Leggere tra le righe: I quattro libri di Yan Lianke per raccontare la Grande Carestia

Simone D'Ercole | Instagram: @Side_Book

Tutti commettono errori, anche i più grandi leader della storia come Mao Zedong. Tra gli sbagli riconosciuti al Grande Timoniere, ci sono le politiche adottate per il cosiddetto Grande Balzo in Avanti (1959-1961).

L’obiettivo era di trasformare la Repubblica Popolare Cinese (RPC) in un Paese industrializzato e moderno, puntando a superare i livelli produttivi del Regno Unito all’epoca della Rivoluzione industriale. In realtà si rivelò un grande balzo nell’abisso della carestia e di innumerevoli morti. È stato uno dei più grandi fallimenti della storia della Repubblica Popolare Cinese, tanto da essere ancora oggi un argomento tabù. Forni da giardino per incentivare la produzione acciaio, granai di stato pieni e cibo razionato per il popolo. Questo è quel che si riporta spesso dei primi anni Sessanta. Nel libro Mao’s Great Famine, l’autore Frank Dikötter stima che i morti abbiano raggiunto almeno i 45 milioni. Le fonti ufficiali cinesi ne hanno dichiarati soltanto 20 milioni. 

La polifonia di Yan Lianke

Yan Lianke, celebre scrittore cinese che affronta impavido il Partito Comunista Cinese (PCC), fa rivivere ai suoi lettori la miseria materiale e umana propria del periodo in questione. Le sue opere non sono ben viste dal governo centrale di Pechino e alcune sono state bandite, come I quattro libri. Questo libro gli è costato vent’anni di pianificazione, due di stesura e venti rifiuti da parte di editori timorosi della censura. 

Il racconto di Yan Lianke, ci riporta all’inizio degli anni Sessanta in un campo di rieducazione maoista nel nord della Cina. I protagonisti sono un gruppo di intellettuali prigionieri nella zona 99 lungo le sponde del Fiume Giallo. Alla guida del campo c’è la figura del Bambino, un uomo di bassa statura e capriccioso come un infante che brucia libri per riscaldarsi. Tuttavia, il racconto si costruisce basandosi su una pluralità di voci che esprimono i diversi punti di vista della vita vissuta nel campo. 

Individuo, collettività e collettivismo

Una particolarità del romanzo è il mancato utilizzo di nomi propri, per accentuare e sottolineare il concetto di collettività all’interno della società cinese. La polifonia di voci è costituita da intellettuali classificati solo in base alla professione: il Religioso, lo Scrittore, la Musicista, il Bambino. Tra le voci quella dello Scrittore narra della stesura forzata da parte delle autorità di Cronaca dei criminali, opera che potrebbe essere identificata come il resoconto della sua attività di spionaggio ai danni degli altri compagni. 

Per comprendere la complessità della percezione individuale nella RPC, bisognerebbe anche ripensare alla lingua cinese. Spesso, infatti, si usa la professione per definire un cittadino senza specificare il nome proprio. In un’intervista l’autore cita l’esempio dell’esistenza di un termine che indica il contadino che si trasferisce in città per diventare operaio. Ecco che l’identità individuale si mescola con quella di altri individui appartenenti alla stessa categoria: professori, contadini, scrittori. 

Il collettivismo fu anche un elemento fondante dell’ideale rivoluzionario maoista per la riorganizzazione della società. In effetti, la collettivizzazione delle campagne che portò alla creazione delle comuni popolari nel 1958 derivava dalla convinzione che si trattasse di una soluzione per la modernizzazione del Paese e l’eliminazione delle disuguaglianze sociali. In aggiunta, il governo la utilizzava anche per la riorganizzazione di una popolazione  così vasta e per avere un maggiore controllo. 

Modello cinese o modello sovietico? 

A partire dalla riforma agraria dei primi anni Cinquanta, ci fu un processo di riorganizzazione e collettivizzazione delle zone rurali con l’obiettivo di abolire la proprietà privata e incentivare lo sviluppo economico. La riforma agraria confiscò le terre ai ricchi proprietari terrieri e la ridistribuì ai contadini. Terminata la Guerra di Corea (1950-1953), Mao si pose come obiettivo l’aumento della produzione e della crescita economica domestica.   

Venne così approvato dalla nuova leadership comunista il primo piano Quinquennale (1953-1957) nel 1953, di ispirazione sovietica. Il problema principale di emulazione del modello sovietico era che la situazione interna cinese differiva da quella dell’Unione Sovietica (URSS): la Cina era un Paese prevalentemente agricolo, carente sia di un apparato industriale che di personale capace di garantire il raggiungimento di crescita desiderato. Il primo piano quinquennale era sostenuto dall’URSS, tanto da fornire conoscenze tecniche, supporto di materiali, supporto economico, consulenza, aiuti logistici ed esperti. 

Il modello di sviluppo cinese adottò un approccio diverso rispetto a quello di stampo sovietico, concentrandosi sullo sviluppo domestico su due fronti: industrializzazione delle città e collettivizzazione delle campagne. All’interno del PCC c’erano delle divergenze rispetto le misure da adottare. Da un lato c’era la fazione più moderata rappresentata da Liu Shaoqi che sosteneva un processo graduale, poiché riteneva che la collettivizzazione delle zone rurali dovesse attendere le tempistiche dell’industrializzazione urbana. In questo modo, un’industria sviluppata avrebbe potuto fornire i macchinari necessari per un’agricoltura produttiva. Dall’altra c’era Mao Zedong che puntava alla realizzazione del socialismo nel più breve tempo possibile. 

