La disintermediazione nella comunicazione politica

Disintermediazione, autorità e partecipazione negli USA

La rivoluzione digitale avviata sul finire dello scorso secolo ha avuto un enorme impatto in ogni ambito della sfera sociale, economica e politica. Le possibilità di informazione e comunicazione aperte dallo sviluppo delle tecnologie hanno permesso e facilitato la creazione di reti globali, in cui gli individui-utenti si trovano a interagire attraverso modalità completamente differenti rispetto al passato. Come sottolinea il filosofo Luciano Floridi, la stessa esistenza umana è diventata un’esperienza “onlife, nella quale non è più possibile stabilire una netta divisione tra il tempo che passiamo nel mondo reale e quello che invece trascorriamo in quello virtuale. I nostri comportamenti nella quotidianità influiscono sui nostri comportamenti nell’infosfera, e viceversa. 

Tra i cambiamenti più profondi di questa fase storica vi è il fenomeno della disintermediazione. Originatosi a seguito dell’adozione degli strumenti informatici all’interno della dimensione economica, esso ha finito per interessare un ben più ampio spettro di attività umane. Negli Stati Uniti, in particolare, si sono registrate alcune delle trasformazioni più radicali, con una serie di attori che ha saputo inserirsi e diventare protagonista nel nuovo scenario e un altro insieme che, per sopravvivere, si è dovuto adattare a logiche mutate e ormai del tutto irreversibili.

Che cos’è la disintermediazione

Con l’emergere delle tecnologie digitali, una fetta sempre più importante di cittadini statunitensi si rende conto che nella distribuzione e vendita di beni e servizi ci sono inediti margini di manovra. Diverse azioni che, per essere portate a termine, dovevano un tempo fare affidamento sull’intervento di specialisti del settore, diventano rapidamente a portata di tutti i clienti. I processi di disintermediazione, osservati a partire dagli anni Ottanta, si compongono di questi due elementi essenziali: la struttura digitale e la creazione di un canale – apparentemente – diretto tra chi vende e chi compra. Pertanto, se da una parte le figure di intermediazione vengono sempre più messe in discussione, dall’altra acquisisce una maggiore centralità il comportamento dei fruitori, ora in grado di divulgare la propria opinione e confrontarsi direttamente con un numero molto più elevato di consumatori nella stessa condizione.  

Uno degli esempi più significativi di questo sviluppo è offerto da Amazon, la piattaforma di commercio online fondata dall’imprenditore Jeff Bezos. Nata come libreria digitale a metà degli anni Novanta, in un primo periodo Amazon vedeva tra i propri dipendenti una squadra di redattori e critici, il cui lavoro era ritenuto indispensabile alla promozione delle opere in vendita. Tuttavia, queste figure non ebbero una vita lunga nell’azienda. Bezos decise infatti di affidare tale funzione direttamente ai consumatori: i commenti e le recensioni online, liberamente pubblicabili sul sito, presero il posto degli esperti, e il pubblico di lettori divenne così una miniera di informazioni, per gli altri utenti e l’azienda. Inoltre, il processo di selezione e raccomandazione fu automatizzato grazie agli algoritmi, procedure codificate che guidano gli utenti nella scelta delle proprie azioni. Nel caso di Amazon, suggerendo titoli simili a quello appena consultato o libri acquistati dagli altri utenti con comportamenti di consumo analoghi ai nostri. Di fatto, un intermediario è sempre all’opera, seppur invisibile.

Disintermediazione e politica

Di processo di disintermediazione si discute anche nella sfera della politica e dell’informazione, per cui l’avvento di nuovi media comporta una vera e propria “rivoluzione” dei meccanismi tradizionali della comunicazione. Fondamentalmente, l’ascesa di canali digitali come motori di ricerca e social media sta cambiando l’ambiente mediatico, e questo sviluppo offre nuove sfide e opportunità sia per coloro che operano nel settore sia per gli utenti.

Negli Stati Uniti, si è molto discusso – soprattutto in negativo – del ruolo dei social media e delle piattaforme digitali nella politica. Questo discorso è stato particolarmente rilevante durante la presidenza di Donald Trump e durante le ultime elezioni. Trump, che ha utilizzato Twitter come principale canale comunicativo, è stato tra i precursori nell’utilizzo dei media digitali per parlare “direttamente” con i propri sostenitori. L’utilizzo di piattaforme digitali, sovente associata alla destra nel dibattito pubblico, in realtà viene adottato da forze politiche di entrambi gli schieramenti – per esempio, il candidato alle primarie Dem Bernie Sanders e molti tra i candidati più a sinistra hanno ampiamente utilizzato i social media per le proprie campagne. 

