Il Sud Africa e i Boeri: prove di difficile inclusione

di Luca Perrone

Se ogni stato fosse un castello, sarebbe premura costruirlo con solide fondamenta: Pretoria dovrà capire quanto prima se gli Afrikaneer e i Boeri possono diventare parte integrante per la costruzione del nuovo Sud Africa.

Prima di tutto, una precisazione importante. Nelle fonti e link forniti per ulteriori approfondimenti, sono contenute immagini che possono urtare la sensibilità umana. Allo stesso modo, sono riportati link di siti dichiaratamente schierati politicamente. Questo non significa che l’articolo si schieri a favore di uno o di un altro schieramento. L’unico obiettivo di questo articolo è informare: non ci interessa di riscrivere la storia o esprimere un giudizio su di essa. Solo i Sud Africani possono fare ciò.

Ci sono nazioni al mondo che hanno un passato molto ingombrante, che anche a distanza di molti anni continua ad influenzare il presente e il futuro dell’intera nazione. Il Sud Africa è sicuramente una di queste: dal 1994 il regime d’apartheid non esiste più e la nuova costituzione sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini, bianchi e neri. Il passato, però, se viene accantonato, ritornerà prima o poi. Il Sud Africa, come altre nazioni nel mondo, non ha voluto affrontare il suo passato, che oggi ritorna prepotentemente alla ribalta: quale futuro si prospetta per Afrikaneer e Boeri nel Sud Africa post apartheid? La minoranza bianca, che per oltre cinquant’anni ha detenuto le leve del potere economico e politico, è un ospite indesiderato o fa parte a tutti gli effetti della Societas sud africana?

Innanzitutto, urge fare chiarezza su alcuni termini che utilizzeremo in questo articolo: per Afrikaneer si intende la minoranza bianca della ex provincia britannica del Capo, cioè il Sud Africa, che parla la lingua Afrikaans, un dialetto indoeuropeo di matrice germanica, nato dalla fusione di idiomi olandesi e tedeschi. I Boeri, invece, il cui nome in olandese antico può essere tradotto come “contadino”, sono i discendenti dei coloni olandesi, bianchi di fede calvinista, che dal XVII secolo iniziarono a colonizzare la regione del Capo di Buona Speranza. È necessario fare questa prima distinzione perché oggi si tende a utilizzare i due termini come sinonimi; mentre, tra il 1880 e il 1902, vennero addirittura combattute due guerre tra Boeri e Inglesi, questi ultimi rappresentati oggi dalla minoranza Afrikaneer. Durante le due guerre, i coloni olandesi diedero filo da torcere al più numeroso e meglio organizzato esercito britannico grazie alla conoscenza del territorio che gli permise di riportare numerose vittorie in battaglie campali.

 

I Boeri erano organizzati in tre Repubbliche, del Transvaal, dell’Orange e Natalia e tutti e tre gli ordinamenti degli stati erano ispirati ai più rigorosi fondamenti calvinisti di democrazia e pietà religiosa. Il casus belli fu fornito dalla scoperta dell’oro nello Stato del Transvaal: Londra temeva la presenza degli olandesi in Sud Africa ed era ansiosa di impedire che la scoperta dell’oro potesse finanziare nuovi scontri tra la Colonia del Capo e le Repubbliche Boere. Inoltre, Londra riteneva necessario rinforzare la propria presenza a nord della Colonia dove i Boeri stavano tessendo pericolose relazioni con i Tedeschi insediatisi nella odierna Namibia. La guerra si concluse, dopo oltre vent’anni, con la vittoria dei britannici e l’annessione delle Repubbliche Boere: come spesso succede, però, vinti e vincitori scoprirono di avere più interessi in comune di quanto si fossero immaginati fino ad allora.

L’alleanza tra i due popoli servì ad instaurare un regime oligarchico bianco all’interno della Provincia del Capo: una piccola minoranza bianca, gli Afrikaneer, sarebbe riuscita così a dominare la maggioranza della popolazione di colore della Colonia grazie al tristemente noto regime dell’Apartheid. Già nel 1913, gli Afrikaneer erano riusciti a far approvare il Native Land’s Act che permetteva a questa minoranza il controllo dell’87% delle terre sud africane.

Il 1948 sancisce in maniera definitiva l’alleanza tra boeri e inglesi: la vittoria, seppur di misura, del Partito Nazionale alle elezioni politiche è il primo passo verso la creazione del Sud Africa segregazionista. Poco più tardi, Henrik Verwoerd, Primo ministro dal 1958 al 1966, istituzionalizzò e perfezionò nel regime dell’Apartheid il sistema di divisione tramite l’approvazione di numerose leggi che nei primi anni ‘60 portarono il paese prima ad essere espulso dal Commonwealth britannico e poi ad essere oggetto di due risoluzioni ONU che sfociarono in un embargo e nella costituzione del Comitato Speciale contro l’Apartheid. Il regime segregazionista voluto da Verwoerd venne smantellato solo nel 1994 grazie alla vittoria alle elezioni politiche di Nelson Mandela, attivista di spicco dell’ANC (African National Congress). Mandela volle dunque creare un nuovo Sud Africa, libero e democratico, dove neri e bianchi potessero convivere pacificamente.