Le riforme economiche causarono, però, anche un progressivo aumento del dominio statale sulla popolazione. Furono introdotte forme di aggregazione per assicurarsi il controllo delle aree periferiche e rurali e scoraggiare la nascita di nuovi piccoli proprietari terrieri. Le prime forme di collettivizzazione furono le Squadre di mutuo aiuto (MAT) costituite da 5 a 15 famiglie, che divennero poi Cooperative Semplici (20-40) e poi Grandi Cooperative (100-300 famiglie). 

“Qualche anno di sforzi a di lavoro per diecimila anni di felicità”

Nel 1958 Mao lanciò il secondo Piano Quinquennale, conosciuto successivamente come Grande Balzo in Avanti. Gli obiettivi erano ancora più ambiziosi rispetto al precedente piano economico e derivavano dall’impazienza di Mao di ottenere una crescita più rapida e trasformare la Cina in uno Stato industrializzato. Il modello sovietico venne abbandonato e si posero due traguardi principali

  • Superare l’Unione Sovietica ed eguagliare i livelli produttivi del Regno Unito durante la Rivoluzione Industriale in quindici anni.  
  • Trasformare la Cina in una società collettivizzata. 

Con il pretesto di uno sforzo collettivo che portasse la Cina lontano dalle difficoltà e le umiliazioni subite in passato, Mao incoraggiò una vera e propria mobilitazione delle masse contadine che portassero avanti sia il processo di collettivizzazione che di industrializzazione. In questo contesto, le comuni popolari divennero il cuore pulsante del Grande Balzo. Ci furono circa 26 mila comuni autosufficienti, composte mediamente da cinquemila famiglie. Ogni comune popolare aveva un’organizzazione propria ma con un comune obiettivo: la modernizzazione della Repubblica Popolare Cinese

Oltre ai campi destinati all’agricoltura, le comuni popolari erano dotate anche di piccoli altiforni per la produzione di acciaio. Infatti, per il Grande Timoniere, grano e acciaio costituivano le basi dell’economia cinese. L’ideologia politica prese il sopravvento e il PCC elaborò un piano per garantire il pieno utilizzo delle forze produttive nelle aree rurali, producendo un surplus agricolo. L’eccedenza di produzione agricola aveva come obiettivo finale quello di nutrire i lavoratori industriali ed espandere la produzione nelle città.

Amnesia con caratteristiche cinesi: il fallimento del Grande Balzo

Il piano di Mao ebbe, però, delle ripercussioni gravissime data la mancanza di considerazione di problematiche evidenti. L’accelerazione delle capacità produttive era priva di logica, causò una dispersione di risorse ingiustificate e rese le comuni popolari delle vere e proprie prigioni in mano a funzionari che abusavano del loro potere. Nel libro di Yan Lianke la figura del Bambino ne è l’emblema: crea  una competizione sleale tra i prigionieri del campo pur di guadagnarsi una stella rossa che darebbe loro un effimero vantaggio.   

La “febbre” di Mao per la produzione di acciaio portò la popolazione cinese a fondere qualsiasi cosa, persino utensili da cucina. Si diffusero le “fornaci da cortile” che producevano acciaio di pessima qualità, prodotto non competitivo sul mercato. Parte di questa produzione venne portata in discariche segrete all’insaputa dei contadini, ammaliati dalla propaganda per una costruzione della nuova Cina. I granai di Stato erano pieni, c’era una sovrapproduzione di grano destinata all’esportazione per ripagare il debito con l’URSS mentre la popolazione cinese era ridotta in miseria. 

Tra le misure più esilaranti, ci fu la Campagna dei quattro flagelli per sterminare mosche, zanzare, passeri e topi che infestavano le città. I passeri, in particolare, in quanto consumatori di cereali, vennero classificati come nemici, accusati di mangiare il raccolto. Altra fonte di nutrimento dei volatili erano però gli insetti. Lo sterminio dei passeri causò una discrepanza tra preda (insetti) e predatore (uccelli) e un’invasione di locuste che devastò i raccolti. In aggiunta ci furono una serie di disastri naturali, come alluvioni, siccità ed esondazione del Fiume Giallo. 

Sembravano tutti segnali della fine di una dinastia dell’epoca imperiale, ma i danni vennero poi attribuiti per il 30% al grande leader Mao Zedong che cercherà di rimediare ai danni con l’avvio della Rivoluzione culturale.  

 

Fonti e approfondimenti

Andrea Muratore, La storia del Grande balzo e dell’utopia comunista di Mao, 14 Novembre 2021.

Frank Dikötter, Mao’s Great Famine, Walker and Company, New York, 2010

Hsia, Ronald. “The Development of Mainland China’s Steel Industry since 1958.” The China Quarterly, no. 7, Cambridge University Press, 1961, pp. 112–20.

Jonathan Fenby, Mao’s Great Famine by Frank Dikötter, Books Review, The Guardian, 5/09/2010.

Isabel Hilton, The Four Books review – Yan Lianke holds China to account for Maoist atrocities, The Guardian, 29/03/2015.

Il tempo e la Storia, Mao Zedong e il Grande Balzo in Avanti con il prof. Giovanni Andornino, 1 Marzo 2016

Leslie McDowell, Yan Lianke: ‘It’s hard to get my books published in China’, Interview, The Guardian, 22/09/2018.

Clayton D. Brown, China’s Great Leap Forward, Volume 17:3 (Winter 2012): US, Asia, and the World: 1914–2012, Association for Asian Studies, Winter 2012.

Yan Lianke, I quattro libri, Nottetempo, 2018. 

Yang Jisheng, a cura di Edward Friedman, Tombstone: The Untold Story of Mao’s Great Famine, 2013.

 

Editing a cura di Elena Noventa

Copertina a cura di Simone D’Ercole

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