G8 di Genova, avevano ragione loro: un altro mondo è necessario

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Remix Lo Spiegone via Canva - @Ares Ferrari - Wikimedia Commons - CC BY-SA 3.0 Remix Lo Spiegone

Milioni di bandiere della pace appese ai balconi e alle finestre di tutta Italia, compresa la mia. Questo è il primo ricordo che ho del G8 di Genova del 2001: avevo solo otto anni. Poi le violenze e le torture alla scuola Diaz e quelle alla caserma di Bolzaneto. Le cariche in via Tolemaide, l’omicidio senza responsabili di Carlo Giuliani. La pace, quella che la mia bandiera piena di colori voleva urlare, interrotta di colpo. Presi coscienza di tutto ciò soltanto più avanti, ma Genova mi segnò nel profondo. L’omicidio di Carlo, ragazzo di 23 anni, fu uno dei fattori che mi spinse a voler fare il giornalista perché senza le immagini di quei momenti la verità non sarebbe mai emersa.

Il ruolo dell’informazione

A Genova si sperimentò un nuovo modo di fare informazione: dal basso, pur senza social network o piattaforme di messaggistica. Una solidarietà tra giornalisti indipendenti che si scambiavano notizie per offrire una contronarrazione rispetto ai media mainstream, già prima del G8 attivi nel fornire false notizie su attivisti pronti a utilizzare palloncini contenenti sangue infetto di HIV, o a lanciarsi dal cielo per eludere la zona rossa. Ma fu fondamentale anche l’aiuto dei cittadini che, con strumenti di fortuna, ripresero avvenimenti altrimenti inaccessibili: la potenza di una narrazione collettiva che non poteva in nessun modo essere negata. 

Senza un’informazione indipendente molte cose non si sarebbero mai sapute. Le foto con la prospettiva schiacciata che avvicinano il defender a Carlo e sbugiardano la versione dell’assenza di spazio di manovra. Il carabiniere Mario Placanica che punta la pistola verso la folla – e non verso l’aria – ben prima che Carlo prenda in mano l’estintore (vuoto). Ma anche le molotov introdotte da Pietro Troiani nella scuola Diaz e “trovate” da Salvatore Gava per giustificare la “macelleria messicana”. Entrambi condannati e interdetti dai pubblici uffici per cinque anni, il 28 ottobre 2020 sono stati promossi vicequestori dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e dal capo della polizia Franco Gabrielli. Sono passati 20 anni da quel 21 luglio. I fatti di Genova sembrano appartenere a un passato ormai lontano che credevamo – o speravamo – di esserci lasciati alle spalle, ma le inchieste del quotidiano Domani sulla violenza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere sottolineano come tutto ciò sia ancora strettamente attuale.

L’eredità di Genova che hanno cercato di cancellare

Le violenze, la tortura, l’omicidio di un ragazzo: «La più grande sospensione dei diritti democratici in Occidente dopo la Seconda guerra mondiale», come lo ha definito Amnesty International. Il G8 di Genova è stato tutto questo. Spesso, però, ci si dimentica che in quei giorni più di 300 mila persone scesero in piazza. Quasi 1200 tra associazioni e movimenti nazionali e internazionali aderirono al Genoa social forum, la piattaforma che organizzò la protesta contro il patto politico per la globalizzazione delle merci stipulato dagli otto Paesi più industrializzati al mondo. Un movimento simile faceva paura. Per questo provarono a spezzargli le ali attraverso una violenza studiata a tavolino, per un po’ riuscendoci pure. Chi venne dopo dovette fare i conti con quella ferita, sopportarne il dolore, ma anche imparare a capire che erano le persone scese in quella piazza ad avere ragione. 

