Il tour europeo di Joe Biden

La Casa Bianca - Wikimedia Commons - Pubblico dominio

Dal 10 al 16 giugno scorso, il presidente degli Stati Uniti ha realizzato il primo viaggio all’estero da quando è stato eletto. In quella che è stata una serrata staffetta strategico-diplomatica, Biden ha voluto comunicare un messaggio chiaro agli alleati europei: l’imprevedibilità che ha caratterizzato la presidenza Trump è giunta al termine.

America is back

Dopo l’incontro con il premier britannico Boris Johnson del 10 giugno, Biden ha affrontato il G7 (11-13 giugno) e il vertice NATO del 14. Durante il G7, il presidente degli Stati Uniti ha esortato gli alleati a costruire insieme un’alleanza di democrazie unite contro i regimi autoritari e che cooperino in un periodo di grande cambiamento e instabilità interna alle stesse democrazie. L’idea di una “lega delle democrazie” non è una novità dell’approccio in politica estera di Biden. Già nel luglio del 2019, infatti, a poco più di due mesi dal lancio ufficiale della sua candidatura per le elezioni presidenziali, Joe Biden definì i temi di quella che sarebbe stata la sua proposta di politica estera in un incontro organizzato alla City University of New York. Tra le misure elencate per rilanciare il ruolo statunitense nel mondo, Biden annunciò proprio la volontà di convocare un summit mondiale per la democrazia entro la fine del suo primo anno di mandato, con l’obiettivo di rendere il rafforzamento delle istituzioni democratiche nuovamente una priorità a livello globale.

In quest’ottica, il G7 è stato per Biden un test per misurare la vitalità delle democrazie occidentali, un momento per ricompattare l’Alleanza atlantica e mostrarla robusta e stabile, soprattutto alla Cina. Questo approccio presenta però il suo limite, secondo alcuni analisti, quando gli Stati Uniti non esitano poi a trattare comunque con gli stessi regimi autoritari a cui dicono di opporsi (come in Medio Oriente, ad esempio).

Durante il vertice NATO, il presidente degli Stati Uniti ha ribadito con orgoglio l’impegno del proprio Paese verso l’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza atlantica, secondo il quale, un attacco armato contro uno o più alleati della NATO è da considerare come un attacco contro ogni componente. Biden ha definito, infatti, l’articolo 5 come “un impegno sacro” che protegge i Paesi dell’Alleanza dai futuri pericoli che essi corrono. Sebbene la Cina sia stata definita una “sfida” e non un “pericolo”, durante il vertice, il Segretario Generale NATO, Jens Stoltenberg e il presidente statunitense hanno convenuto nel ritenere fondamentale che sia orientata e rafforzata la politica cyber dell’Alleanza e che sia accresciuta la cooperazione con i Paesi democratici dell’area indo-pacifica, proprio in una prospettiva di tutela verso l’espansionismo cinese.

Biden ha inoltre comunicato con fierezza l’adozione del Climate Security Action Plan che, tra le altre cose, porterà a una riduzione delle emissioni delle installazioni missilistiche NATO.

L’incontro privato con Erdoğan

Nell’ultima giornata del vertice NATO, il presidente Biden ha avuto un incontro privato con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e lo ha definito come un incontro “produttivo” e “positivo”, il primo di ulteriori incontri che porteranno a un reale progresso diplomatico tra i due Paesi. 

Il presidente turco, da parte sua, durante una conferenza stampa tenutasi dopo l’incontro, ha spiegato perché gli Stati Uniti dovrebbero interrompere il loro sostegno ai combattenti curdi nel Nord della Siria –  su questo, gli Stati Uniti sono rimasti apparentemente indifferenti. Un’altra questione critica tra i due Paesi è stato l’imminente ritiro delle forze statunitensi dall’Afghanistan. Sebbene non sia stata presa alcuna decisione dalla NATO, la Turchia è stata menzionata come il Paese che potrebbe potenzialmente assumersi una parte della responsabilità della sicurezza dell’aeroporto di Kabul. Su questo punto, nel suo discorso alla stampa Erdoğan ha risposto che se il supporto diplomatico, economico e logistico dovesse essere fornito, la Turchia potrebbe prendere in considerazione l’assunzione di questa responsabilità. Egli ha affermato poi che Ankara potrebbe farlo insieme al Pakistan e all’Ungheria. 

Erdoğan ritiene, inoltre, che ci siano opportunità di cooperazione con gli Stati Uniti in Siria, Libia, Ucraina e Mar Nero, ma queste aree sono considerate strategiche sia dalla Russia, sia dagli Stati Uniti e anche per questo, dopo il vertice NATO, Erdoğan è andato da Bruxelles in Azerbaijan. Egli ha annunciato con enfasi questo viaggio durante la sua conferenza stampa, probabilmente per ribadire l’idea che la Turchia può essere utile agli Stati Uniti per controbilanciare la preponderanza della Russia nel Caucaso.

Ritorno al dialogo con la Russia

Il 16 giugno, alla fine del suo viaggio in Europa, Biden ha incontrato il presidente russo Vladimir Putin a Ginevra, la stessa città in cui avvenne lo storico vertice tra Reagan e Gorbačëv nel 1985, con la discussione di una prima proposta di riduzione degli armamenti nucleari.

