Leggere tra le righe: “Il crollo” di Francis Scott Fitzgerald

Simone D'Ercole | Instagram: @Side_Book

“E poi, dieci anni prima dei quarantanove, mi sono reso conto di essere crollato prima del tempo.”

Con queste parole, Francis Scott Fitzgerald prende atto dell’angoscioso inizio del “secondo atto” della sua vita: dopo il salto, la caduta. Dopo il boom, il crack-up: titolo originale dell’opera, tradotta in italiano con un efficace “Il crollo”, pubblicata a puntate sulla rivista Esquire nel 1936. Nello sconsolato “e poi” si ritrova lo sbigottimento annichilito del portavoce di una generazione intera, quella dei Roaring Twenties. Una generazione che non sospettava del black thursday, il giovedì nero alla borsa valori di Wall Street che diete inizio alla Grande Depressione degli anni Trenta. Una generazione che, catapultata in un’epoca buia e inaspettata, non può fare altro che contemplare il disastro e viverne il malessere. “Scott Fitzgerald parla con l’autorità del fallimento e di un fallito”, come sottolinea Ottavio Fatica nella postfazione all’edizione italiana.

I Roaring Twenties

Dopo la fine della Prima guerra mondiale iniziò per gli Stati Uniti un periodo di grande floridità economica, che portò il Paese a una rapida ascesa sulla scena mondiale. La razionalizzazione del lavoro in senso taylorista consentì di espandere la produzione in serie. Grazie ai progressi tecnologici e all’automatizzazione del lavoro crebbe rapidamente il settore terziario. L’economia del consumo era ufficialmente avviata e la popolazione statunitense ebbe accesso a commodities a cui l’Occidente guardava ammirato, specialmente automobili, case monofamiliari e i primi elettrodomestici. Questi ultimi, peraltro, diedero inizio al cambiamento delle abitudini domestiche che si compirà nel Secondo dopoguerra, specialmente con l’invenzione della lavatrice, che contribuì significativamente ad affrancare le donne dall’economia domestica.

Nel mondo delle arti e dello spettacolo, gli Anni Ruggenti si imposero nell’immaginario comune come un’epoca di eccessi ed edonismo, di piaceri sfrenati e di gioventù inarrestabile. Fu questo, del resto, il ritratto dell’epoca che ci restituiscono dagli autori del tempo: lo stesso Fitzgerald, classe 1896, visse i suoi vent’anni rispecchiando a pieno questa epoca fatta di filosofi e maschiette (titolo di una sua raccolta di racconti), e ne divenne il cantore per eccellenza. Nei suoi romanzi e nei racconti brevi, di forte cifra autobiografica, si ritrova lo stile di vita turbolento, concitato, a tratti schizofrenico di una generazione per cui il futuro aveva l’aspetto di una generosa cornucopia. 

New York era il centro del mondo, e il mondo era fatto di feste, balli e champagne. Gli anni Venti vengono comunemente chiamati ”Età del jazz”: il genere musicale entrò a pieno titolo nella cultura mainstream statunitense, dando luogo a una rivoluzione che sarebbe destinata a rimanere ben impressa nella storia della musica mondiale. Si moltiplicarono le dancehall, i locali da ballo. La moda femminile abbandonò corsetti e gonne lunghe vittoriane per lasciare spazio ad abiti corti e ariosi, a consentire maggiore libertà nelle lunghe notti newyorkesi. Le complesse architetture del parrucco vennero dimenticate: i capelli venivano tagliati in caschetti o, addirittura, cortissimi (di qui il termine flapper, “maschietta”, di cui sopra). I costumi sessuali andarono incontro a una breve parentesi di liberalizzazione, di cui le giovani “maschiette” furono iniziatrici e paladine.

Il crollo e la Grande Depressione

Come sembrano suggerire l’atmosfera sommessamente malinconica e il presentimento pessimista che si avverte nelle opere principali di Fitzgerald di quegli anni (“Il grande Gatsby” è un ottimo esempio di questa lungimirante commistione di edonismo e pessimismo), “all’orizzonte di ogni boom si profila un crack. Il crollo, la crepa, in questo caso arriva inesorabile nel 1929, con la Grande Depressione

Nell’euforia degli anni Venti venne “democratizzato” anche il gioco in borsa: famiglie e piccoli risparmiatori presero parte al tavolo della speculazione azionaria, fino ad allora lasciato ai grandi capitalisti, e iniziò la grande speculazione degli agenti di borsa. Si creò così una bolla speculativa che alimentava l’illusione di una crescita inarrestabile.

La bolla esplose nel giorno che passò alla storia come “il giovedì nero”, il 24 ottobre del 1929. La vendita in massa dei titoli azionari provocò il crollo della borsa di Wall Street. Ciò diede inizio a una profonda crisi finanziaria, economica, occupazionale e sociale che investì non solo gli Stati Uniti, ma il mondo intero. Le cause di questa crisi sono da ricercarsi nella deflazione, ossia nel crollo dei prezzi dovuto alla sovrapproduzione industriale e nel settore agricolo. Durante la Prima guerra mondiale, i produttori agricoli statunitensi intensificarono la produzione grazie a prestiti erogati dalle banche locali, le quali si appoggiavano alle banche nazionali per poter consentire questi flussi. Alla fine della guerra, quando le potenze europee ricominciarono a produrre prodotti agricoli, gli Stati Uniti si ritrovarono con una grande quantità di prodotti impossibili da smaltire, e con un grande debito “a catena” impossibile da ripagare. Ciò causò il default e la crisi del settore bancario, che a sua volta condusse alla corsa alla vendita delle azioni e allo scoppio della bolla speculativa.

A ciò provò a far fronte Franklin Delano Roosevelt, eletto presidente nel 1932, con il New Deal. Questo consistente pacchetto di riforme economiche e infrastrutturali aveva l’obiettivo di far ripartire i settori agricolo e industriale. Una piena ripresa si incontrò tuttavia solo allo scoppio della Seconda guerra mondiale, con lo sviluppo dell’industria bellica.

Il crollo come dimensione spirituale e individuale

Che ne fu, dunque, della generazione di giovani filosofi e maschiette, una volta che la grande festa di New York fu investita dalla crisi? Ormai trentenni e quarantenni, questi videro tramontare l’epoca d’oro della loro gioventù. I Roaring Twenties lasciarono spazio a una nuova stagione di intensa produzione artistico-culturale, mossa non più dalla ricerca di un edonismo senza limiti, bensì dalla consapevolezza dell’incertezza della vita dell’individuo e della precarietà dell’assetto sociale. Ben presto iniziò poi la produzione artistico-letteraria legata all’esperienza della guerra e dell’anti-comunismo.

Il crollo di Francis Scott Fitzgerald è un’importante testimonianza di come la crisi del 1929 si intrecciò con le vicende personali della generazione ruggente, e di come il crollo della società si riflette a pieno nel crollo dell’individuo: fisico, psichico, economico. I brani del volume, seppur estremamente intimi e personali, sembrano restituire un senso quasi olistico del legame fra individuo e società, persino in chi, come Fitzgerald, “non aveva praticamente avuto una coscienza politica, se non come componente ironica dei suoi lavori”.

 

Fonti e approfondimenti

Damiano Mascioni, Ricorda 1929: la grande crisi, Lo Spiegone, 6 agosto 1919.

Francis Scott Fitzgerald, Il crollo, Adelphi, 2010 (1936).

 

Editing a cura di Elena Noventa

Copertina a cura di: Simone D’Ercole

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