Il compromesso tra Cina e Giappone favorisce il moderatore di Seoul

Si è concluso il settimo summit trilaterale tra Cina, Corea del Sud e Giappone. Proprio quest’ultimo Stato, guidato da Shinzo Abe, ha ospitato a Tokyo il premier cinese Li Keqiang e il presidente coreano Moon Jae-in, dando nuova vita a un evento che mancava da tre anni. Nonostante il primo incontro trilaterale sia avvenuto il 13 dicembre 2008, sempre in Giappone, questa importante occasione di dialogo ha subìto due battute d’arresto importanti. La prima nel 2012, causata proprio dall’attuale Primo ministro giapponese Shinzo Abe, la cui visita al santuario scintoista Yasukuni ha scatenato una reazione forte da parte di Xi Jinping e dell’allora presidente coreana Park Geun-hye. Questo santuario, infatti, custodisce anche le anime dei militari giapponesi caduti durante la Seconda Guerra Mondiale, evento che ha segnato entrambi i paesi. Il primo ministro Abe, noto per essere uno dei leader del Partito Liberal-Democratico giapponese tra i più conservatori, ha spesso utilizzato questa visita per mandare segnali agli Stati del Nord-est asiatico. Il secondo incontro trilaterale ha avuto luogo nel 2015, questa volta a Seoul, ma i due anni passati prima del nuovo summit hanno portato alla luce attriti non sanati. È  importante sottolineare come la necessità di questo incontro, nel 2016, abbia portato a riunirsi allo stesso tavolo i tre ministri degli esteri dei rispettivi paesi.

Le relazioni interregionali hanno visto la necessità di un incremento, soprattutto a causa delle nuove sfide che l’Asia Pacifica sta affrontando da almeno cinque anni. All’interno dei summit la sicurezza è stata ed è  un tema centrale, così come la questione nordcoreana; oltre a ciò sono stati trattati anche temi economici e ha cominciato anche a prendere forma la possibilità di una zona di libero commercio. Le numerose tematiche di discussione hanno confermato come le divergenze storiche e politiche tra i tre paesi sianola vera e propria sfida per il successo di questo particolare summit. Il dinamismo economico che ha caratterizzato lo slancio dell’Asia nel mondo è partito sicuramente dal Giappone che, fin all’Accordo del Plaza del 1985, ha raggiunto i vertici dell’economia mondiale. Gli anni ’90 hanno rappresentato il cosiddetto “decennio perso” per il paese asiatico mentre invece per la Cina sono stati il periodo d’oro. Il tasso di crescita del PIL del paese socialista ha mantenuto la doppia cifra tra il 1983 e il 2011, creando una classe media ancora difficilmente decifrabile e una politica economica molto virtuosa. In tutto questo, il forte sviluppo economico della Corea del Sud, caratterizzato anche dalla presenza dei chaebol, ha fatto emergere il piccolo paese come attore importante a livello non solo regionale, ma anche mondiale. In definitiva, il 22,61% dell’intero PIL mondiale è gestito da questi tre paesi: un dato che può aiutare a capire meglio la necessità di un summit come questo.

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Il dinamismo del soft power asiatico è un altro elemento che ci può far comprendere come
, nonostante le grandi divergenze storiche e politiche, un confronto trilaterale possa aiutare l’Asia Pacifica a crescere nel contesto internazionale, cercando al contempo di evitare un incremento di frizioni all’interno della regione. Tra il 2008 e il 2022, i tre Stati sono stai la sede di due Olimpiadi e Paralimpiadi (Pechino 2008, Tokyo 2020) e altrettante Olimpiadi e Paralimpiadi invernali (PyeongChang 2018, Pechino 2022). Nessuna altra regione del mondo ha avuto un’incidenza di eventi internazionali come questa, a sottolineare come la cooperazione tra i tre paesi possa risultare anche una prospettiva economica molto interessante per i rispettivi governi.

