Essere imperatore nel 2019

Nato l’11 febbraio 660 a.C., data mitica della fondazione dell’Impero giapponese per mano del leggendario imperatore Jinmu, il trono del Crisantemo dal primo maggio 2019 ospita il 126° erede al trono. Si chiama Naruhito. È salito al trono a 59 anni dopo che suo padre, l’imperatore emerito Akihito, ha abdicato quest’anno il 30 aprile (prima volta dopo 202 anni). Con lui si apre l’era Reiwa o “dell’ordine e della pace”, che sarà anche il suo nome postumo come da tradizione. Qual è quindi il ruolo dell’imperatore nel Giappone del ventunesimo secolo e perché esiste ancora?

Un imperatore diverso

Laureato in Storia presso l’università privata Gakushuin di Tokyo, Naruhito ha poi conseguito il dottorato di ricerca in legge ad Oxford, diventando così il primo imperatore giapponese ad avere ricevuto una formazione all’estero. I suoi studi e i frequenti viaggi lo hanno portato ad interessarsi al tema dell’acqua potabile nel quale è molto attivo. Nel 2007 è stato anche nominato presidente onorario dell’ UNSGAB (United Nations Secretary-Generals’ Advisory Board on Water & Sanitation). La sua consorte è Masako Owada, diplomatica figlia di diplomatico, cresciuta tra Russia, USA e Giappone per seguire gli spostamenti del padre. Si è laureata ad Harvard. La coppia imperiale è molto moderna: educazione all’estero, fluidità nelle lingue straniere, interesse alla tutela ambientale e matrimonio non combinato. Pur essendo al passo coi tempi, è lecito e comprensibile domandarsi se l’Istituzione Imperiale non sia comunque un elemento superfluo nella democrazia Giapponese al giorno d’oggi.
L’attuale struttura di governo del Giappone risale alla Costituzione imposta dagli americani nel 1946, dopo la resa giapponese. Già nei primi articoli si trovano disposizioni sulla figura imperiale ispirate alla Costituzione Meiji. Secondo la Costituzione americana, l’imperatore è simbolo dello Stato e dell’unità del popolo giapponese, privo di poteri in materia statale, ricevente del suo mandato dal volere del popolo sovrano. La figura oggi svolge funzioni cerimoniali, tipiche del Capo di Stato.
Perché dunque, nonostante gli americani abbiano imposto la nuova Costituzione, l’imperatore è rimasto al suo posto?
Nella storia giapponese l’istituzione imperiale è sempre stata considerata come il simbolo dell’unità del Paese, tuttavia l’imperatore non si è occupato quasi mai del potere esecutivo. In passato lo delegò prima ai nobili di corte, poi ai signori della guerra e agli oligarchi; oggi nomina formalmente il governo democraticamente eletto. Come già sottolineò Fosco Maraini, la figura dell’imperatore assume più le vesti di una sorta di Papa della spiritualità giapponese (seppur con differenze di investitura).
Da Jinmu, l’imperatore giapponese venne considerato fino al 1946 non un monarca con concessione divina, secondo il più diffuso modello occidentale o cinese, ma discendente stesso della dea del sole e quindi semidivino per natura. Intorno al III secolo d.C. i vari clan giapponesi si identificavano con una particolare divinità naturale, per la quale il dato clan era prescelto e protetto. L’unificazione del Paese avvenne per mezzo del clan più forte, quello di Yamato, che per legittimarsi solidamente identificò la discendenza della sua stirpe con la divinità più autorevole del regno naturale, la dea del sole Amaterasu. L’imperatore assunse dunque il compito di gran sacerdote, rapportandosi direttamente con la dea ancestrale e fungendo da intermediario tra la divinità e l’uomo.