L’Afrikaner Weerstandsbeweging (AWB), traducibile come movimento di resistenza Afrikaner, è un partito sud africano nato nel 1973 per volere di Eugene Terre Blanche, politico ed attivista di estrema destra, con origini europee. Il simbolo del movimento è costituito da tre 7 tra di loro incrociati. La simbologia cristiana impera ovunque all’interno dell’AWB: i fondatori del partito sono sette e lo stesso movimento è nato il 7/7/1973: il triplo sette, nella tradizione cristiana, si oppone al 666 di matrice satanica. L’AWB, nato come espressione della superiorità militare, economica e politica della minoranza bianca in Sud Africa, dopo la fine dell’Apartheid del 1994, ha convogliato su di sé l’attenzione di quanti ad oggi si sentono esclusi e defraudati dal nuovo regime politico del Paese.

 

L’espressione più tipica di questa alienazione afrikaneer è la fondazione di alcune enclave, come la città di Kleinfontein, dove il tempo sembra essersi fermato al 1994. All’interno di questa città, dove l’unica lingua ammessa è l’Afrikans, non sono accettati né i neri né i bianchi anglofoni. Accusati di razzismo da molti, gli abitanti di Kleinfontein si difendono dicendo che questo è l’unico mezzo loro rimasto per preservare la loro identità sociale e culturale.

Ciò che lamentano i discendenti dei boeri è il totale abbandono da parte delle istituzioni governative a seguito del rovesciamento politico del 1994: qualcuno si spinge addirittura a parlare di un vero e proprio “genocidio bianco” perpetrato da giovani neri appartenenti sia all’ANC sia a formazioni satellite. Avere un quadro complessivo della vicenda non è assolutamente facile: per la polizia e il Governo non esiste un vero e proprio piano, studiato a tavolino, per attuare un “genocidio bianco”; gli attacchi alle fattorie devo essere considerati come crimini ordinari. Non esiste, secondo l’ANC, nessun “sistema” volto all’eliminazione completa della minoranza boera, o Afrikaneer, dal Sud Africa.

Sul fronte opposto, i Boeri accusano il governo di censurare i dati relativi agli omicidi perpetrati a danno dei bianchi sudafricani. Gli attacchi alla fattorie, dal 2010 al 2015, sono passati da 115 casi a 318; mentre il numero di uccisioni rimane stabile a 64. Per i Boeri l’aumento degli attacchi supporta le loro tesi, mentre per il governo, il fatto che il numero di omicidi sia rimasto lo stesso, indica che gli assalti alle fattorie non hanno una componente razziale, ma meramente economica. Inoltre, l’81% delle aggressioni avviene in fattorie molto isolate da centri urbani e per i Boeri è un segnale che dimostra che vengono scelte le fattorie bianche più facili da assaltare, mentre la polizia concorda solo sul fatto della facilità di attaccare obiettivi isolati, escludendo la motivazione razziale.

 

Dato che la maggior parte della terra in Sudafrica appartiene agli Afrikaner, si suppone che le fattorie attaccate siano in gran parte di loro proprietà. E’ vero però che negli ultimi anni la creazione di una nuova classe di borghesi neri ha permesso l’acquisto di terre a questi ultimi. Anche per quanto riguarda i crimini collegati all’assalto della fattorie, quali stupri, omicidi e furto armato, la polizia sostiene che si riscontrano in tutti i casi di assalti, mentre i Boeri denunciano l’efferatezza raggiunta da tali crimini negli assalti contro le fattorie di proprietari bianchi.

Genocide Watch ha classificato il Sud Africa come paese a rischio di guerre etniche: la scomparsa di Mandela, da sempre favorevole ad una coesistenza pacifica tra bianchi e neri, potrebbe peggiorare la situazione. La stessa morte di Terre Blanche, fondatore dell’AWB, avvenuta nel 2010 ad opera di un linciaggio da parte di due operai neri, non ha fatto altro che acutizzare la crisi nel paese: la crepa tra bianchi e neri è diventata un burrone sul quale ciglio il Sud Africa sta camminando pericolosamente. Qualcuno si è spinto anche più in là, prefigurando scenari apocalittici di guerra civile e lo smembramento dello stato in tre o quattro stati nazionali: il tema più ricorrente, anche nella florida letteratura Afrikaneer, è quello della creazione di un Volkstaat, uno stato boero, bianco e protestante, una sorta di Terra Promessa boera dove vivere secondo i dettami del credo protestante, da buoni agricoltori e devoti religiosi. Ad oggi il Sud Africa sembra tutto tranne che questo: il futuro del Paese dipenderà anche dalla capacità del ANC di governare e gestire una transizione tra le più difficili al mondo.

 

 

Fonti e approfondimenti

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