Corea del Sud: la tigre in difficoltà

Durante gli anni ’60, a pochi anni dalla fine della Guerra di Corea, il PIL pro capite sud coreano era comparabile con quello dei Paesi africani e asiatici più poveri. Da quel momento la Corea del Sud ha registrato un’incredibile crescita economica e una forte integrazione globale, divenendo una delle più importanti economie industrializzate non solo in Asia, ma in tutto il mondo (specialmente se guardiamo al settore delle nuove tecnologie). Nel 2004 la Corea del Sud è entrata a far parte del ristrettissimo club delle economie mondiali che possono vantare un valore di mille miliardi di dollari. Questo dirompente sviluppo economico ha contribuito a definire il Paese sud coreano come una delle quattro tigri asiatiche.

Nonostante le due crisi che hanno colpito il Paese, la crisi asiatica tra 1997-98 e quella globale del 2008, l’economia coreana è sempre riuscita a rialzarsi e ad aumentare la sua ricchezza. Negli ultimi cinque anni, tuttavia, il tasso di crescita annuale del PIL, sebbene sempre positivo, si attesta su una media del +1,3%, percentuali decisamente inferiori rispetto a quelle fatte registrare durante il c.d. miracolo asiatico. Ciò che maggiormente stupisce della crescita economica della Corea del Sud è che pur non essendo ricca di materie prime, in particolare quelle energetiche come gas e petrolio, è riuscita a ritagliarsi un ruolo decisivo proprio nel settore industriale. È evidente però che la mancanza di materie prime rende il Paese fortemente dipendente dai suoi fornitori. Il governo sta cercando di risolvere tale problematica attraverso l’energia nucleare, che rappresenta un’eccellenza per il Paese (a fine dicembre il reattore KSTAR ha segnato il nuovo record mondiale per la stabilizzazione della fusione nucleare). Rimane da chiedersi cosa abbia portato a questa crescita.

I Chaebol

La particolarità del Paese sud coreano risiede nel suo tessuto produttivo. L’economia coreana fonda la sua forza sulla produzione dei cosiddetti Chaebol, parola coreana che indica un conglomerato, ossia un’organizzazione commerciale che consiste generalmente di una società finanziaria e di un gruppo di società consociate, che si occupano di attività dissimili. I Chaebol si sono sviluppati dopo la Guerra di Corea, durante la fase di espansione economica a guida statale. Nel ventennio 1960-80 tali organizzazioni si sono sviluppate specialmente nell’industria leggera e in quella chimica pesante, principalmente grazie all’accumulo di risorse nazionali da parte del governo e il supporto di prestiti esteri. Si può subito notare una prima forte peculiarità di queste organizzazioni, ossia la forte commistione tra lo Stato coreano e le sue aziende principali (circa trenta), tutte in mano a singole famiglie: Samsung fondata da Lee Byung-chul, Hyundai da Chung Ju-yung e LG da Koo In-Hwoi.

Queste trenta compagnie, oggi multinazionali affermatissime, sono state e sono la locomotiva per la crescita economica. Ciò che però stupisce è che questo ridotto numero di compagnie pervada la vita di ogni cittadino coreano. Prendendo ad esempio Samsung, è molto frequente che un cittadino coreano nasca in un ospedale Samsung, che la sua camera ardente sia della Samsung, che abiti in un condominio della Samsung, che stipuli un’assicurazione con la Samsung Fire e che frequenti un parco divertimenti di Samsung come ad esempio Everland. Questo esempio tuttavia non deve far cadere nella convinzione che tali compagnie siano come mostri che espandono le loro grinfie sulla popolazione. I Chaebol infatti rappresentano non solo lo sviluppo economico coreano o quello dei loro proprietari, ma di tutti i cittadini. Lo slogan coreano recita: la crescita di ogni corporazione e il suo successo appartengono a tutti. Questa mentalità ha fatto sì che i cittadini coreani si sentissero parte integrante di queste corporazioni e del loro sviluppo, dando vita alla cosiddetta Korean Chaebol Ethics.

Per far capire oggi l’importanza di tali entità nella produzione economica coreana è utile calcolare il numero di vendite totali dei 30 maggiori Chaebol rispetto alla vendita totale delle imprese coreane. Dal 2008 in poi (anno della crisi) questa quota è passata dal 32,6% a circa il 40% odierno. Sostanzialmente, il 40% di tutte le vendite (di qualsiasi tipo) viene effettuata da soli 30 marchi.

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La concentrazione della forza economica coreana in poche società è il risultato negativo di questa politica promossa dal governo con il tacito consenso dei cittadini. La critica muove da due assunti principali: il primo riguarda proprio l’odierno interesse dei cittadini nei risultati dei Chaebol che non rispecchia più l’idea originaria di condivisione: i profitti di tali conglomerati stanno per lo più diminuendo e per quelle società che invece continuano ad incrementarli, questi non vengono redistribuiti equamente. Il secondo riguarda la rigidità che la concentrazione economica ha portato all’interno del mercato: non vi è alcuno spazio per nuove imprese di entrare nel mercato. Questo porta inevitabilmente ad una stagnazione economica per il Paese.