Questa nuova modalità di comunicazione politica costituisce un ulteriore passo nella direzione originariamente creata dalla televisione, in cui la politica “parla direttamente” con i cittadini, saltando i canali tradizionali delle strutture burocratiche di partito. Paolo Gerbaudo parla a questo proposito di “partito piattaforma”, un nuovo corpo sociale radicato in Rete in cui il legame più importante è quello che si viene a creare tra super-leader e super-base. Se al vertice il leader accentra il potere e, grazie alla fluidità della nuova struttura, “guadagna” ampi margini di libertà per le proprie decisioni, all’estremo opposto la militanza diventa dipendente dal comportamento online, che sostituisce le vecchie forme di membership e appartenenza politica.

Disintermediazione e (futuro del) giornalismo

D’altro canto, la disintermediazione coinvolge preponderantemente la sfera dell’informazione. Le notizie in Rete vengono diffuse rapidamente, e nuove piattaforme, come i social media, acquisiscono crescente importanza. Secondo gli ultimi sondaggi, la stragrande maggioranza degli statunitensi (86%) utilizza un supporto digitale per informarsi, perciò il giornalismo “tradizionale” deve obbligatoriamente adottare nuove soluzioni per adattarsi al cambiamento. Il rapporto tra utilizzo dei media tradizionali e digitali negli ultimi anni si sta sostanzialmente invertendo: mentre nel 2011 gli statunitensi impiegavano 214 minuti al giorno su Internet contro i 453 dei “vecchi” mezzi di comunicazione, nel 2019 essi trascorrevano in media 409 minuti in Rete e 344 tra giornali, radio e televisione.

Approdare nell’ambito dell’“informazione digitale” sembra essere l’unica opzione. Uno dei primi esempi di questo rapido adattamento è stato quello del Washington Post, acquistato nel 2013 proprio da Jeff Bezos. La sua prima mossa come CEO è stata quella di cercare di promuovere una nuova versione digitale del Post, offrendo per esempio l’accesso online gratuito agli abbonati di alcuni giornali locali (tra cui The Dallas Morning News, Honolulu Star-Advertiser e Minneapolis Star-Tribune). Ora tutti i principali quotidiani statunitensi offrono contenuti digitali esclusivi, spesso protetti da firewall, e cercano di differenziare i propri contenuti sulle diverse piattaforme digitali, aumentando le possibilità di scelta per i lettori e facendo ampio ricorso a campagne promozionali, le quali risultano la modalità più efficace di fidelizzazione

Al di là della mera sopravvivenza in termini economici, il giornalismo tradizionale deve poi fondamentalmente fare i conti anche con una crescente perdita di “autorità”. Infatti, la disintermediazione dell’informazione comporta la proliferazione di informazioni online senza una chiara qualità dei contenuti e un’attribuzione d’autorità della fonte. Il crescente flusso di informazioni, non mediato, richiede pertanto nuove competenze e strumenti per gestire dati, notizie e opinioni, e rischia di esacerbare un digital divide già esistente nelle diverse classi sociali. In questo senso, è significativo che, pur riconoscendo un forte aumento nelle possibilità di ricerca e di studio, tre statunitensi su quattro sostengano oggi di essere preoccupati per il problema della disinformazione su Internet. 

Una tendenza che, tra l’altro, si accompagna a un deciso cambiamento di opinione in merito agli stessi giganti digitali: se nel 2015 il 60% della popolazione guardava positivamente all’impatto delle piattaforme (Amazon, Facebook, Google) nella società, oggi tale percentuale è scesa di quasi venti punti. Per questa ragione la creazione (almeno parziale) di nuove forme di “mediazione” dell’informazione potrebbe rivelarsi necessaria per combattere la crescente disinformazione e il giornalismo “tradizionale” potrebbe cercare di rivendicare per sé questo ruolo.

 

Fonti e approfondimenti

Blumler, Jay, G., & Kavanagh, Dennis. 1999. “The third age of political communication”. Political communication. 16(3), 209-230.

Chandler, David & Fuchs, Christian. 2019. ” Digital objects, digital subjects”. University of Westminster Press.

Fasano, Luciano, M. 2019. “La rappresentanza politica e degli interessi fra dis-intermediazione e re-intermediazione”. Internet e democrazia (Vol. 16, pp. 70-83).

Floridi, Luciano. 2020. “Pensare l’infosfera: La filosofia come design concettuale”. Raffaello Cortina Editore.

McQuail, Denis. 2010. “McQuail’s mass communication theory”. Sage publications.

Nielsen, Rasmus, K. & Ganter, Sarah, A. 2018. “Dealing with digital intermediaries”. New Media & Society. 20(4), 1600–1617.

Pew Research Center. “More than eight-in-ten Americans get news from digital devices”. 12/01/2021.

PwC, “Transitioning from a print past to a digital future. 2016.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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Lo Spiegone è una testata registrata presso il Tribunale di Roma, 38 del 24 marzo 2020
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