In aggiunta, la creazione di aree libere o agevolate per lo spostamento di persone o merci, così come di una zona di commercio senza barriere economiche, potrebbe creare un circolo economico virtuoso che indurrebbe le tensioni storiche a diminuire per facilitare la crescita di profitto. E proprio questa visione liberale delle relazioni internazionali sembra essere stata la base della “Dichiarazione Congiunta del Settimo Summit Trilaterale Cina-Corea del Sud-Giappone”, che ha anche fatto riferimento all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) affermando che “noi [Giappone, Corea del Sud e Cina ndr] lavoreremo insieme per rafforzare le regole di base indicate dal OMC di sistema commerciale multilaterale libero e aperto, trasparente, non discriminatorio e inclusivo”. Un’affermazione che, in un panorama molto complesso di tensione commerciale tra USA e Cina, e con la questione della legalità di investimenti cinesi all’interno dell’Unione Europea, sembra lasciar trasparire (almeno sulla carta) una volontà di apertura da parte di Seoul e Tokyo per trovare una soluzione diversa da quelle finora utilazzate. Questa novità potrebbe essere identificata anche con un altro passaggio della Dichiarazione, ovvero “la volontà di accelerare i negoziati dell’Accordo di Libero Scambio Trilaterale. Il verbo “accelerare” è proprio la chiave di lettura fondamentale, in controtendenza con i due principali sistemi Occidentali: da una parte, gli USA non hanno nessuna volontà di aprire a una possibilità del genere; dall’altra, l’Unione Europea ha un approccio molto più prudente, ma non di chiusura, nei confronti della possibilità di parlare di alleggerimento di dazi, ma solo ed esclusivamente dopo il raggiungimento di alcuni standard da parte di Pechino. Standard che si rifanno alle regole dell’OMC, che Bruxelles segue ferreamente, mentre a Washington meno.

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Questa azione di Moon Jae-in e Shinzo Abe nei confronti di Pechino ha come obiettivo anche quello di cooperare e interscambiare collaborazioni e materiali per quanto riguarda uno dei settori più discussi al giorno d’oggi: la tecnologia. La pubblicazione da parte del Consiglio di Stato cinese nel 2015 del grande progetto “Made in China 2025” ha destato qualche preoccupazione per la sua grandissima ambizione ed i possibili eco economico-sociali che potrebbero colpire maggiormente i paesi più sviluppati. L’obiettivo è quello di riuscire a sviluppare in dieci anni l’industria manifatturiera e tecnologica per far passare i cittadini  cinesi dall’essere meri produttori allo status di forti consumatori. Nel documento finale si legge come la tecnologia, i Big Data, e l’Intelligenza Artificiale (IA) debbano essere utilizzati per dei fini benefici, per promuovere lo sviluppo economico ed il welfare sociale, dare una risposta ai cambiamenti climatici e, in generale, essere uno strumento  utile a fronteggiare le sfide globali.

Se su questo la Cina ha dovuto raggiungere un compromesso, o quantomeno ha dovuto ribadire questi principi in un periodo in cui le pratiche in materia sono viste come controverse, anche il Giappone ha dovuto concedere qualcosa. Infatti, sulla questione della Corea del Nord si è dimostrato molto più neutrale rispetto alle  passate posizioni molto rigide. Si legge che “noi [Corea del Sud, Cina e Giappone ndr] ci impegnamo affinché ci sia una completa denuclearizzazione della penisola coreana”, che è molto diverso dalla posizione precedentemente dichiarata da Abe di una “completa, verificabile e irreversibile” denuclearizzazione, portando anche qui il Giappone a fare un passo timido verso un compromesso tra le tre parti. Li, Moon e Abe inoltre concordano nell’individuare nella cooperazione internazionale l’unica via per risolvere la crisi, anche attraverso le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. La Cina e la Corea del Sud, inoltre, “sperano che la questione dei sequestri tra Giappone e Repubblica Democratica Popolare Coreana [Corea del Nord ndr] verrà risolta attraverso il dialogo il prima possibile”.

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Questo incontro ha offerto degli spunti di riflessione importanti, che se portati avanti potranno far interpretare alla regione asiatica Nord-orientale un ruolo importante nel continente, e quindi nel mondo. Ma c’è da sottolineare un ultimo particolare di questo incontro: la Corea del Sud non sembra aver fatto delle concessioni, e sicuramente non ha dovuto assumere una posizione diversa rispetto a quella precedente all’incontro. Questo potrebbe essere spiegato con il (mancato) dialogo tra la Cina e il Giappone: negli ultimi anni il rapporto tra Tokyo e Pechino non è stato molto produttivo, anche a causa della forza delle due rispettive leadership. Questo ha creato la necessità di lavorare prima di tutto sulla relazione tra i due paesi, per poter avere solo in seguito un possibile dialogo sui temi comuni da affrontare. Il panorama sfilacciato tra le due sponde del mare ha favorito il paese di mezzo, guidato da Moon Jae-in, che della situazione ha poi approfittato.

 

 

Fonti e Approfondimenti:

http://www.mofa.go.jp/a_o/rp/page4e_000817.html

http://english.hani.co.kr/arti/english_edition/e_international/844234.html

https://thediplomat.com/2018/05/tokyo-to-host-7th-china-south-korea-japan-trilateral-summit/

https://thediplomat.com/2018/05/china-japan-south-korea-trilateral-finally-meets-again/

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