Per far fronte a questo problema il governo ha designato più di 70 settori (sia nella manifattura che nei servizi come ristoranti, pasticcerie, montature per occhiali, ombrelli) in cui i Chaebol non possono entrare. Un’altra restrizione riguarda il divieto per le grandi imprese di possedere enti creditizi: in questo modo si tenta di dare la possibilità a nuove imprese di accedere a prestiti che altrimenti non verrebbero concessi da enti controllati dai Chaebol per paura della concorrenza.

Tuttavia, la trasparenza delle azione del governo coreano per limitare il potere delle grandi imprese è stata fortemente compromessa dal recente scandalo che ha coinvolto il Presidente Park Guen-hye (attualmente sotto processo di impeachment). La Presidente è accusata di aver favorito due fondazioni possedute da Choi Soon-Sil, sua conoscenza stretta, tramite ingenti somme donate proprio dai principali Chaebol. Sono infatti sotto ispezione i Presidenti di Hyundai, LG, SK Hanwa, Lotte, GS, Hanjin, Cj e il vicepresidente di Samsung Lee Jae Yong. In particolare Samsung, oltre alle donazioni per le due fondazioni, è accusata di aver inviato 35 miliardi di won alla stessa Choi. Tale vicenda dimostra come siano ancora molto forti gli intrecci tra Stato e Chaebol e che gli interessi particolari prevalgano su quelli della collettività.

The State Visit Of The President Of The Republic of Korea
Park Guen-hye

Il problema delle esportazioni

A tali problematiche è necessario aggiungere che circa il 46% del PIL coreano si basa sulle esportazioni di beni e servizi. Una quota spropositata rispetto ai maggiori partner commerciali della Corea del Sud: Stati Uniti, Giappone e Cina basano il proprio PIL sulle esportazioni rispettivamente per il 13%, 18% e 22%. Tali Paesi hanno un forte consumo domestico che controbilancia le proprie esportazioni a differenza della Corea. Il problema di essere fortemente dipendenti dalle esportazioni è che queste sono fortemente suscettibili alla competizione globale. Infatti, se il mercato interno può essere protetto in vari modi, la capacità di entrare in mercati esteri è altamente vulnerabile per la presenza di nuovi concorrenti che offrono prodotti simili ma a prezzi minori. Normalmente i prodotti che possiedono una forte longevità nei mercati esteri sono quelli che rappresentano  le specialità dei Paesi di provenienza e che sono difficilmente riproducibili in altri Paesi. La Corea non ha queste specialità.

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Negli ultimi venti anni le maggiori esportazioni coreane hanno riguardato l’elettronica, le automobili e il settore navale. Se all’inizio degli anni 2000, la Corea era tra i leader in questi settori, oggi questa leadership è diminuita nettamente soprattutto per la crescita cinese, in grado di offrire gli stessi prodotti a prezzi inferiori. L’evidenza principale non è tanto nei prodotti elettronici (che pure risulta evidente), quanto nella redistribuzione dei traffici marini nel Pacifico a favore dei porti cinesi.

Conclusioni

I tempi della grande crescita economica sembrano giunti al termine per la Corea del Sud. Al fine di scuotere l’attuale situazione è necessario l’arrivo di una nuova tecnologia o di un nuovo servizio capace di scuotere il mercato. Viceversa i profitti continueranno a diminuire e, parallelamente, i Chaebol continueranno ad accentrare sempre più il potere di controllo del mercato.  Fondamentale è anche capire come si evolveranno i rapporti con i principali partner commerciali della Corea, in particolare quelli con la Cina che oltre ad essere tra i principali sbocchi per la produzione coreana è diventata il principale competitor e continua ad avere buoni rapporti con il governo di Pyongyang.

Il governo di Seul dovrà ricoprire un ruolo fondamentale nella ristrutturazione dei fondamentali dell’economia coreana, puntando più sul mercato interno e continuando ad investire in ricerca e sviluppo. Ovviamente compito del nuovo governo sarà anche quello di rendere i rapporti tra se e le grandi imprese più trasparenti e volti all’aumento dell benessere della collettività.

Fonti:

LEE Sang eun, Limes, 12/2016 “Si scrive Corea si legge Chaebol”

http://thediplomat.com/2016/12/south-korea-is-poised-for-economic-disaster/

http://data.worldbank.org/indicator/NY.GDP.PCAP.KD.ZG?end=2015&start=2010

https://www.forbes.com/places/south-korea/

https://futurism.com/limitless-energy-south-korean-reactor-sets-a-new-record-for-stable-nuclear-fusion/

http://www.deagostinigeografia.it/wing/schedapaese.jsp?idpaese=046#sez5

 

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