Tutto era racchiuso nello slogan “Un altro mondo è possibile”, lanciato al Forum mondiale di Porto Alegre a gennaio 2001 e figlio della battaglia di Seattle al summit del WTO del 1999. Non un movimento no-global, come erroneamente i media lo hanno definito a più riprese, ma un movimento new global, internazionalista. Non è un caso che la prima manifestazione contro il G8, il 19 luglio 2001, fosse per rivendicare i diritti dei migranti: “Libertà di movimento, libertà senza confini” era lo slogan dello striscione in testa al corteo. Il fondo del mare non era, allora, colmo come è oggi dei corpi dei migranti, morti per cercare un futuro migliore e annegati assieme al loro sogno. Sappiamo tutte e tutti quello che, quotidianamente, continua ad accadere e che a Genova veniva già denunciato. Così come venivano denunciate la fallimentare finanziarizzazione dell’economia, i danni dello sfruttamento incontrollato delle risorse, il monopolio delle grandi aziende farmaceutiche sui brevetti medici e, quindi, sulla sanità. Crisi dei derivati del 2007-2008, riscaldamento globale e inaccessibilità a cure e vaccini durante la pandemia da Covid-19 sono qui a ricordarci, di nuovo, che avevano ragione loro. Uno spaventoso “ve l’avevamo detto” che dovrebbe riecheggiare nella testa di chi, quelle idee, le ha osteggiate. 

Un altro mondo è necessario

Se da una parte quelle parole non vennero ascoltate perché politica e mass media le rifiutarono, è anche vero che caddero nel vuoto a causa di alcuni errori interni al movimento new global. Forse, più di tutto, mancò la capacità di comunicare correttamente la portata dei grandi temi condotti in piazza: di far capire quanto, all’apparenza così lontani, questi avessero in realtà delle ripercussioni pratiche e quotidiane nella vita di ognuna e ognuno di noi. Mancò, insomma, la capacità di declinare sul territorio la lotta contro la globalizzazione neoliberista, tanto nelle istituzioni quanto nelle persone. Una presa di coscienza che avrebbe permesso di non arrivare a una guerra tra poveri nelle periferie o sui posti di lavoro. Un linguaggio semplice per spiegare che lo slogan “Voi G8, noi 6 miliardi” non erano parole, ma una realtà che nel 2019 l’Oxfam fotografava così: nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale. Anche la pandemia, da tanti definita democratica perché colpisce tutti allo stesso modo, ha smentito questo racconto e la forbice della disuguaglianza si è allargata ancora di più, portando i 10 uomini più ricchi ad aumentare il loro patrimonio complessivamente di 540 miliardi di dollari. 

Ma le conseguenze del sistema nel quale viviamo non sono solo economiche. Secondo Maria-Helena Semedo dell’UN’s Food and Agriculture Organization, se continuiamo a sfruttare il pianeta al ritmo attuale, il mondo potrebbe esaurire la fertilità del suolo in circa 60 anni. Senza suolo, la capacità della terra di filtrare l’acqua, assorbire carbonio e nutrire le persone precipita con conseguenze nefaste. 

Un altro mondo non è solo possibile, ma necessario. C’è chi lo ha già capito, come il movimento Fridays for future, capace di attivarsi in modo capillare mantenendo uno sguardo globale. Proprio come sostiene Vittorio Agnoletto che, durante il G8 del 2001, era portavoce del Genoa social forum: «Quando vai in montagna, di notte, devi guardare le stelle perché se non guardi le stelle rischi di sbagliare direzione, ma se guardi solo le stelle e non guardi per terra rischi di inciampare. Ma se vai di notte in montagna e guardi il sentiero per non inciampare e non guardi le stelle tu rischi di sbagliare direzione. Allora in montagna di notte tu devi continuamente far ballare lo sguardo dal cielo alla terra, dalla terra al cielo per cercare di andare nella direzione giusta». Ricordandoti di tenere la mano alle compagne e ai compagni con cui condividi il viaggio, affinché nessuno resti indietro. Affinché quelle bandiere che urlavano pace possano tornare ad avere voce.

 

 

Editing a cura di Carolina Venco

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