Dall’imperatore del passato come centro identitario…

Il Giappone, per le sue peculiarità territoriali e le decisioni politiche in materia di relazioni internazionali, è stato a lungo un Paese isolato. L’isolamento ha portato a una cultura più omogenea così come, da un punto di vista meramente somatologico, alla diffusione di tratti fisici piuttosto uniformi rispetto ad altri Paesi. Caratterizzato da un forte senso identitario, il popolo vedeva nell’imperatore-Papa un riflesso umano della divinità più grande del suo pantheon, costituito dalle divinità shintoiste della natura. Gli stessi signori della guerra che governarono il Giappone tra il XII e il XIX secolo d.C. rispettavano la figura imperiale: con donazioni al trono e investiture ricevute dall’imperatore stesso, i generali (shogun) proclamavano di proteggerlo e di aver ricevuto da lui il potere che stavano esercitando.
Con la restaurazione imperiale del 1868, l’imperatore Meiji riunificò il Paese diviso da una guerra intestina tra signori feudali in rivolta contro il governo militare. Sulla base del modello occidentale, guidò il Giappone verso la modernizzazione con un massiccio sviluppo industriale e la prima Costituzione, adottata nel 1889. Anche in questo caso l’allora imperatore, pur essendo la figura di primo piano dello Stato, governò simbolicamente non esercitando direttamente il potere politico. Questo venne delegato prima a degli oligarchi, poi ai partiti della Dieta Imperiale.

…all’imperatore di massa del secondo Dopoguerra

Le cose cambiarono dopo la resa giapponese nel 1946, quando l’esercito americano impose, oltre alla Costituzione, che la figura dell’imperatore si spogliasse delle sue prerogative divine. L’allora imperatore Hirohito passò alla storia per la celebre Dichiarazione della natura umana dell’imperatore, pronunciata alla radio, in cui rinunciò al suo sangue divino specificando che il popolo giapponese non apparteneva ad alcuna razza superiore. Per mezzo di questa dichiarazione ufficiale e della nuova Costituzione, venne irrimediabilmente spenta ogni prospettiva di ritorno al fanatismo che aveva portato all’escalation nazionalista. L’imperatore, comunque, rimase al suo posto.
A partire da Hirohito soprattutto la figura imperiale cominciò a cambiare radicalmente. Suo figlio Akihito (padre dell’attuale imperatore) avviò un altro processo di modernizzazione e rottura con il passato: sposò una donna qualunque venendo meno al regolamento del matrimonio combinato e, con lei (l’imperatrice Michiko), si avventurò in visite istituzionali all’estero e in pubblico, accorciando le distanze con il popolo. Il figlio Naruhito sta continuando lungo il solco paterno, quello che il Professor Matsushita Keiichi definisce come “sistema dell’imperatore di massa”.
Si potrebbe tuttavia rimanere sorpresi vedendo che durante la cerimonia di passaggio del titolo imperiale permangono alcuni retaggi cerimoniali del passato, come la consegna dei tre tesori originariamente appartenenti alla dea del sole. Pur sembrando un paradosso, le reliquie oggi non simboleggiano più la discendenza divina: sono il simbolo della successione di una figura che continua e che risale a tempi antichissimi. Anche la sua natura cerimoniale non è da attribuirsi completamente agli americani, poiché l’imperatore ha sempre ricoperto un ruolo più cerimoniale che politico.
Il trono imperiale, attraverso un sistema di delegazione dei poteri che gli permise di non sporcarsi direttamente le mani, rimase nei secoli in un limbo istituzionale che lo rendeva inattaccabile. In più, la natura divina di cui si poteva vantare lo legittimava direttamente, e ad un certo punto lo rese anche mezzo di legittimazione del potere per i capi guerrieri che governarono il Paese. Ciò ha permesso al trono di sopravvivere fino ai nostri giorni. Oggi, spogliato di riconoscimenti semidivini e di autorità militare, l’imperatore rappresenta i principi della Costituzione e della democrazia apportando nuovi elementi a seconda dei tempi. Il contenitore è lo stesso ma la sostanza si rinnova e modernizza.

Fonti e approfondimenti

  • Caroli R., Gatti F., “Storia del Giappone”, Editori Laterza, 2016
  • David A. T., “The Making of the ‘Symbol Emperor System’ in Postwar Japan”, Modern Asian Studies, Vol. 14, No.4, 1980
  • Gordon A., “A Modern History of Japan: from Tokugawa Times to the Present”, Oxford Univ. Pr., 2013 (3° edizione)
  • McNelly T., “The Role of Monarchy in the Political Modernization of Japan”, Comparative Politics, Vol. 1, No. 3, aprile 1969

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