I verdi canadesi e la battaglia ambientale

Nonostante l’ultimo anno solare sia stato caratterizzato da una forte presa di coscienza popolare sul tema ambientale, i Verdi canadesi non sono riusciti a decollare nelle recenti elezioni.

Prima del voto, avevamo descritto la campagna elettorale della leader Elizabeth May come il miglior momento vissuto nella storia del movimento: i dati delle elezioni riflettono, di fatto, questa tendenza, in quanto, rispetto al 2015, quasi il doppio dei cittadini del Grande Nord ha deciso di riporre fiducia nella formazione ecologista. Tuttavia, a causa del sistema elettorale maggioritario, particolarmente punitivo nei confronti dei partiti minori e meno radicati a livello locale, i seggi conquistati dai Verdi sono stati solamente tre. Pertanto, pur a fronte di un significativo salto in avanti, commentatori e analisti politici hanno descritto il risultato conseguito come poco soddisfacente.

I Verdi canadesi dopo il voto

 

Nei giorni successivi al voto, la May è stata fortemente criticata, e la sua leadership messa in discussione, sebbene durante la sua gestione, il Partito Verde sia passato dall’occupare una posizione periferica, tanto nel sistema politico quanto nel sistema dei media, ad avere una certa rilevanza, perlomeno in riguardo al dibattito pubblico.

Senza dubbio, la crescente pressione esercitata da Friday For Future ed Extinction Rebellion nei confronti della classe politica, a livello internazionale, ha contribuito a mettere al centro il riscaldamento climatico. Allo stesso tempo, nel panorama canadese, è stata May a ottenere sempre più visibilità, confermandosi come leader abile ed esperta anche in occasione dei dibattiti televisivi nazionali, organizzati dai media in vista dell’appuntamento elettorale.

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Elizabeth May. Fonte: Laurel L. Russwurm via Flickr

In particolare, in occasione del primo incontro tra i leader, era stato riconosciuto da molti osservatori come la May fosse risultata più credibile del suo diretto competitor, il leader democratico Jagmeet Singh. Non a caso, i sondaggi successivi alla prova televisiva associavano ai due partiti due trend opposti, anche se contenuti; in seguito, Singh ha dimostrato una maggiore personalità ed è riuscito a scongiurare il sorpasso dei Verdi.

In ogni caso, riconosciuta la fine di un ciclo, a inizio novembre la leader ha rassegnato le proprie dimissioni, dopo tredici anni alla guida del partito. “Sono molto emozionata. Volevo portare i Verdi al successo, prima di lasciare”, ha ammesso ai giornalisti il giorno dell’annuncio.

 

Una nuova leadership…

 

Con le dimissioni di May, si è aperta una fase di transizione. Per il momento, infatti, il partito sarà guidato da Jo-Ann Roberts, un’ex giornalista che al voto di novembre ha ottenuto un discreto successo a Halifax, arrivando terza nel collegio di Halifax (Nuova Scozia), senza riuscire a essere eletta; nel 2020, con ogni probabilità verso la fine dell’anno, sarà poi votato il nuovo leader. Ad oggi, non si sono ancora fatti avanti dei veri pretendenti; quel che è certo, è che per riuscire a completare l’opera di May, e arrivare finalmente a competere a livello nazionale, i Verdi hanno bisogno di una personalità carismatica e, soprattutto, in grado di occupare stabilmente i mezzi di comunicazione.

Uno dei problemi principali della campagna elettorale della May, e in generale del suo periodo alla testa del partito, riguarda proprio la mancanza di efficacia e di integrazione tra i diversi social network, ormai essenziali per la presentazione tanto del candidato, quanto della proposta politica tout court. In Canada, è giusto sottolinearlo, la comunicazione politica ha incominciato a rivestire un ruolo veramente importante solo con l’ascesa del fenomeno Trudeau, che anche grazie all’utilizzo innovativo di questi mezzi è riuscito ad attirare l’attenzione di un pubblico internazionale, e a rivoluzionare lo scenario canadese.

Ora, se il figlio di Pierre è stato il primo a portare il vento della “personalizzazione” digitale in Canada, il suo esempio è stato rapidamente seguito da altri candidati, come Jagmeet Singh, che nel giro di breve tempo è diventato un piccolo fenomeno mediatico, e non limitato esclusivamente alle fonti informative politiche mainstream. Sebbene possano essere facilmente individuate anche delle problematicità legate a questo tipo di approccio alla politica, è evidente che personalizzazione e “popolarizzazione” vadano sempre più spesso di pari passo, e siano determinanti nel creare le condizioni di un consenso spendibile politicamente.

Se tale modello rappresenta la norma, il caso di May risulta un’eccezione. Su Facebook, la maggior parte dei post pubblicati dalla “verde” si limitano a riprendere le grafiche realizzate dagli specialisti del partito, mentre vi sono pochissime tracce di un coinvolgimento personale. In altre parole, di una presenza concreta e simbolica in cui gli elettori possano riconoscere in presa diretta il volto di una forza politica, e del campo valoriale in cui questa si colloca. Tra l’altro, è indicativa anche l’assenza del profilo su Instagram, piattaforma più utilizzata dai giovani e che, in questo periodo, dovrebbe essere quella naturalmente più sfruttata da parte dei politici che fanno dell’ecologismo la loro bandiera.

…o un nuovo messaggio?

 

Può sembrare un problema “limitato” a uno degli ambienti della politica, ma la realtà è che costruire un forte messaggio mediatico significa porsi, in maniera automatica, come un serio interlocutore per i soggetti cui ci si rivolge. E questo conduce a uno degli altri nodi irrisolti della comunicazione verde, non solamente nella sua versione canadese: il campo che si intende rappresentare.

Nati tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta dello scorso secolo, i partiti Verdi hanno rappresentato uno dei primi esempi di partiti post-ideologici, la cui nascita è stata interpretata da alcuni autori in relazione all’emergere di una cultura post-materialista nella società occidentale. In breve, invece di concentrare la propria proposta politica sulla dimensione materiale, relativa alla disponibilità dei mezzi di prima necessità, queste formazioni individuano piuttosto i loro valori nell’auto-realizzazione e nella ricerca di identità personale. Pertanto, se i partiti “classici”, che rappresentano dei corpi intermedi con un popolo facilmente identificabile, in base, per esempio, all’appartenenza di classe o al legame col territorio, nella nuova fase tali legami si fanno molto più fluidi.

Nel caso dei Verdi canadesi, si può individuare questo processo nelle continue oscillazioni di cui si è reso protagonista il partito di May, più vicino al centro o alla sinistra dello schieramento a seconda dello spazio generato dalle decisioni degli altri partiti. Un simile movimento, se da un lato può rappresentare un’arma efficace per parlare contemporaneamente a elettorati schierati lungo tutto l’asse politico, dall’altro mostra la sua debolezza nel momento in cui le forze politiche avversarie, a prescindere dalla loro collocazione ideologica, riescono a impossessarsi del tema ambientale, relegando il partito one-issue ai margini del dibattito. Questa situazione può essere evitata soltanto prendendo una posizione netta su un altro tema centrale, “colorando” ulteriormente la proposta iniziale; per i Verdi canadesi, potrebbe essere il tempo di pensarci.

 

Fonti e approfondimenti

 

Gardner L., Canada’s Greens see an opening, Politico, 10/7/2019

Walsh, Elizabeth May resigns as Green Party leader after 13 years, plans to remain MP , The Globe and Mail, 11/5/2019

Wells P., The Green Party after Elizabeth May , Macleans, 11/4/2019

 

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