L’incontro tra Putin e Biden era molto atteso: i due leader tornavano a vedersi dopo che il presidente Biden aveva definito Putin un “assassino” e dopo un periodo caratterizzato dalla quasi totale assenza di rapporti diplomatici tra i due Paesi.

Come si legge già dal titolo della dichiarazione congiunta rilasciata al termine dell’incontro, i due presidenti hanno deciso di puntare su una stabilità strategica nel lungo periodo. 

La recente estensione del trattato nucleare New Start ha riaffermato il principio espresso nella stessa dichiarazione: «[…] una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta».

Per questo i due Paesi inizieranno un dialogo diplomatico, basato proprio sulla stabilità strategica in campo nucleare, (ma anche in tema di cyber sicurezza) con il fine di favorire la riduzione degli armamenti e di prevenire i rischi di un’escalation militare. 

Gli obiettivi del viaggio

Nel quadro di un forte e rinnovato atlantismo, gli scopi del viaggio in Europa del presidente Biden sono stati sia di natura politico-strategica, sia ideologica. 

Se sul piano ideologico, infatti, gli Stati Uniti hanno dimostrato di voler aderire alla logica di un nuovo internazionalismo liberale, multilaterale, ma al tempo stesso pragmatico e realista, sul piano strategico Biden ha esortato gli europei a seguire il suo Paese, assicurandogli un’assoluta convergenza transatlantica. 

L’impegno strategico numero uno sull’agenda estera resta la Cina e, per questo, il presidente statunitense vuole coinvolgere la NATO e l’Europa in un fronte comune nella sua battaglia. Alcuni Paesi europei però, in prima linea Francia e Germania, si sono mostrati un po’ reticenti nel considerare la Cina come un nemico da contrastare con un approccio così vigoroso, tale da coinvolgere anche la NATO. Al termine del vertice NATO, il presidente francese Macron ha affermato: «sulla Cina, come ho detto durante la riunione, penso di poter dire che non dovremmo confondere i nostri obiettivi. La NATO è un’organizzazione militare, la questione del nostro rapporto con la Cina non è solo una questione militare. La NATO è un’organizzazione che riguarda il Nord Atlantico, la Cina ha poco a che fare con il Nord Atlantico. È molto importante che non ci disperdiamo e che non distorciamo il nostro rapporto con la Cina. Il rapporto con questo Paese è molto più grande della sola questione militare. È economico. È strategico. Riguarda i valori. È tecnologico e dovremmo evitare di distrarre la NATO che ha già molte sfide». Dello stesso avviso si è detta Angela Merkel, che teme un’iper-reazione nei confronti della Cina e invece, un approccio troppo timido nei confronti della Russia. 

Sulle pagine di Foreign Affairs del 17 giugno, il senatore indipendente del Vermont, Bernie Sanders, invita l’amministrazione Biden a «non iniziare un’altra Guerra Fredda» contro la Cina. Il ritorno degli Stati Uniti sulla scena internazionale, attraverso quella che potremmo definire una “diplomazia tradizionale”, sarà accompagnato da un cambiamento della postura statunitense in politica estera, si domanda Sanders, o gli Stati Uniti resteranno fedeli al proprio imperialismo? 

E oltre: quale sarà il dibattito politico interno negli Stati Uniti con il quale Biden convincerà l’opinione pubblica della scelta del proprio orientamento in politica estera? Secondo Sanders, infatti, la scelta dell’approccio da utilizzare nei confronti della Cina potrebbe costituire un motivo di divisione di non poco conto all’interno degli equilibri politici tra democratici e repubblicani, che non godono già di buona salute. 

Alcuni analisti ritengono che Biden avesse deciso già da tempo di utilizzare un approccio morbido con Putin. Lo dimostrerebbe la scelta del presidente statunitense di togliere le sanzioni sul gasdotto Nord Stream 2 che, attraverso il mar Baltico, trasporta il gas dalla Russia direttamente in Europa, favorendo così i rapporti politico-commerciali tra le due aree.

La decisione di una cooperazione con Putin è però necessaria per gli Stati Uniti perché la Russia non è una priorità e non può diventare il nemico numero uno.

 

Fonti e approfondimenti

Atwood, Richard, Modirzadeh, Naz e Wahid Hanna, Michael, “Biden in Europe”, International Crisis Group, 24/06/2021.

Boniface, Pascal, “Biden l’Européen?”, Comprendre le Monde, 11/06/2021.

Brown, Jerry, Vandel, Heuvel, Katrina e Cirincione, Joseph, “The Biden-Putin Summit: outcomes and implications”, Quincy Institute for Responsible Statecraft, 17/06/2021.

Heinrichs, Rebeccah L., “Biden’s gift to Putin”, Hudson Institute, 18/06/2021.

Herszenhorn, David M. e Momtaz, Rym, “NATO leaders see rising threats from China, but not eye to eye with each other”, Politico, 14/06/2021.

Sanders, Bernie, “Washington’s dangerous new consensus on China”, Foreign Affairs, 17/06/2021.

Yakis, Yasar, “Biden, Erdogan agree to disagree at peaceable summit”, Arab News, 21/06/2021.

 

Editing a cura di Cecilia Coletti

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