il Giappone affrettare una normalizzazione dei rapporti prima almeno di aver raggiunto un’intesa in merito alla denuclearizzazione e al sopracitato problema dei rapiti giapponesi.

Fonti ed approfondimenti:

La rivoluzione giapponese – Limes (rivista italiana di geopolitica)

https://asia.nikkei.com/Politics/International-Relations/Japan-and-US-defense-chiefs-vow-to-maintain-max-pressure-on-North-Korea

Japan, China and South Korea are ‘in sync’ on North Korea, Japanese official says

Tokyo to seek concrete steps on North Korean denuclearization and abduction issue

North Korea’s Kim and South’s Moon pledge ‘new era of peace’

https://www.reuters.com/article/us-northkorea-missiles-japan-analysis/possibility-of-north-korea-detente-stirs-diplomatic-angst-in-japan-idUSKCN1GJ0V7

http://www.parlamento.it/application/xmanager/projects/parlamento/file/repository/affariinternazionali/osservatorio/approfondimenti/PI0137_App.pdf

http://www.scmp.com/news/asia/diplomacy/article/2137131/north-korea-fearing-diplomatic-sidelines-japan-explores-possible

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